GIUSTIZIA SEPARATA, POTERE PROTETTO
di Antonio Evangelista
“Quando il potere parla di riforma della giustizia, la domanda non è cosa cambierà per i cittadini. La domanda è cosa cambierà per chi governa”.
C’è una parola che ricorre sempre quando il potere si sente messo in discussione: riforma.
La si pronuncia come se fosse neutra, tecnica, inevitabile. Ma spesso accade l’opposto: la riforma diventa una corazza preventiva, uno strumento per ridefinire gli equilibri prima che qualcosa — o qualcuno — venga chiamato a rispondere.
È in questo contesto che va letto il dibattito sulla separazione delle carriere dei magistrati e il modo in cui esso viene spinto ai massimi livelli politici, attraverso una narrazione aggressiva che dipinge la magistratura requirente come faziosa, ideologica, persino nemica del “popolo”.
IL PM PRIMA, LA POLIZIA GIUDIZIARIA POI
“Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”, recita un antico proverbio orientale.
Il significato è evidente: fermarsi alla superficie impedisce di cogliere la direzione reale del cambiamento.
Ed è proprio la direzione a emergere con chiarezza dalle dichiarazioni del ministro Antonio Tajani, quando afferma che non basta la separazione delle carriere, non basta la riforma del CSM, ma occorre interrogarsi se sia “giusto o meno conservare la polizia giudiziaria sotto l’autorità dei magistrati”.
Una posizione formalmente legittima, certo.
Ma anche politicamente rivelatrice.
Perché il punto non è solo la separazione delle carriere.
Il punto vero è la catena di comando.
Immaginiamo un pubblico ministero separato, strutturalmente depotenziato, con una polizia giudiziaria sottratta funzionalmente, come auspica il vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani, alla sua direzione e rispondente principalmente alla sua catena di comando. Ecco, pensiamo ora, in uno scenario puramente esemplificativo, a un’indagine delicatissima che coinvolga soggetti potenti, con ramificazioni politiche o istituzionali di altissimo livello.
La domanda, a questo punto, è semplice: ci sentiremmo davvero garantiti da un’azione penale svolta dalla pubblica accusa con una polizia giudiziaria, riveduta e corretta secondo gli auspici governativi attuali?
Non si tratta di fantasia.
Chi scrive ha coordinato per anni la polizia giudiziaria di una Procura della Repubblica, occupandosi anche di indagini complesse e sensibili, cd. indagini su “colletti bianchi”. Erano gli anni Novanta e sui verbali che si redigevano comparivano nomi di politici, pubblici ufficiali, appartenenti alle forze dell’ordine, financo magistrati.
E posso affermare, senza esitazione, che le pressioni informali, le richieste di “anticipazioni”, i tentativi di interferenza non mancavano.
La differenza è chiara: finché la polizia giudiziaria risponde funzionalmente al magistrato, e gli ufficiali di p.g. sono tenuti al segreto istruttorio, ogni pressione può essere respinta.
Un assetto in cui il pubblico ministero è separato dalla p.g. che deve guardare solo alla propria catena gerarchica il rischio di ‘addomesticare’ le inchieste scomode alla politica è reale… basta guardare alla sorte che ha fatto il reato di abuso di ufficio dopo ‘mani pulite’: prima depotenziato dalla sinistra che ha imposto il dolo specifico al posto del dolo generico e poi cancellato definitivamente dalla destra.
Ed è esattamente questo il rischio reale che la separazione delle carriere, figlie di logica analoga, introduce:
un PM con meno strumenti, più esposto, più “responsabile” verso l’alto che verso la legge.
LE DOMANDE CHE NON POSSONO ESSERE ELUSE
A questo punto, senza formulare accuse e senza insinuare responsabilità individuali, emerge una domanda politicamente legittima:
la forte spinta verso il SÌ alla separazione delle carriere risponde esclusivamente a esigenze di efficienza — che, peraltro, non si vedono — oppure riflette anche il timore che, in un prossimo futuro, possano emergere verità scomode su decisioni politiche di grande rilievo?
Decisioni che hanno inciso — e continuano a incidere — sugli equilibri nazionali e internazionali.
Il dibattito pubblico registra, infatti, ampi silenzi su questioni di enorme impatto, tra cui:
•il sabotaggio del gasdotto Nord Stream, annunciato pubblicamente dal presidente statunitense Joe Biden e da Victoria Nuland, esponenti di un Paese alleato;
•la gestione del caso Al Masri e le conseguenti zone d’ombra giuridiche e diplomatiche;
•le inchieste per corruzione che coinvolgono figure apicali dell’amministrazione ucraina, in un contesto di massiccio sostegno finanziario e militare da parte dei Paesi europei, Italia compresa;
•il mancato arresto di ricercati internazionali per crimini di guerra e genocidio, in aperto contrasto con le richieste di organismi internazionali;
•accordi per lo sfruttamento illegale del gas di Gaza, di fatto espropriato e gestito manu militari, anche attraverso soggetti economici occidentali, che vede interessate importanti aziende italiane.
Nessuna accusa diretta.
Ma molte domande inevase, che domani potrebbero suggerire o rendere necessaria un’azione penale pienamente autonoma e libera da condizionamenti.
QUANDO LA RIFORMA PRECEDE LA VERITÀ
La storia costituzionale insegna una lezione costante:
le riforme che riducono l’autonomia dell’azione penale non arrivano sempre dopo l’accertamento della verità, possono arrivare anche prima.
Prima che si indaghi fino in fondo.
Prima che i fatti vengano collegati.
Prima che qualcuno possa farlo senza chiedere permesso.
Separare le carriere non è una riforma tecnica: è una scelta di campo.
La giustizia ha molti problemi da risolvere, ma questa riforma non ne affronta neppure uno. E non si modifica la Costituzione per l’incapacità o la disonestà di singoli giudici: si utilizzano gli strumenti già esistenti, e se non bastano, li si rafforza con norme adeguate.
Ma, soprattutto, con lo spirito di chi ha sconfitto il nazifascismo, la giustizia deve restare un contropotere costituzionale, non un ingranaggio più facilmente orientabile.
I casi internazionali, i silenzi che li circondano, le cautele invocate quando i nomi diventano scomodi, mostrano una verità semplice e inquietante:
il problema, per il potere, non è l’ingiustizia, ma l’autonomia di chi potrebbe farla emergere.
Ed è per questo che oggi dire NO non è ideologia…
È prudenza democratica e rispetto per quei morti che ci hanno lasciato una legge costituzionale figlia di sacrifici, sangue e guerre sbagliate.
Antonio Evangelista
