DELIRIO MISTICO O CALCOLO SPREGIUDICATO: VADE RETRO… TRUMP!
Di Antonio Evangelista
Un delirio è classificato come una distorsione nella percezione o nell’interpretazione della realtà. Questo disturbo può manifestarsi in vari contesti e spesso è sintomo di condizioni psichiatriche come la schizofrenia, il disturbo bipolare o il disturbo depressivo maggiore con caratteristiche psicotiche.
Il delirio mistico è un tipo particolare di delirio caratterizzato da convinzioni intense e persistenti di natura religiosa o spirituale. Si va dalla connessione diretta con entità divine come coloro che si definiscono ‘popolo eletto da Dio’, a chi si ritiene salvato dalla morte per mano di Dio, e quindi in contatto con Lui, per adempiere a disegni più grandi che risiedono nella provvidenza celeste. E tale fenomeno può anche coinvolgere un gruppo di persone; in questo caso si parla di delirio collettivo.
Ma come inizia un delirio mistico?
L’individuo inizia a interpretare erroneamente gli eventi esterni e le percezioni interne, attribuendogli un significato particolare non basato sulla realtà. Ad esempio, una persona potrebbe credere che messaggi segreti siano nascosti nei segnali televisivi comuni, interpretando questi ultimi come diretti personalmente a sé stessa. Fino a quando il delirio diventa centrale nella vita del soggetto, influenzando fortemente il suo comportamento e le sue interazioni sociali.

Siamo dinanzi a una miscela letale di ignoranza, radicalismo religioso e anche una buona dose di intento truffaldino, quantomeno da parte di chi di questi deliri ne fa poi uso e consumo per pilotare e manipolare le masse per fini inconfessabili.
Ecco allora che appaiono facoltà paranormali come la Comunicazione divina, oppure la Missione profetica, ossia la credenza di essere stati scelti come destinatari della ‘terra promessa’… da qui la contrapposizione tra forze del bene e del male, tra ‘paesi maledetti e benedetti’ come Netanyahu ha illustrato alle Nazioni Unite reggendo due cartelli… a prova di ‘ignoranza’, che poi è l’arma segreta dei tanti pifferai magici che la storia ha conosciuto.
La trasformazione del delirio in “visione” e della pazzia in “pragmatismo” descrive il momento in cui un’idea distorta, irrazionale o isolata dal contesto sociale cessa di essere una semplice patologia e diventa una forza trasformatrice, capace di imporsi sulla realtà e riorganizzarla.
A questo punto, la questione non riguarda più soltanto la comunicazione o la costruzione simbolica della leadership. Riguarda qualcosa di più profondo e, per certi versi, più inquietante: il rapporto tra leader e masse. I casi di Donald Trump e Benjamin Netanyahu sollevano interrogativi che vanno oltre la politica contingente. Le loro dichiarazioni pubbliche — spesso caratterizzate da toni assoluti, semplificazioni estreme e attacchi frontali anche verso figure istituzionali e religiose — non sembrano indebolire il consenso. Al contrario, in molti casi lo rafforzano.
È qui che il problema si sposta: non tanto sui leader, quanto su chi li segue.
La storia offre precedenti che non possono essere ignorati. Il consenso di massa attorno a Adolf Hitler non fu il risultato di un’imposizione immediata, ma di un processo progressivo, in cui milioni di persone aderirono — spesso sinceramente — a una visione del mondo semplificata, radicale, identitaria.
Ancora oggi, una delle domande più difficili da affrontare è: come è stato possibile?
Le risposte sono molteplici: crisi economica, umiliazione nazionale, propaganda, paura. Ma nessuna di queste, da sola, è sufficiente. Esiste anche una dimensione psicologica collettiva, una tendenza a cercare figure forti, narrazioni semplici, soluzioni immediate.
In questo senso, il parallelo non riguarda le persone o i contesti storici in modo diretto, ma il meccanismo.
Quando il linguaggio si semplifica fino a diventare slogan, quando il leader si presenta come unico interprete della realtà, quando il dissenso viene delegittimato e la complessità ridotta a scontro tra opposti, il terreno cambia.
Non è più il confronto razionale a guidare il consenso, ma l’adesione emotiva.

E allora la domanda diventa inevitabile: perché milioni di persone continuano a riconoscersi in una narrazione che appare, a molti osservatori esterni, contraddittoria, aggressiva e delirante… appunto?
È possibile che, come in passato, si attivi una forma di rimozione collettiva, una sospensione del dubbio in favore della coerenza interna del racconto?
Oppure siamo di fronte a qualcosa di diverso, tipico dell’epoca contemporanea: un sistema informativo frammentato, in cui ogni gruppo costruisce la propria verità, rendendo irrilevante ogni verifica esterna?
Il punto non è stabilire se la storia si stia ripetendo.
Il punto è riconoscere che alcune dinamiche — il bisogno di appartenenza, la semplificazione del reale, la ricerca di un leader forte — attraversano il tempo e possono riemergere in forme diverse.
E allora la domanda più scomoda, ma anche più necessaria, è questa: stiamo osservando un fenomeno nuovo, oppure stiamo assistendo — con strumenti diversi — alla riattivazione di meccanismi che la storia ha già mostrato, e che forse non abbiamo mai davvero compreso fino in fondo?
La storia, quando viene osservata senza retorica, non assolve nessuno.
È vero: le masse possono essere trascinate. Possono essere sedotte da narrazioni semplici, rassicurate da leader che promettono ordine, sicurezza, identità. È accaduto nel passato, ed è accaduto anche nella Germania che portò al potere Adolf Hitler.
Ma questa non è tutta la verità.
Perché, accanto a quella massa, ci furono anche uomini e donne — spesso soli — che compresero, che si opposero, che pagarono con la libertà o con la vita. La storia li ricorda meno, ma è a loro che dobbiamo guardare per capire cosa significhi davvero responsabilità.
Ed è qui che il confronto con il presente diventa inevitabile.
Di fronte a leader come questi la questione non è più soltanto politica. È una questione di responsabilità diffusa.
Responsabilità dei leader internazionali, chiamati a decidere se mantenere un atteggiamento attendista o prendere posizione con chiarezza.
Responsabilità delle istituzioni democratiche, che dispongono di strumenti costituzionali per intervenire quando necessario.
Responsabilità dei cittadini, che non possono limitarsi a osservare, ma devono interrogarsi sul significato delle proprie scelte.
La domanda, allora, non è se la storia si stia ripetendo.
La domanda è più semplice, e per questo più difficile da eludere: quanto tempo serve, ancora, prima che si riconosca un rischio quando è già visibile?
Cosa deve accadere perché il dissenso diventi presa di posizione?
E soprattutto: qual è il punto oltre il quale non sarà più possibile dire di non aver capito?
La storia non si ripete mai nello stesso modo ma giudica, sempre, con la stessa severità e quando un bullo, seppure espressione dell’alta società, preso al guinzaglio di Netanyahu grazie allo scandalo degli Epstein files definisce il Santo Padre un ‘uomo debole’… eccolo il delirio di chi si crede ‘divino’, ma è tormentato dalle sue insicurezze e gonfia i muscoli per fronteggiare chi di muscoli non ha bisogno perché ha chiara nella sua mente la distinzione tra bene e male, tra demoni e dei!
Allora, nel momento in cui il Male reclama senza vergogna il suo orgoglio e la sua superiorità spargendo il sangue degli innocenti per il mondo ricordiamo le parole del Vangelo: “Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato nel profondo del mare” (Vangelo secondo Matteo 18,6).
Vade retro Trump e compagni di sventura!
Antonio Evangelista

