Una super petrolieraUna super petroliera

GUERRA USA-IRAN: PERCHE’ IL PREZZO DEL PETROLIO NON E’ AUMENTATO?

 

Quando è scoppiata la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran il mercato petrolifero avrebbe potuto crollare, cosa che alla fine non è avvenuta: cinque mesi dopo lo scoppio del conflitto, il greggio Brent rimane circa 40 dollari al di sotto del massimo di 126 dollari al barile che ha raggiunto il 30 aprile. 

Ma cosa è successo? Perché il mercato non è crollato? La chiave per risolvere questo grande mistero, così chiamato The Atlantic, è stata la Cina, ma i meccanismi di Pechino sono rimasti nascosti, ora vengono alla luce. 

Settimane dopo lo scoppio del conflitto, la Cina, il più grande importatore mondiale di greggio, ha dimezzato l’acquisto di petrolio, che ha impedito l’aumento dei prezzi dei carburanti. Grazie alla decisione del gigante asiatico, altri paesi sono stati in grado di acquistare il petrolio “liberato”. In questo modo è stato evitato un aumento catastrofico dei prezzi del greggio, cosa ipotizzata all’inizio della guerra.

Secondo l’Economist, Pechino ha utilizzato il metodo dell’ingegneria statale, utilizzando il greggio già immagazzinato nei suoi depositi, vietando o limitando la vendita di carburante ad altre nazioni e controllando la quantità di carburante consumato dalle aziende e dalla popolazione all’interno del Paese. In termini economici, ha liberato le riserve, limitato le esportazioni e gestito la domanda.

Il lato positivo è che, se la Cina continua a stabilizzare il mercato mondiale dei carburanti, ciò faciliterà la pianificazione degli investimenti in nuove produzioni, ha osservato il giornale.

Tuttavia, secondo il quotidiano, persistono anche aspetti negativi del controllo dei prezzi del petrolio da parte della Cina. Il controllo sulle esportazioni di Pechino ha creato un deficit di diesel, benzina e cherosene sul mercato. Inoltre, la Cina nasconde informazioni sulle sue riserve di greggio, creando rischi per altri paesi: non si sa per quanto tempo la nazione asiatica potrebbe contenere l’aumento dei prezzi. Tutti questi fattori rendono difficile prevedere il mercato petrolifero.

Calcolare come la Cina ha salvato l’economia mondiale è semplice. Prima delle ostilità, attraverso lo stretto di Hormuz passavano 20 milioni di barili al giorno, che rappresentavano un quinto del volume totale di petrolio mondiale. Quando è scoppiata la crisi, Pechino ha smesso di acquistare cinque milioni di barili al giorno, una quantità enorme (circa un quarto di quello che è stato perso a causa della chiusura della via marittima).

Le opinioni sulle ragioni di questo modo di agire di Pechino sono diverse. Alcuni esperti ritengono che la Cina cerchi di costruire un soft power salvando l’economia mondiale o guadagnando un vantaggio nella lotta economica con gli Stati Uniti. Alcuni pensano che questo dimostri al mondo che potrebbe resistere con successo a una crisi petrolifera.

Altri ritengono che la Cina difenda le economie straniere per proteggere la sua base industriale. La sua economia si basa sull’esportazione massiccia di prodotti fabbricati all’interno del paese. Se i clienti in Europa e in Asia non potessero acquistare i loro beni, perderebbero “metà del loro mercato di esportazione e, di conseguenza, una parte importante della loro economia”, ha osservato il giornalista Max Fisher.

A questo bisogna poi aggiungere che gli Stati Uniti hanno liberato le loro riserve strategiche tamponando temporaneamente la mancanza di greggio sul mercato. Operazione questa che ha visto una riduzione sostanziale delle scorte statunitense valutate attualmente intorno ai 300 milioni di barili, livello mai raggiunto negli ultimi decenni.

 

Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info

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