SULL’IDEA DI SOCIALISMO CHE PROPONE ABDULLAH ÖCALAN
di Alessandro Vigilante
Ho avuto accesso al messaggio sulla Pace e il Socialismo che l’autore Abdullah Öcalan ha inviato dall’isola di Imrali, dove sconta pena in carcere dal 1999, e che è stato letto dall’ex prigioniero politico Veysi Aktaş alla “Conferenza internazionale sulla pace e la società democratica” che si è tenuta a Istanbul il 6 e 7 dicembre 2025, organizzata dal Partito per l’uguaglianza dei popoli e la democrazia. (Qui il link al documento)
Il documento dell’autorevole leader comunista curdo delinea le basi della sua proposta di Confederalismo Democratico, che si configura come una nuova idea di socialismo e che tende a contrastare la barbarie della deriva bellicista, necrofila, suprematista e fascista che il capitalismo neoliberista in crisi permanente ha assunto formalmente e sostanzialmente dall’inizio del secolo XXI, dopo essersi imposto, sviluppato e strutturato nell’ultimo quarto del secolo passato.
A partire dalla mia personale esperienza teorica e pratica da trent’anni, come attivista nei movimenti eco-politici e di agente in progetti di emancipazione economica comunitaria autogestionaria in America Latina, specificatamente nello Stato di Bahia in Brasile, devo confessare con grande umiltà che il messaggio del compagno Öcalan mi ha profondamente colpito, perché ha fatto risuonare in me il diapason di tonalità concettuali ben precise, riferite a interpretazioni storico-antropologiche, ontologiche ed epistemologiche fondamentali, necessarie a tracciare le basi per la costruzione di un nuovo paradigma, sia ideologico che bio-sociologico, in grado di superare l’attuale devastante status quo multisecolare planetario.
Il primo importante richiamo ad un approccio più ampio della critica al capitalismo sorge squillante quando Öcalan ammonisce a considerarne la fonte genealogica non nella più recente Rivoluzione Industriale del XVI secolo, ma nel sistema di civiltà sviluppatosi fin da circa diecimila anni fa in quella che è considerata la culla dell’insediamento originario della specie Homo Sapiens, che successivamente è sopravvissuta all’estinzione delle altre quattro o cinque specie umane scoperte (finora); quella regione che va dal Mediterraneo al Medio Oriente e alla Bassa Mesopotamia, che è esattamente il passaggio, il centro e la congiunzione geografica tra i continenti europeo, asiatico e africano, origine primaria delle specie umane.
Il “sistema di omicidio sociale” – come Öcalan definisce la più grande controrivoluzione della specie umana perpetrata nei confronti della precedente civiltà delle comunità claniche – si venne affermando a partire da massicce migrazioni invasive di popoli cacciatori provenienti da est e nord-est. Sulla base delle considerazioni espresse nel suo messaggio, credo che Öcalan non possa non essere stato influenzato dalle teorie e dalle ricerche storiche e antropologiche della scienziata Riane Eisler, descritte nel saggio “Il calice e la spada” pubblicato nel 1996 e seguenti. Lavori nei quali l’antropologa ci propone una teoria alternativa dell’evoluzione culturale sulla base di due modelli: quello androcratico, violento e autoritario (simboleggiato dalla spada), aggressivo, e quello mutuale e gilanico (il calice), accogliente, fondato sulla collaborazione tra i sessi, considerati di pari importanza anche se con diverso ruolo.
Un approfondito studio accademico e sul campo nel quale – mostrando che la guerra tra gli uomini e tra i sessi non è determinata divinamente o biologicamente, e che il modello maschile/androcratico non è l’unica opzione sociale e culturale a nostra disposizione – l’autrice ha ricercato nel passato, anche archeologico, gli strumenti per contribuire a disegnare un futuro migliore e un destino di civiltà di tipo nuovo, che sappia resistere agli integralismi e alle barbarie, per una convivenza equa e pacifica di etnie e generi.
