L’ITALIA CONTINUA A SUBIRE UMILIAZIONI
di Antonio Evangelista
“Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!”.
«Perché l’Italia subisce un’umiliazione dopo l’altra. Prima Zelensky ci sbeffeggia a Davos (insieme agli altri europei), poi Trump insulta i soldati italiani e NATO morti in Afghanistan, e adesso un colono israeliano armato fa inginocchiare due carabinieri in Cisgiordania. Per non parlare dell’assalto israeliano alla Flottiglia in acque internazionali e dell’arresto di cittadini italiani».
Tuona Alberto Negri, un’altra di quelle voci autorevoli opportunamente silenziate, che potrebbero dare un contributo sincero e competente per capire cosa sta succedendo nel mondo. E ha ragione da vendere.
Signor Trump, dov’era la NATO durante le rivolte albanesi esplose in Kosovo il 17 marzo 2004? Quando, fatta eccezione per i carabinieri e per la polizia internazionale dell’ONU, che rimasero in prima linea a proteggere i serbi, gli ufficiali USA si barricarono per due giorni dentro le loro basi, assistendo muti e immobili alla violenza e alla devastazione contro abitazioni, chiese e cimiteri serbi. Furono incendiate perfino case e vetture del personale ONU. Vennero bruciate 550 abitazioni, 27 chiese ortodosse e un ospedale da campo russo. I morti furono 19: otto serbi e undici kosovari.
Signor Trump, amico di Jeffrey Epstein, si lavi la bocca prima di parlare dei soldati italiani: lei si gongolava con il suo amico pedofilo mentre i carabinieri salvavano vite in Kosovo, mentre i carabinieri e i soldati italiani morivano a Nassiriya.
Se si convoca l’ambasciatore russo perché rappresentanti governativi indicano il Presidente della Repubblica Mattarella come “russofobo”, non basta convocare l’ambasciatore israeliano per protestare contro l’azione di un “colono/riservista” israeliano che ha fermato, minacciato con un fucile mitragliatore, interrogato e ricacciato verso il Consolato italiano due carabinieri in servizio con copertura diplomatica.
Viene in mente Sigonella, ma allora le cose andarono diversamente. Ottobre 1985: viene catturato un terrorista palestinese responsabile del dirottamento della nave Achille Lauro. A Sigonella, in Sicilia, i carabinieri italiani circondarono i soldati statunitensi della Delta Force, impedendo loro di prendere in consegna i terroristi e rivendicando la sovranità italiana. Il governo Craxi impose la propria linea, portando i responsabili a un processo italiano, in un raro momento di indipendenza geopolitica.
Oggi, per l’ennesima volta, assistiamo a uno schiaffo alla ragione, all’onore, alla Patria.
Siamo diventati il Paese delle stragi impunite e ora, ancora una volta in mondovisione, continuiamo a essere vilipesi, costretti in ginocchio, interrogati. I servitori dello Stato sono diventati, non per colpa loro, servitori di chi è più servo di loro. Perché se loro si sono inginocchiati sotto la canna di un fucile mitragliatore israeliano, alla nostra politica basta assai meno per piegare la schiena.
Qualunque governo democristiano o socialista sarebbe intervenuto prima. Sì, siamo arrivati a rimpiangere la Prima Repubblica, nonostante tutti i suoi difetti. E intanto tutti ci mettono i piedi in testa. Non persone qualunque: il “popolo eletto da Dio”, il presidente USA “salvato dalla mano di Dio”. Per questi “semidei”, i militari italiani, vivi o morti, sembrano poca cosa. Vergogna. Vedremo come andrà a finire anche questa volta, ma non nutro grandi speranze. Prevarrà il silenzio, oppure saremo capaci di essere più incisivi, magari come a Sigonella?
Quei militari sono lo Stato italiano. Come quelli morti a Nassiriya, quando al-Jolani — oggi amico della CIA e di Israele — combatteva con al-Qaeda, poi divenuta ISIS. Oggi quel terrorista internazionale è stato riabilitato: non viene messo in ginocchio con un’arma puntata addosso, ma promosso, riciclato, nominato capo della Siria. Sempre gli stessi “semidei”, Trump e Netanyahu, lo sostengono e lo legittimano, cancellandolo dalle liste dei terroristi più pericolosi del mondo. Il braccio destro del Califfo dell’ISIS in Siria, ex tagliatore di teste, che oggi contribuisce alla liberazione dei reduci ISIS in Rojava e allo sterminio dei curdi che hanno combattuto il califfato.
Vorrei una politica che difendesse le proprie Forze Armate per tempo, senza indugi né tentennamenti. Non mi interessa vedere il ministro di turno indossare giubba e stellette per un selfie o una dichiarazione di circostanza.
Bisogna intervenire quando i nostri soldati sono in prima linea. Le minacce, le umiliazioni e le violazioni del diritto internazionale vanno respinte sempre, senza se e senza ma, prima che diventino “funerali di Stato”.
Ho indossato la divisa per quarant’anni, da carabiniere e da poliziotto, in Italia e all’estero. So cosa significa rappresentare lo Stato. Me la ricordo la politica in visita alle truppe nei teatri operativi: “siete la faccia dell’Italia, rappresentate il Paese. Beh cari politici, non mi piace quando lo Stato non ascolta, ti fa i complimenti, indossa la tua mimetica, ma al momento del bisogno — quando occorre distinguere tra diplomazia e protesta doverosa e ferma — latita. La difesa dei nostri uomini oggi è rimessa a professionisti, pochi, come Alberto Negri.
Nel 1982, a vent’anni, camminavo tra le bombe di Beirut come carabiniere ausiliario paracadutista del Tuscania, il giorno dopo il massacro di Sabra e Shatila. Da funzionario e dirigente di Polizia, nei Balcani e in Medio Oriente, ho visto cosa accade quando gli accordi vengono traditi, quando le garanzie internazionali si dissolvono. Questo non va mai permesso. Vietato minimizzare, stemperare, archiviare.
All’Italia non servono governanti che parlano di patriottismo e valori se poi non difendono l’onore delle Forze Armate quando è in gioco davvero.
Quei due carabinieri non sono un dettaglio: sono lo Stato italiano, siamo noi. Non sono slogan. Sono carne e sangue, figli e padri, madri e sorelle. La vita va protetta e rispettata sempre, soprattutto quando viene messa in gioco per ideali e valori che distinguono l’essere umano dalla barbarie.
Ricordo un’Italia diversa, quando lo Stato seppe dire no, quando la politica sostenne i militari, quando nessuno abbassò il fucile né lo sguardo. Forse sono stato fortunato: allora era Sigonella.
Ricordiamolo tutti: uno Stato che non difende i suoi uomini non difenderà mai i suoi cittadini.
Lo dico senza odio, ma senza timore. Questa linea è indegna.
Quei due carabinieri siamo noi.
È l’Italia.
È la dignità dello Stato.
E la dignità non si negozia.
Mi domando cosa sarebbe successo se i due carabinieri fossero stati feriti o, non sia mai, uccisi… e per chi, per cosa?
Aveva ragione Dante, allora: «Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!». Mai parole furono più attuali.
Dott. Antonio Evangelista
Dirigente della Polizia di Stato in pensione
(ex Arma dei Carabinieri)
