Il radar statunitense in QatarIl radar statunitense in Qatar

COME DISTRUGGERE L’ECONOMIA DI UNA REGIONE SENZA OTTENERE NULLA

 

Come riuscire a distruggere l’economia di un’intera regione senza ottenere un bel nulla: così si potrebbe sintetizzare la guerra intrapresa dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran.

Poi ci sono le dichiarazioni di Donald Trump e soci che annunciano una guerra economica senza precedenti contro Teheran che dovrebbe portare al collasso il paese persiano. Intanto le nazioni del Golfo Persico iniziano a leccarsi le ferite, ferite che non si rimargineranno per anni.

L’economia dei Paesi del Golfo, costruita per decenni su una formula semplice – entrate petrolifere,  sussidi sociali generosi e lealtà della popolazione, con manodopera straniera a basso costo – si sta sbriciolando.

La formula ha funzionato per mezzo secolo, ma ora si sta sgretolando. 

L’Arabia Saudita ha chiuso il primo trimestre con un deficit di 125,7 miliardi di rial (circa 33,5 miliardi di dollari), quasi il triplo delle previsioni annuali. Per la prima volta da decenni, il governo inizia a tagliare i sussidi, e le richieste di fallimento stanno aumentando, colpendo soprattutto il commercio al dettaglio e l’edilizia.

Negli Emirati Arabi Uniti, l’inflazione è ai massimi da 15 anni, con un balzo dell’80% dei prezzi del carburante. I cittadini (solo il 10% della popolazione) ricevono aiuti, ma i lavoratori stranieri a basso reddito stanno già protestando. 

In Kuwait, il deficit di bilancio è in aumento e l’incapacità del governo di accedere al fondo sovrano o per emettere debito sta creando una pressione insostenibile su un Paese dove il 90% dei dipendenti pubblici ha debiti.

Il Bahrein, il più vulnerabile della regione, con un debito pubblico al 152% del PIL, sta già affrontando disordini sociali e repressione. 

Il Qatar ha ridotto i bilanci dei ministeri del 30% e gli aiuti esteri di circa l’85% perché la guerra con l’Iran ha un impatto crescente sulle finanze dello stato del golfo

Il Financial Times sottolinea inoltre  che gli attacchi iraniani a Ras Laffan, il più grande centro mondiale per la produzione e il trasbordo di gas naturale liquefatto (GNL), hanno ridotto le capacità di esportazione del Qatar del 17%, e le interruzioni del traffico marittimo nello Stretto di Ormuz hanno ulteriormente limitato le forniture energetiche. La ricostruzione delle infrastrutture del GNL danneggiate potrebbe richiedere dai tre ai cinque anni.

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) prevede che l’economia del Qatar si contrarrà dell’8,6% nel 2026, mentre le stime indicano che il Qatar e il Kuwait stanno perdendo da 1,5 a 2 miliardi di dollari a settimana a causa del calo delle entrate energetiche.

L’ONU stima che la regione abbia perso da 120 a 194 miliardi di dollari, con 3,6 milioni di posti di lavoro a rischio e fino a 4 milioni di persone che potrebbero cadere in povertà.

La stabilità politica, storicamente garantita dai petrodollari, ora è a rischio. Una popolazione giovane e disoccupata, come mostrano i grafici demografici, potrebbe far precipitare la situazione in una nuova primavera araba oppure riversarsi nei paesi vicini, Europa compresa.

Insomma un grande successo per Donald Trump e i suoi amici, un successo che anche noi, fedeli sudditi, pachiamo salato, mentre ci gongoliamo con le parole di Putin che ha affermato che la guerra con l’Ucraina sta provocando problemi all’economia russa, dimenticandoci che per quest’anno viene previsto per Mosca un aumento del PIL dell’1%, ben lontano dai nostri aumenti decimali. (Infodefense) 

 

Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info

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