Di fatto, Riane Eisler dimostra sulla base di ritrovamenti archeologici (dei quali i primi, risalenti alla civiltà micenea, furono realizzati nell’isola di Creta), che fino a circa 5/6mila anni prima di Cristo le società mediterranee erano basate su schemi comunitari matriarcali, pacifici, senza grandi differenze sociali e sull’adorazione di dee femminili, che erano entità che “davano la vita” (sulla falsariga della Pachamama – Madre Terra, tipica dei nativi dell’America del Sud), mentre successivamente sono intervenute contundenti invasioni di popoli cacciatori e violenti da nord che hanno via via trasformato le culture di tutti i popoli di quelle regioni, precedentemente pacifici e cooperanti, in società maschiliste, patriarcali, autoritarie e belliche.
Öcalan esprime gli stessi dubbi che la teoria della Eisler tende a confermare rispetto al postulato dell’analisi marxiana secondo cui l’eventuale soluzione della contraddizione fondamentale Capitale/Lavoro sarebbe in grado automaticamente di esaurire la questione della contraddizione di genere Uomo/Donna, Maschile/Femminile, e – insieme ad essa suppostamente – anche quella etnico-religiosa, tra società organizzate in grandi agglomerati tendenti alla vocazione competitiva individualistica e votati allo sviluppo esponenziale infinito e lineare, opposte a comunità meno aggressive, che praticano aggregazioni comunitarie minori, cicliche e integrate con l’ecosistema.
Un altro passaggio fondamentale del messaggio di Abdullah Öcalan credo sia quello in cui si suggerisce di superare alcuni eccessi del materialismo dialettico classico, che percepiscono le contraddizioni come poli opposti destinati ad annullarsi a vicenda, ed invece intenderle come fenomeni sociali tendenziali ed evolutivi che si sostengono e si plasmano a vicenda.
Nel suo messaggio Öcalan evidenzia appunto che “la contraddizione deve essere valutata non con una logica di annientamento, ma attraverso una prospettiva storica trasformativa”. Vorrei umilmente mettere in risalto che questa postura metodologica fondamenta la pedagogia basata sull’imprescindibile trasformazione del paradigma di potere gerarchico verticale/piramidale e del suo corrollario economico lineare (che produce scarti infiniti che stanno distruggendo l’ecosistema planetario finito) utilizzato dall’homo sapiens negli ultimi 100 secoli; declinandolo in un nuovo paradigma di condivisione del potere orizzontale in rete, con la sua corrispettiva attuazione economica circolare, che invece riproduce il naturale circuito biologico, basandosi sul riciclaggio della maggior parte della materia trasformata dall’uomo, in modo da ricondurre l’ineliminabile entropia a parametri sostenibili che ci permettano di affrontare ulteriori migliaia di anni di possibile salvaguardia della specie umana.
Del resto, per esenpio, è ampiamente provato che il riciclaggio cellulare stia alla base della vita umana. Yoshinori Ohsumi, biologo giapponese, ha vinto il premio Nobel per la medicina nel 2016 per aver identificato il sistema di sopravvivenza nascosto all’interno delle cellule chiamato autofagia, quel processo che scompone le parti usurate e le ricicla in nuovi blocchi. Come indica anche l’Ayurveda, l’antica medicina che mira alla salute integrale dell’essere umano. L’autofagia è il ciclo interno di pulizia e rinnovamento cellulare. Questo ridefinisce anche la comprensione di come le nostre cellule rimangono sane e perché questo riciclaggio è importante in relazione all’invecchiamento e alle malattie, incluso il cancro. Oggi è chiaro nella medicina che nessuna malattia o necrosi si combatte esclusivamente distruggendo dal di fuori gli agenti patogeni, e invece qualsiasi cura si basa comunque sulle difese endogene appropriate e sull’equilibrio armonico tra le componenti biologiche intrinseche.
Pertanto, in questo nuovo paradigma biologico e comunitario di rete, rivolto a superare la struttura gerarchica e piramidale delle relazioni sociali e che garantisce pari dignità a tutti i differenti soggetti (i nodi interdipendenti della trama), non c’è spazio per l’annientamento dell’avversario dialogico (la lotta di una classe che abbatte e prende il posto della borghesia). Perché in una rete, se ne distruggi una parte, sarai comunque costretto a ricucire lo strappo per evitare che l’intera trama biologica e sociale (della tela della vita), di cui tutti siamo parte, si disfi. E qui risaltano i concetti fondamentali del tabù della guerra, della pena di morte, dell’omicidio (e anche dell’ecocidio) e della vendetta (bandita e sublimata collettivamente in maniera catartica dall’ancestrale cultura tribale africana); paradossalmente anche nei confronti del male più doloroso e intollerabile.
