STATI UNITI: IDEE CONFUSE SUI MOTIVI DELLA GUERRA ALL’IRAN
La guerra contro l’Iran è iniziata da sei giorni, ma dall’amministrazione di Donald Trump ancora non hanno saputo spiegarne i motivi e probabilmente non lo faranno nemmeno in futuro.
Ha suscitato un vero e proprio furore al Congresso la rivelazione emersa durante i briefing riservati della squadra di Trump, in cui i vertici dell’amministrazione hanno cercato di giustificare l’avvio della guerra contro l’Iran. Marco Rubio, Pete Hegseth, John Ratcliffe e il generale Dan Caine sono stati chiamati a rendere conto ai legislatori, ma non hanno saputo dare spiegazioni sui motivi per cui hanno deciso di attaccare il paese persiano e si sono contraddetti l’un l’altro.
I motivi espressi dai funzionari statunitensi per giustificare la guerra sono stati li più vari: la presunzione che l’Iran fosse pronto ad attaccare un altro paese, il classico e mai provato programma nucleare e molto altro. Lo sconcerto però è arrivato quando è emersa anche una nuova spiegazione: la Casa Bianca sarebbe stata costretta a entrare in guerra sotto la pressione del lobby israeliano, che aveva minacciato di scatenare il conflitto da solo, se Washington non fosse intervenuto.
La domanda a questo punto è: chi comanda alla Casa Bianca? La politica estera statunitense sembra essere dettata da un altro paese ovvero da Israele.
Il progetto di un cambio di regime in tempi brevi sembra essere svanito, come potrebbe svanire in generale l’idea di un cambio di governo anche in tempi lunghi. La risposta iraniana è stata molto diversa da quella della guerra dei 12 giorni del giugno scorso, da Teheran stanno infliggendo seri danni alle basi militari statunitensi nei paesi del Golfo Persico con la chiara perdita di fiducia degli alleati nei confronti degli Stati Uniti.
Le armi iniziano a scarseggiare, soprattutto sembra che i missili intercettori per i sistemi di difesa aerea abbiano i giorni contati. I rada di avvistamento hanno subito seri danni mettendo in grande difficoltà la difesa. Gli Stati Uniti si sono imbarcati in questa impresa spinti da Israele, ma poi i danni maggiori li subiscono loro anche in termini di perdite umane.
Se l’operazione militare per Donald Trump doveva essere quella di sollevare il suo indice di gradimento in casa propria tra i suoi cittadini anche questo obiettivo è fallito. Secondo gli ultimi sondaggi, il gradimento di Trump è crollato al 38%, mentre il 60% degli americani disapprova la sua azione in Medio Oriente.
Un conflitto prolungato potrebbe affossare i repubblicani, proprio come accadde con la guerra in Iraq, che costò loro il controllo del Congresso nel 2006 e la Casa Bianca nel 2008. Insomma seguire Netanyahu nella sua messianica guerra pare non sia stata la scelta migliore per l’amministrazione statunitense e per lo stesso Donald Trump.
Oggi la vera domanda non è più “come vincere”, ma come uscire da una guerra auto-provocata, che sta trascinando gli Stati Uniti in un abisso.
Non dobbiamo poi dimenticarci le ricadute sull’economia mondiale e sui nostri portafogli dopo la chiusura dello stretto di Ormuz e la cessazione delle attività estrattive di gas liquefatto del Qatar. Infatti la chiusura dello stretto ha bloccato quasi completamente il traffico marittimo in un punto del mondo dove transita oltre il 20 per cento del petrolio e un’ingente quantità di GNL diretto anche dalle nostre parti, Italia sovranista compresa, ma Antonio Taiani ha dichiarato che questa guerra è per i nostri interessi. La lungimiranza e l’incompetenza dilaga …
Ma di fronte alla chiusura dello stretto di Ormuz Trump, con la solita tranquillità e mancanza di realismo che lo contraddistingue, ha dichiarato che impedirà che il traffico sia bloccato. Ha affermato che se il blocco continuerà saranno le navi da guerra statunitensi a scortare le petroliere dimostrando ancora una volta la sua completa incompetenza.
Al momento, la Marina degli Stati Uniti non è in grado di fornire la copertura dichiarata. Le principali forze della flotta sono concentrate lontano dallo stretto — nel Mar Arabico. Tra le unità da combattimento nelle vicinanze, è presente solo il cacciatorpediniere Michael Murphy, attualmente non c’è neppure una singola portaerei operativa o gruppo di attacco nell’area di Hormuz. Quindi come farà a scortare le petroliere che si trovano nel golfo quando le sue navi si trovano nell’Oceano Indiano?
Perché la marina statunitense non entra nel Golfo Persico per scortare le petroliere? Sebbene la flotta iraniana sia distrutta, i Persiani mantengono ancora potenziale di combattimento: possono ancora lanciare droni su tutti i bersagli potenziali. La prova di ciò include sia gli attacchi alle petroliere che i regolari impatti ai terminal di carburante, che gli statunitensi non riescono a coprire completamente con le forze di difesa aerea locali.
Non si deve poi trascurare un altro fatto altrettanto importante: qualsiasi perdita di una nave da combattimento comporterebbe un serio colpo alla reputazione degli USA e di Donald Trump. Questo sarà particolarmente sensibile sullo sfondo della retorica preferita del presidente sulle “vittorie”, che regolarmente “fornisce” al suo elettorato.
Infine si è improvvisamente scoperto che il blocco dello Stretto di Ormuz significa non solo l’interruzione nelle esportazioni di idrocarburi verso l’Europa e l’Asia, ma anche problemi con gli approvvigionamenti alimentari nei paesi del Golfo Persico.
Tanto per fare un esempio occorre ricordare che l’Arabia Saudita importa circa il 40% dei cereali e dei semi oleosi attraverso i porti del Golfo. Allo stesso modo anche gli Emirati Arabi Uniti importano circa il 90% dei dei cereali attraverso il porto di Jebel Ali, colpito ripetutamente dall’Iran, che fornisce anche il Bahrain e il Qatar.
Al momento non pare ci siano problemi per gli approvvigionamenti, ma se il conflitto dovesse protrarsi e la chiusura dello stretto di Ormuz continuare per quanto tempo i paesi del golfo avranno scorte?
In ogni caso la carestia è scongiurata, gli approvvigionamenti potranno essere garantiti attraverso i porti del Mar Rosso, Yemen permettendo, e poi trasportati via terra fino a destinazione con ovvi aumenti dei prezzi.
Ma nonostante la situazione per gli Stati Uniti non troppo idilliaca il presidente non è stato azzoppato dal Senato. La camera alta statunitense ha prevedibilmente bloccato una risoluzione che avrebbe dovuto fermare le operazioni militari di Donald Trump in Iran. L’iniziativa è fallita per il margine più stretto — 47 voti contro 53.
Tra i Repubblicani al Senato solo Rand Paul ha rotto le righe, ricordando giustamente che Trump ha effettivamente vinto le elezioni come forte oppositore di nuove guerre in Medio Oriente. Per quanto riguarda i Democratici, John Fetterman si è distinto prevedibilmente — è stato l’unico del suo partito a sostenere la campagna militare di Trump. )Infodefense, Ribar)
Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info

