CAVALLI DI TROIA E LEADER DIMEZZATI
di Antonio Evangelista
Si continua a discutere di Vannacci. Entrerà nel governo? Darà vita a un nuovo movimento? Diventerà il federatore del dissenso di destra?
Sono domande legittime. Ma forse non sono quelle giuste.
Il rischio è che il dibattito politico italiano continui a concentrarsi sui nomi, mentre il vero cambiamento riguarda il terreno stesso sul quale si svolge la competizione democratica.
Per decenni abbiamo pensato che le guerre si combattessero con gli eserciti. Oggi sappiamo che non è più così. Le grandi potenze, l’alta finanza, gli attori economici globali, le piattaforme digitali, le reti di influenza culturale e politica competono sempre più per orientare il consenso, costruire narrazioni, influenzare il dibattito pubblico. La cosiddetta “guerra cognitiva” non è una teoria del complotto: è un concetto studiato nelle accademie militari, nei centri di ricerca e nelle istituzioni internazionali.
In questo scenario, l’Italia non è un osservatore neutrale. Per la sua posizione geografica, per il suo peso politico ed economico, per il ruolo che riveste nel Mediterraneo e nell’Alleanza Atlantica, rappresenta uno dei Paesi più esposti alle dinamiche della competizione geopolitica.
Ed è qui che il dibattito politico assume una luce diversa.
Da una parte ci si può domandare se nuovi soggetti politici destinati a raccogliere il malcontento dell’elettorato rappresentino autentiche alternative o, piuttosto, nuovi contenitori del dissenso destinati a ricondurre la protesta entro equilibri già esistenti.
Dall’altra, è legittimo interrogarsi su quanto le grandi reti culturali, economiche e associative internazionali possano incidere, direttamente o indirettamente, sulla formazione delle classi dirigenti, sulle priorità del dibattito pubblico e sugli orientamenti politici. Non è un fenomeno nuovo: durante la Guerra Fredda le influenze esterne sui sistemi politici europei erano una realtà documentata. Oggi gli strumenti sono cambiati, ma la competizione per l’influenza non è certo scomparsa.
La questione, allora, non riguarda soltanto la destra o la sinistra.
Riguarda la capacità dell’intero sistema democratico di preservare la propria autonomia.
Negli ultimi mesi il centrosinistra ha mostrato profonde divisioni su temi internazionali di primaria importanza, mentre il centrodestra è apparso più compatto nelle proprie scelte strategiche. Si può leggere questa dinamica come il semplice risultato di differenti culture politiche. Ma è altrettanto legittimo chiedersi se una crescente frammentazione non renda qualsiasi schieramento più vulnerabile alle pressioni, alle narrazioni e agli interessi che attraversano il contesto internazionale.
La storia italiana invita alla prudenza.
Nei momenti di maggiore trasformazione geopolitica il nostro Paese è spesso diventato il punto d’incontro di interessi diversi. Il caso Moro, al di là delle ricostruzioni più controverse, resta il simbolo di una stagione nella quale le vicende interne italiane erano strettamente intrecciate agli equilibri della Guerra Fredda. Sarebbe ingenuo pensare che, nell’epoca della globalizzazione, tali dinamiche siano semplicemente scomparse.
La vera domanda, dunque, non è se esistano influenze esterne. La storia dimostra che ogni Stato democratico convive con tentativi di influenza provenienti da altri Stati, da grandi gruppi economici, da organizzazioni internazionali e da reti culturali.
La domanda è un’altra.
Le istituzioni italiane, i partiti, i media e la società civile possiedono ancora gli anticorpi necessari per garantire che le decisioni fondamentali vengano assunte nell’interesse della Repubblica?
Forse è proprio questo il tema che dovrebbe precedere ogni discussione sui leader.
Perché Vannacci, Meloni, Schlein o chiunque altro rappresentano figure destinate, prima o poi, a lasciare il passo. Le sfide che attendono l’Italia, invece, resteranno: la ridefinizione dell’ordine internazionale, la sicurezza europea, la transizione energetica, l’intelligenza artificiale, la competizione economica globale.
Di fronte a questi cambiamenti, continuare a discutere soltanto di nomi rischia di essere un lusso che il Paese non può più permettersi.
Forse il vero confronto non è più tra destra e sinistra.
È tra una politica che rincorre gli eventi e una politica capace di comprenderli.
Perché una democrazia può difendere i propri confini con gli eserciti, ma difende la propria sovranità soltanto se i cittadini conservano la libertà di formarsi un’opinione attraverso un dibattito aperto, trasparente e pluralista.
È questa, probabilmente, la vera sfida dell’Italia nei prossimi anni. Ed è una sfida che riguarda tutti, ben oltre gli schieramenti politici.
Ecco, vorrei rivolgermi soprattutto ai più giovani, ma senza lasciare indietro il partito di maggioranza che oggi è rappresentato dall’astensione.
Non lasciate che siano altri a decidere il vostro futuro, tornate e risorgete come i partigiani perché la lotta non è finita. Imbracciate le armi della conoscenza, del dubbio e della ragione.
Informatevi. Dubitate delle verità preconfezionate. Confrontate le fonti. Leggete chi la pensa diversamente da voi. Coltivate il pensiero critico, perché è la prima forma di libertà.
E poi andate a votare e prendete la mira puntando contro chi vi vuole senza voce e senza domani.
Fatelo come se da quel voto dipendesse il futuro della Repubblica. Perché, in fondo, è sempre stato così… la lotta non è finita.
Le democrazie raramente scompaiono all’improvviso. Più spesso si affievoliscono poco alla volta, quando i cittadini smettono di partecipare, rinunciano a interrogarsi e delegano a ‘leader’ dimezzati da influenze esterne lasciando ad altri il compito di scegliere. E sceglieranno, come hanno scelto sinora, il meglio per loro… anziché per il Paese.
La notte non cala all’improvviso.
Arriva con il crepuscolo dell’indifferenza.
Ed è proprio in quel crepuscolo che il bene può smarrirsi e il male imparare a travestirsi da virtù fingendo di guidarvi verso mete ingannevoli, senza slancio, senza visione.
Che cominci la Resistenza!
Antonio Evangelista
