CUBA RICORDA I 32 CUBANI UCCISI IN VENEZUELA
Cuba rende omaggio ai 32 cubani uccisi dalle forze speciali statunitensi in Venezuela durante l’azione che ha portato al sequestro del presidente venezuelano Nicolas Maduro e sua moglie Cilia Flores.
Dalle prime ore della mattina migliaia di cubani di tutte le età si sono mobilitati nella tribuna anti-imperialista José Martí, per salutare i militari, i cui resti sono arrivati all’aeroporto internazionale dell’isola giovedì, dove sono stati onorati con una cerimonia militare.
La folla si è riunita nello spazio iconico, di fronte all’ambasciata statunitense a L’Avana, per mostrare il loro rifiuto dell’imperialismo statunitense e ribadire la difesa della loro sovranità di fronte alle recenti minacce del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Alla cerimonia erano presenti le più alte figure del governo cubano compreso il primo segretario del Partito Comunista di Cuba e presidente, Miguel Díaz-Canel che nelle sue parole ha ricordato che “Nell’ora più buia dell’alba, mentre il suo nobile popolo dormiva, la sorella Repubblica Bolivariana del Venezuela è stata ingiustamente attaccata”.
“I sacri resti dei nostri 32 compatrioti sono arrivati ieri in Patria”, ha continuato Díaz-Canel, aggiungendo che quelli che riducono l’alleanza tra Cuba e Venezuela a una transazione economica non hanno capito nulla perché i i nostri popoli sono fratelli.
La parte più forte del suo intervento si è rivolta alle minacce attuali. Citando le recenti dichiarazioni di alti funzionari statunitensi che hanno parlato di “entrare e distruggere l’isola”, il presidente le ha definite “grottesche” e un” incitamento al massacro”. Ha aggiunto poi che “Il popolo di Cuba non è anti-imperialista per manuale. L’imperialismo ci ha resi anti-imperialisti”. E ha ricordato la definizione marziana: il patriottismo è “l’odio invincibile a chi lo opprime”.
Nel suo messaggio finale il presidente cubano ha dichiarato che “No, signori imperialisti, non abbiamo assolutamente paura di voi, Non ci piace, come ha detto Fidel, essere minacciati. Non ci intimidiranno”.
Secondo il presidente, questi combattenti cubani non solo hanno difeso la sovranità del Venezuela, il presidente Nicolás Maduro e la compagna Cilia Flores, ma hanno anche “difeso la dignità umana, la pace e l’onore di Cuba e della nostra America”. Li ha definiti come “la spada e lo scudo dei nostri popoli di fronte all’avanzata del fascismo”, diventando un simbolo che “non c’è un piccolo popolo quando la sua dignità rimane ferma”.
Il presidente è stato enfatico nel sottolineare la condizione pacifista della più grande delle Antille. “Cuba non minaccia né sfida. Cuba è terra di pace”, ricordando che è stato all’Avana che, su iniziativa cubana dodici anni fa durante il II Vertice della CELAC, l’America Latina e i Caraibi sono stati proclamati Zona di Pace. Una conquista che è stata “brutalmente lacerata dal zampata fascista in Venezuela”.
Tuttavia, ha avvertito che questa “vocazione alla pace non ha affatto sminuito la disponibilità al combattimento in difesa della sovranità e dell’integrità territoriale”. Il messaggio era chiaro e forte: se Cuba fosse stata aggredita, “combatteremmo con la stessa fedeltà che ci hanno lasciato in eredità diverse generazioni di coraggiosi combattenti cubani”, tracciando una linea storica dalle guerre d’indipendenza del XIX secolo alla partecipazione ai conflitti in Africa e, ora, in Venezuela.
“Cuba non deve fare alcuna concessione politica, né questo sarà mai su un tavolo di negoziati per un accordo tra Cuba e Stati Uniti. È importante che lo capiscano”, ha affermato.

Díaz-Canel ha ribadito la disponibilità al dialogo e al miglioramento delle relazioni bilaterali, ma a condizioni molto specifiche: “sempre in condizioni di parità e sulla base del rispetto reciproco”. Ha ricordato che questa è stata la posizione mantenuta “per più di sei decenni” e che “la storia ora non sarà diversa”.
Alla cerimonia hanno partecipato migliaia di cubani, giovani, anziani, persone provenienti da ogni parte dell’isola. Tutti si sono stretti attorno al dolore delle famiglie dei militari uccisi in Venezuela.
Per Cubadebate Marcelino Vasquez ha intervistato alcuni dei presenti alla cerimonia e riferisce che tra i partecipanti, si notava il mix di generazioni. I giovani arrivavano con l’energia di chi scopre il suo ruolo nella storia. Gli anziani, con l’esperienza di chi ha vissuto e difeso ogni passo del cammino di Cuba.
Emilio è uno dei giovani che hanno partecipato alla “marcia del popolo combattente”, così è stato denominato l’atto in memoria dei caduti. È arrivato accompagnato dai suoi compagni di classe del pre-universitario Saúl Delgado, in Plaza de la Revolución. Con emozione, spiega le sue motivazioni: “Sono venuto perché basta con tanta ingiustizia dell’imperialismo. Ecco il popolo di Cuba per dire a quel signore che non abbiamo paura di lui”. Per lui, questo giorno è un atto di consapevolezza, l’inizio del proprio impegno.
Camminando tra la folla, Omara, una pensionata del centro dell’Avana, mostra con orgoglio il suo pullover con l’immagine del Che. La sua voce, rauca per il freddo e l’emozione, si fa sentire chiaramente: “Sono qui perché sono cubana, provo un enorme orgoglio per quei coraggiosi combattenti che sono caduti eroicamente”.
Anche se ha difficoltà a camminare, la sua determinazione è ferma. “Ieri sono andata al Minfar e oggi sono qui”, racconta. “Ho 79 anni e sono disposta a dare la mia vita per questa Rivoluzione”. Nelle sue parole c’è una vita intera di convinzione.
Sigfredo, un uomo semplice del settore delle costruzioni, alza la voce. Ha ribadito che bisogna difendere la Rivoluzione e denunciare la nuova escalation dell’imperialismo. “Sembra che questo signore non abbia freni”, ha detto riferendosi a Donald Trump. “Ma con questo popolo non potrà”.
Anche il dolore e la memoria hanno il loro posto. Maria, residente a Marianao, ricorda con tristezza. “Quando ho saputo la terribile notizia, ho pianto molto. Ho pensato alle madri di quei combattenti”, ha condiviso. Suo marito era caduto in Angola e quella perdita le tornava in mente. Nonostante le tracce del tempo sul suo viso, solleva con forza un cartello fatto a mano dove si legge: “Viva Fidel!”. “Eccomi”, aggiunge poi che “Questa rivoluzione è già costata molto sangue, e la difenderemo con le nostre vite”.
Generazioni diverse, storie personali diverse, ma lo stesso obiettivo: difendere il diritto all’indipendenza e alla sovranità. (Cubadebate, RT)
Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info


Onore e rispetto a gli eroi cubani caduti in Venezuela.
Quello che mi dispiace è di non poter essere a Cuba a difendere la rivoluzione con le unghie e con i denti avendo giurato fedeltà alla rivoluzione.
Un mega abbraccio a tutto il popolo Cubano, hasta la victoria siempre ✊️ patria o muerte venceremos ✊️ per gli yankee nordamericani sarà un altro vietnam se attaccheranno.