Allo stesso modo, in questo nuovo paradigma di relazioni economiche circolari non c’è spazio per la produzione di beni e strutture che non siano completamente riutilizzabili e riapprofittabili, una volta che eventualmente esauriscano i motivi per i quali sono stati realizzati. Nell’economia circolare non sono previsti scarti e rifiuti, né materiali e né sociali. Tenuto conto che, come ricorda il botanico Mancuso, nel 2021 per la prima volta dall’inizio dei tempi, il peso di tutte le costruzioni antropiche inorganiche realizzate (cemento, asfalto, plastiche, ecc.) ha superato la massa totale delle forme di vita esistenti sul nostro Pianeta Terra; non è più previsto correre verso il futuro se non si garantisce la socio-biodiversità. Come in un girotondo di mano data, in cui si agisce in comune e ci si prende cura di tutti gli elementi e degli esseri viventi che compongono la rete della totalità dell’ecosistema e della comunità.
Questi principi teorici della sostenibilità e delle relazioni biosociali in rete provengono dalle riflessioni di un altro grande scienziato in parte sottovalutato: Fritjof Capra, che partì dall’osservazione della fisica moderna, con la teoria della relatività di Einstein e la meccanica quantistica, e arrivò a comparare la vita delle particelle a quella di tutte le forme viventi più grandi, in relazione tra di loro in termini frattali. Ed inoltre percepì che, come nella quantistica ci si accorge che il tentativo stesso di determinare la posizione di un elettrone fa sì che l’elettrone cambi posizione, “l’idea formulata nella fisica moderna ci porta a capire che ogni attuazione rivolta alla conoscenza non può mai essere raggiunta solo con l’osservazione dal di fuori, ma unicamente mediante la totale partecipazione con tutto il proprio essere”.
E questa, per essere espliciti, è la traslazione a livello quantistico dell’undicesima tesi marxiana su Feuerbach, nonché la sua dimostrazione olistica. Che poi non è nient’altro che la presa d’atto del “panta rei” postulato da Eraclito. Con una correzione: il “si tratta di trasformare il mondo” marxista non è un mero monito ideologico ai filosofi, poiché scopriamo che la ricerca della conoscenza (l’interpretazione autentica e partecipata) porta immanentemente alla mutazione dello status quo. Per la costruzione e lo sviluppo della conoscenza – e del potere quindi – a livello di relazioni sociali, economiche e politiche, la partecipazione (e l’autogestione) non è solo auspicabile, ma imprescindibile. Come nella biologia e nella fisica.
Nell’ambito dell’antropologia, fu Bourdieu nel 1977 che rese palese il concetto che l’osservazione partecipe delle civiltà che non avevano avuto contato con la modernità era una contraddizione in termini, mentre era evidente che la presenza dell’antropologo cambiava inesorabilmente la condizione precedente, soggettivando qualsiasi analisi e ricerca a riguardo.
Tornando a focalizzare l’ambito socio-politico della questione, conosciamo bene il concetto di egemonia di Gramsci, per il quale la rivoluzione non è solo la conquista del potere – degli apparati coercitivi dello Stato, ma è anche costruzione di un punto di vista maggioritario del senso comune, attraverso una disputa culturale. La rivoluzione non è semplicemente un atto, ma un processo partecipato di trasformazione contemporaneo delle istituzioni e della cultura politica, le due cose non possono non andare assieme, perché altrimenti la co-evoluzione è destinata a fallire.
Anche la critica all’imprescindibile centralità dello Stato-Nazione da parte di Öcalan nel suo messaggio è sicuramente un chiaro segnale della comprensione maturata in anni di esperienza rispetto alla gestione del potere a livello locale, poiché se essa non è distribuita capillarmente ai soggetti coinvolti in prima persona, non potrà mai raggiungere l’obiettivo di soddisfare adeguatamente la maggioranza del popolo. Quando il potere si esercita attraverso la delega esclusivamente in luoghi distanti, nella capitale e nelle metropoli dello Stato-Nazione, spesso non riesce ad interpretare e a determinare le politiche pubbliche appropriate di cui una specifica realtà locale ha veramente bisogno. Il concetto chiave quindi per una concreta strategia rivoluzionaria è il coinvolgimento popolare, cosciente e competente – espresso a livello comunitario, nella partecipazione collettiva confederata.
