Referendum su giustizia e Costituzione: quando vota l’elettore “preoccupato”
di Antonio Evangelista
La crescita della partecipazione al referendum sulla giustizia che si registra in queste ore non è un dato neutro. In una consultazione priva di quorum, ogni elettore in più non rappresenta soltanto un numero: è una scelta, ed è un segnale politico.
Il punto decisivo non è tanto quanti votano, ma chi ha deciso di tornare alle urne. Se anche solo una parte dell’aumento dell’affluenza proviene da quella vasta area di astensionismo cronico — cittadini disillusi, distanti dalla politica, spesso refrattari alle dinamiche di schieramento — allora siamo di fronte a qualcosa di diverso da una mobilitazione ordinaria. Siamo di fronte a una reazione.
È in questo spazio che può maturare un possibile vantaggio del NO.
La campagna referendaria, infatti, si è progressivamente spostata dal piano tecnico a quello simbolico: da discussione sulla riforma della giustizia a confronto sugli equilibri costituzionali. E quando il terreno diventa questo, entra in gioco un elettorato prudente, diffidente verso le modifiche degli assetti fondamentali e più incline a difendere ciò che percepisce come presidio.
A rafforzare questa dinamica interviene il contesto politico.
Le cronache delle ultime settimane hanno contribuito a delineare un quadro che, agli occhi di una parte dell’opinione pubblica, appare dissonante rispetto alla delicatezza della materia oggetto del referendum. Il caso del sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove — già condannato in primo grado per rivelazione di segreto d’ufficio — si inserisce in una dimensione politicamente sensibile per il ruolo ricoperto, anche alla luce di ricostruzioni giornalistiche che lo collocano in rapporti e contesti controversi con Carroccia, soggetto condannato e attualmente detenuto per essere stato prestanome di un’organizzazione malavitosa. La cui figlia, Miriam, appena diciottenne, risulta socia e amministratore delegato di una società insieme al predetto sottosegretario e ad altri esponenti di Fratelli d’Italia.
A questo si aggiungono le polemiche che hanno coinvolto Giulia Bartolozzi, capo di gabinetto del Ministero della Giustizia, per dichiarazioni e posture ritenute da alcuni improprie rispetto alla funzione istituzionale esercitata. E, più in generale, le prese di posizione e le modalità di mobilitazione di esponenti di Fratelli d’Italia, percepite in alcuni casi come un richiamo a dinamiche di consenso organizzato o a leve relazionali tipiche della politica tradizionale: il “solito sistema clientelare”.
È importante sottolinearlo: non è tanto il singolo episodio a incidere, quanto la loro stratificazione. È l’insieme che costruisce una percezione.
In questo quadro, il referendum smette di essere soltanto una scelta sulla riforma e diventa una domanda più profonda:
chi propone di intervenire sulla giustizia è oggi percepito come credibile e affidabile per farlo?
Ed è qui che può attivarsi il fattore decisivo. Una parte di elettorato che normalmente resta fuori dal circuito della partecipazione può essere stata spinta a votare non per adesione, ma per contrasto. Non per sostenere qualcuno, ma per evitare che determinati equilibri vengano modificati da chi, agli occhi di quei cittadini, non offre sufficienti garanzie.
Il voto contrario, allora, assume un significato ulteriore: non solo dissenso nel merito, ma difesa di un principio. La Costituzione, nella percezione diffusa, non è un terreno disponibile alla contingenza politica, ma un patto costruito nella storia — e, simbolicamente, “firmato con il sangue”.
In questo scenario, i comportamenti pubblici di chi sostiene il SÌ pesano più delle dichiarazioni. Perché quando si ricoprono incarichi istituzionali, non si esercita soltanto un potere: lo si rappresenta.
Ed è proprio qui che si apre uno scarto che una parte dell’opinione pubblica sembra aver colto con chiarezza: in alcune condotte, in certe leggerezze, in determinate ambiguità, molti non vedono né dignità né onore. Quegli stessi valori che si promettono solennemente nel momento in cui si giura fedeltà alla Repubblica e alla Costituzione. Non è una questione retorica: è una questione di coerenza tra il giuramento e l’azione.
Questo scarto può aver inciso più di qualsiasi campagna.
Ciò non significa che il SÌ sia fuori gioco. La forte esposizione del governo e la trasformazione del referendum in un passaggio politico nazionale hanno prodotto una mobilitazione significativa anche nel suo campo. Il risultato resta aperto.
Ma se l’aumento della partecipazione è stato alimentato — anche solo in parte — da un ritorno alle urne di elettori disillusi, mossi più da un’esigenza di tutela che da appartenenza politica, allora il NO potrebbe trovarsi in una posizione di vantaggio.
La linea di fondo è semplice e, allo stesso tempo, decisiva:
se ha votato di più l’elettore convinto, il risultato resta incerto; se ha votato di più l’elettore preoccupato, il NO può prevalere.
E, nella storia democratica, è spesso l’elettore preoccupato — quello che si muove quando percepisce un rischio — a determinare gli esiti più significativi.
Perché la Costituzione non è un terreno di conquista, ma un limite al potere.
E ogni volta che quel limite viene percepito come esposto, c’è sempre qualcuno che torna a difenderlo. Anche dopo anni di silenzio.
Antonio Evangelista
