IL RUMORE DEI CHIODI

di Antonio Evangelista 

 

In principio ci fu Pilato.

Non fu lui a inchiodare Cristo alla croce. Non impugnò il martello, non intrecciò la corona di spine, non vibrò il colpo di lancia. Fece qualcosa di infinitamente più comodo: si lavò le mani.

Consegnò il Figlio di Dio alla folla, lasciando che fosse il popolo a scegliere Barabba. Così nacque l’alibi eterno dell’umanità: non è colpa mia, sono stati gli altri.

Da allora la storia non ha mai smesso di ripetersi.

Cambiano gli imperi, cambiano le bandiere, cambiano le lingue, cambiano i confini. Ma Pilato è sempre lì.

Si lavarono le mani mentre i popoli indigeni delle Americhe venivano sterminati. Si lavarono le mani mentre milioni di africani venivano strappati alla loro terra e ridotti in schiavitù. Si lavarono le mani mentre intere generazioni di giovani venivano gettate nei tritacarne delle guerre costruite dagli interessi economici, dall’avidità della finanza, dall’ambizione della politica e dall’industria delle armi.

Gli stessi che decidevano le guerre furono spesso i primi, finite le stragi, a deporre corone d’alloro davanti ai monumenti ai caduti, celebrando l’eroismo di coloro che essi stessi avevano mandato a morire.

È il più antico degli inganni.

Si costruisce un nemico.

Si alimenta la paura.

Si chiede il sacrificio.

Si raccolgono i profitti.

Poi si celebra il dolore.

La Scrittura racconta che Isaia vide il Servo sofferente come “trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità”. E Giovanni, indicando Gesù, pronunciò parole destinate ad attraversare i secoli: “Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo.”

Quel sacrificio avrebbe dovuto insegnare una volta per tutte il valore assoluto della vita umana.

E invece continuiamo a inchiodare innocenti.

Oggi, mentre politici, giornalisti, analisti e opinionisti discutono ossessivamente quale sia il termine più corretto — guerra, rappresaglia, autodifesa, pulizia etnica, genocidio — il male ha già vinto.

Perché il male vince ogni volta che le parole diventano più importanti delle vite.

A Gaza, come in ogni luogo dove gli innocenti vengono travolti dalla guerra, si continua a morire sotto gli occhi del mondo. Possiamo attribuire ai fatti il nome che preferiamo; possiamo rifugiarci nelle definizioni, nelle statistiche, nei comunicati ufficiali. Ma nessuna parola riuscirà a coprire il rumore del metallo che penetra nella carne.

È il rumore dei chiodi.

Sono i chiodi della Croce.

Sono i chiodi che continuano a inchiodare migliaia di uomini, donne e bambini.

Cristo aveva detto: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.” Se queste parole hanno ancora un significato, allora ogni bambino ucciso, ogni madre disperata, ogni padre sepolto sotto le macerie, ogni innocente sacrificato porta ancora il volto del Crocifisso.

Non è soltanto una tragedia umanitaria.

È l’ennesima crocifissione.

E questa volta nessuno potrà dire: “Non sapevo.”

Nessuno potrà rifugiarsi dietro il silenzio.

Nessuno potrà ripetere le formule che hanno accompagnato tutte le tragedie della storia: “Obbedivo agli ordini.” “Non potevo fare diversamente.” “Non avevo scelta.”

Oggi vediamo tutto.

Ogni bomba.

Ogni maceria.

Ogni corpo.

Ogni grido.

Ogni lacrima.

Ogni silenzio.

Pilato continua a lavarsi le mani, ma oggi l’acqua non basta più.

Le coscienze sono chiamate a scegliere.

Perché non esistono soltanto gli assassini.

Esistono anche gli indifferenti.

Esistono coloro che trasformano il dolore in propaganda.

Coloro che usano Dio come una bandiera.

Coloro che pregano in pubblico e dimenticano il comandamento dell’amore.

Coloro che parlano di pace mentre alimentano la guerra.

Coloro che trasformano la fede in uno strumento di potere.

Se Dio esiste, non abita nei palazzi del potere né nelle liturgie dell’ipocrisia.

Abita tra gli ultimi.

Tra gli affamati.

Tra i profughi.

Tra chi piange.

Tra chi viene sepolto senza un nome.

Perché Dio non è morto.

È l’uomo che continua ad allontanarsi da Lui.

E se davvero tutta l’umanità è il popolo di Dio, allora ogni guerra combattuta contro gli innocenti è una guerra combattuta contro Dio stesso.

La storia giudicherà i responsabili.

Le coscienze giudicheranno i complici.

E ciascuno dovrà interrogarsi non tanto su quale parte abbia sostenuto, ma su quale parte abbia avuto il coraggio di difendere quando la dignità dell’uomo veniva calpestata.

Forse il vero peccato del nostro tempo non è soltanto la violenza.

È l’abitudine alla violenza.

L’assuefazione.

L’indifferenza.

Il trasformare l’orrore in notizia, la notizia in statistica e la statistica in normalità.

È allora che il rumore dei chiodi ricomincia.

Ed è allora che il Golgota non appartiene più al passato.

Perché Cristo continua a essere crocifisso ogni volta che un innocente viene sacrificato sull’altare del potere, dell’odio o dell’indifferenza.

E forse, davanti a tutto questo, non resta che ascoltare ancora una volta il grido che attraversa i secoli, il grido dell’uomo e del Figlio di Dio, il grido di ogni innocente abbandonato:

«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Matteo 27,46).

 

Antonio Evangelista

Un pensiero su “IL RUMORE DEI CHIODI”
  1. Bel pezzo. Peccato che nel finale vuole concludere affermando che “Dio non è morto”. Il problema è che dio è una creazione umana e quindi il castello dell’indignazione, così ben costruito, crolla sotto la menzogna che l’uomo stesso si racconta per lavarsi le mani – in nome del creatore e della sua supposta provvidenza – dalle responsabilità di cambiare rotta.

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