Le grandi infrastrutture ed i servizi universali fondamentali come la fornitura dell’acqua, dell’elettricità, dei mezzi di comunicazione, dei trasporti, della sanità, dell’istruzione e della formazione permanente, della previdenza sociale, della sicurezza pubblica, della giustizia, della ricreazione e dello sport, della nettezza urbana e delle acque reflue, possono e debbono essere di proprietà pubblica statale e non privata. Ma non basta. Per non ingessare il tutto in una pachidermica burocrazia centralizzata, la loro gestione deve essere partecipata da un segmento significativo della società civile, dai propri utenti di tali servizi, dalle persone impegnate nelle organizzazioni dei movimenti popolari a livello comunitario ed in genere dai principali attori politico-economici attuanti nella comunità ad ogni livello; altrimenti – quando gestite esclusivamente dallo Stato-Nazione centrale – finiscono per riprodurre fatalmente i ricorrenti problemi legati al clientelismo, al nepotismo, alla corruzione, alle disfunzioni o all’abbandono della cosa pubblica.
I sociologi calcolano che circa il 20% della popolazione in media nel mondo si occupi di politica e di problemi sociali. Una società effettivamente democratica, emancipata e avviata verso la costruzione del socialismo ha l’onere di ampliare costantemente questa percentuale, coinvolgendo settori sempre più ampi di cittadini e di persone che assumano ruoli di partecipazione nella gestione e definizione delle politiche pubbliche ed in generale che si occupino di politica. È necessario che il potere sia condiviso, che passi dall’essere oligarchico (qualsiasi partito, gruppo sociale o classe lo egemonizzi) ad una ampiezza che si approssimi alla maggioranza della società. Solo così ha senso (e futuro) il nuovo socialismo e solo così esso potrà essere preservato da eventuali controrivoluzioni e restaurazioni.
Naturalmente, per poter svolgere il proprio ruolo partecipativo, la popolazione deve poter acquisire coscienza e competenza. Coscienza, per non essere alienati e cooptati dalle pseudo-culture individualistiche, come ad esempio il consumismo, il narcisismo mediatico e la chimera dell’affermazione egoica attraverso l’imperativo delle prestazioni, che troncano l’auspicato passaggio esistenziale dall’Io al Noi attraverso l’empatia con l’altro da sé. Competenza, per poter esercitare adeguatamente il proprio potere di suggerimento, progettazione, decisione, accompagnamento e controllo delle politiche pubbliche messe in atto nella propria comunità di appartenenza e, per raggiungere tale obiettivo, possedere gli strumenti che permettano ai cittadini di saperle scegliere, approvare e difendere. E questo ovviamente postula la necessità di destinare parte significativa delle risorse pubbliche ad attività di formazione permanente durante tutto il percorso di vita delle persone.
Un contributo in tal senso si trova anche nel “Saggio sul socialismo” ripubblicato aggiornato dal politico brasiliano Tarso Genro nel 2021, nel quale si riconosce come la vecchia identità operaia sia andata diluendosi, nella modernità industriale, in una accentuata frammentazione della struttura di classe tradizionale. E quindi, “per ricostruire il nuovo soggetto, prima ancora dell’ammodernato progetto socialista stesso, è necessaria una nuova vita pubblica organica, affinché la maggioranza dei lavoratori inizi a condividere nuove identità in un nuovo modo di convivenza, al di fuori della logica del mercato capitalista. E questa condivisione deve essere necessariamente transterritoriale, di genere, culturale e multilingue. Si tratta della creazione di un movimento politico che contenga i germi di un nuovo modo di vivere, alla ricerca di nuove forme di articolazione economica, a partire da un programma minimo in cui le attività produttive – sociali e culturali – contribuiscano ad implementare una nuova esistenza in comune, nuove relazioni e nuovi modi di produrre, sia cibo sano che beni di base dell’industria necessari per una vita dignitosa”.
Tali suggerimenti e proposte vengono concretizzandosi oggi in varie parti del mondo attraverso lo sviluppo di relazioni sociali e di lavoro in forma associativa e cooperativistica, alimentando il peculiare settore della “Economia Solidale” e della finanza etica. Questo specifico ambito di attuazione stimola atresì la necessità di avanzare nella sperimentazione di pratiche che contribuiscano a sviluppare forme sempre più efficienti di auto-organizzazione, che vengono portate avanti in varie esperienze concrete di comunità autogestite, come quelle dei zapatisti del Chiapas, dei curdi a Kobane, delle Comunas in Venezuela, dei Comitati di Difesa della Rivoluzione a Cuba o nelle scuole e cooperative agroecologiche dei Sem Terra brasiliani, maggiori produttori di riso bio del mondo.
Come credo desideri suggerire Öcalan, le esperienze e le prerogative su menzionate sono le basi del paradigma comunitario democratico confederale, che potrà contribuire a farci superare lo stadio obsoleto degli Stati-Nazione verso forme di convivenza sociale e politica molto più avanzate ed emancipate, che possano permettere la sperimentazione di forme concrete di pace e socialismo e che ci distanzino anche culturalmente dalla fase delle rivoluzioni annientatrici ottocento e novecentesche, per transitare verso processi permanenti, ampiamente inclusivi e partecipati, di co-evoluzione che coinvolgano il più possibile delle socio-biodiversità in reti orizzontali e non gerarchiche.
Probabilmente non si tratterà più di fare le rivoluzioni con le barricate e le teste mozzate. Quel tipo di sommovimenti violenti hanno mostrato il meglio di sé nei due secoli trascorsi prima dell’attuale in cui viviamo. Ed hanno dimostrato inequivocabilmente che sono perfetti per distruggere, ma anche che non risultano appropriati per costruire un mondo nuovo, poiché ad un certo punto mostrano quasi sempre ciclicamente gli stessi problemi di restaurazione dei poteri oligarchici, con le masse alla finestra, non più coinvolte in prima persona come nelle fasi iniziali dell’ardore ribelle.
Poiché sembra apparire chiaro a molti che l’Estetica (il come) vada inevitabilmente a braccetto con l’Etica (il cosa). Le compagne femministe, per esempio, ci insegnano che “il pane e le rose” sono prerogative inscindibili. Jean-Jaques Rousseau affermava che “è difficile ridurre all’obbedienza chi non ama comandare”. I sufi suggeriscono che “la meta è il viaggio”, cioè la maniera in cui percorri il cammino per costruire il mondo nuovo determina inesorabilmente la struttura di ciò che sarà. A livello popolare si tramanda il proverbio: “chi semina vento raccoglie tempesta”. E infine, come ricordava il maestro Paulo Freire: “Quando l’educazione non è libertaria, il sogno dell’oppresso è diventare oppressore”.
Se lottiamo per l’emancipazione dei molti – troppi – oggi subalterni, l’unico cammino rivoluzionario coerente è il percorso impervio della devoluzione della parola alla maggioranza finora silenziata. La devoluzione ai diseredati e ai dannati della Terra del potere della pronuncia della parola e della realtà: che è l’arma più potente, quella della capacità di determinare il proprio destino. E quindi non la mera disponibilità di armi di morte, ma l’avanzare verso l’effettivo capovolgimento del paradigma egemonico: la forza e il potere della politica e della ragione condivisa che supera e sostituisce la ragione (di Stato) del potere e la politica della forza.
La rivoluzione trionfante dei popoli del terzo millennio sarà allora una “Co-Evoluzione Partecipativa”, la più ampia possibile. Non saranno le guerre militari o civili, i combattimenti violenti, le eliminazioni dei “nemici” più irrecuperabili a consegnarci una società migliore e libera dalle sopraffazioni. Non saranno i capi e nemmeno i pochi autoproclamatisi come “avanguardie” ad insegnarci e consegnarci il futuro preparato, pronto e definitivo.
Quando le maggioranze partecipative si incaricheranno di guidare i processi, in comunità gestite attraverso democrazie effettive, delegando meno e possedendo gli strumenti per assumersi le proprie responsabilità in prima persona, quei popoli avranno raggiunto uno stadio maggiormente avanzato di umanità – più piena di dignità – che tanto desideriamo e un giorno meriteremo.
L’importante è che ognuno faccia quotidianamente con coraggio, speranza e felice solidarietà la sua piccola infinitesima parte. E la svolga – come dicono i brasiliani delle comunità popolari e delle favelas – “senza mai lasciar spegnere il samba”…
Alessandro Vigilante

