7 OTTOBRE: NON LO HANNO IMPEDITO?!
di Antonio Evangelista
Se Netanyahu fu avvertito e non agì, il problema non è più ciò che Israele sapeva. È ciò che decise di non fare.
C’è una domanda che, dopo il 7 ottobre 2023, torna sempre più difficile da eludere: Israele poteva sapere che Hamas stava preparando un attacco?
Oggi la domanda diventa ancora più inquietante: Benjamin Netanyahu fu personalmente avvertito che l’attacco era imminente?
Secondo un’inchiesta pubblicata oggi da Haaretz, sì. Il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed Al Nahyan, avrebbe parlato direttamente con Netanyahu pochi giorni prima del 7 ottobre, avvertendolo che Yahya Sinwar stava preparando una grande operazione contro Israele. La telefonata sarebbe durata circa 45 minuti. Una fonte emiratina ha confermato al Times of Israel l’esistenza della conversazione. Netanyahu nega categoricamente che sia mai avvenuta.
Dunque, per ora, una cosa va detta con precisione: è una rivelazione giornalistica, non un fatto giudiziariamente accertato.
Ma anche mettendo da parte questa nuova rivelazione, il problema non scompare.
Perché le informazioni c’erano già.
Un anno prima dell’attacco, l’intelligence israeliana aveva acquisito il cosiddetto “Muro di Gerico”, un documento di circa quaranta pagine che descriveva con sorprendente precisione le modalità dell’attacco: infiltrazioni, obiettivi, droni, razzi, parapendii, motociclette, neutralizzazione dei sistemi di sorveglianza e dislocazione delle forze israeliane.
Mancava una cosa sola: la data.
Non mancava il piano.
Non mancavano i segnali.
Mancava soltanto il giorno.
E quando, nell’estate del 2023, una funzionaria dell’Unità 8200 segnalò che Hamas stava addestrando i propri uomini seguendo proprio quelle modalità, la sua denuncia fu respinta dalla Divisione Sud dell’IDF come “totalmente fantasiosa”. Lei insistette: non era un’esercitazione, scrisse, ma un piano destinato a iniziare una guerra.
Poi arrivarono altri segnali.
Secondo la documentazione raccolta, anche servizi stranieri avevano lanciato allarmi. E alle 5:20 del 7 ottobre, proprio mentre l’attacco stava per cominciare, ai soldati del battaglione Golani sarebbe stato ordinato di sospendere le normali pattuglie lungo la barriera fino alle 9 del mattino. La testimonianza è stata resa nel 2025 alla Knesset dal soldato Shalom Sheetrit.
A questo punto possiamo anche scegliere la versione più benevola possibile.
Dimentichiamo per un momento ogni teoria del complotto.
Supponiamo che nessuno volesse il massacro.
Supponiamo che nessuno abbia deliberatamente aperto la porta ad Hamas.
Supponiamo che nessuno abbia voluto sacrificare i propri cittadini.
Resterebbe comunque una domanda enorme: che cosa deve accadere perché un fallimento dell’intelligence diventi una responsabilità per omissione?
Perché conoscere un rischio e non conoscerlo sono due cose completamente diverse.
Ricevere un allarme e non riceverlo sono due cose completamente diverse.
Essere informati della possibilità concreta di un attacco e decidere di non modificare la propria postura di sicurezza non è la stessa cosa che essere colti completamente di sorpresa.
È qui che il 7 ottobre cambia natura.
Non parliamo più soltanto di un’intelligence che “ha fallito”.
Parliamo di una catena decisionale.
Chi sapeva?
Chi fu informato?
Chi poteva decidere?
Chi non decise?
E soprattutto:
chi aveva l’obbligo di impedire che accadesse?
Nel diritto penale, l’omissione può assumere rilievo quando chi ha un preciso obbligo giuridico di impedire un evento non interviene. Ma una cosa è affermare questo principio generale; altra cosa è dimostrare, in un processo, che una determinata persona aveva quello specifico obbligo, che conosceva il rischio concreto e che la sua omissione fu causalmente collegata all’evento.
È esattamente per questo che la domanda su Netanyahu non può essere liquidata come una semplice disputa politica.
Se sarà dimostrato che fu personalmente avvertito di un attacco imminente, che disponeva dell’autorità necessaria per adottare misure preventive e che, nonostante ciò, non agì, la questione diventa giudiziaria.
Non perché lo dica un giornale.
Non perché lo dica un avversario politico.
Ma perché, in uno Stato di diritto, anche il capo del governo risponde delle proprie decisioni e delle proprie omissioni.
E c’è un’altra circostanza che rende questa vicenda ancora più difficile da ignorare.
Il 21 novembre 2024 la Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto nei confronti di Benjamin Netanyahu per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nella conduzione della guerra a Gaza. La Corte ha precisato che si tratta di accuse e che il procedimento deve stabilire la responsabilità penale individuale.
Non è il mandato per il 7 ottobre.
Ma è un dato che non può essere ignorato quando si parla della responsabilità personale del primo ministro israeliano nella gestione del conflitto successivo.
E allora il punto non è stabilire oggi, attraverso un articolo, se Netanyahu sia penalmente responsabile del 7 ottobre.
Quello spetta a un tribunale.
Il punto è molto più semplice.
Se un uomo che aveva il potere di impedire una tragedia fu informato della tragedia imminente e non fece ciò che era necessario per impedirla, qualcuno dovrà spiegare perché.
Perché nella migliore delle ipotesi abbiamo davanti uno dei più giganteschi fallimenti di prevenzione nella storia dell’intelligence moderna.
Nella peggiore, qualcosa di molto più grave.
E fra queste due ipotesi c’è una sola cosa che può stabilire la verità: un’inchiesta indipendente, completa e senza tabù.
Perché il 7 ottobre non può essere archiviato con la parola “sorpresa”.
La sorpresa riguarda chi non sapeva.
Qui la domanda è un’altra: chi sapeva e non agì?
C’è, infine, una considerazione che sento di dover aggiungere.
Non la faccio da romanziere.
La faccio da ex operatore dell’antiterrorismo internazionale.
Nel contrasto al terrorismo jihadista esiste una differenza fondamentale rispetto a molte altre forme di minaccia: la prevenzione può essere l’unico momento nel quale è ancora possibile fermare l’attacco.
Jihad, ISIS e le altre formazioni confessionali radicali hanno dimostrato, in più occasioni, di poter utilizzare anche l’attacco suicida come strumento operativo.
Quando chi decide di colpire è disposto a morire insieme alle proprie vittime, cambia la natura stessa della minaccia.
Non sempre esiste una deterrenza efficace.
Non sempre esiste una possibilità concreta di negoziazione.
E, soprattutto, quando l’attacco è già cominciato, spesso è troppo tardi.
Chi porta una bomba addosso e ha deciso di utilizzarla contro altre persone non può essere fermato con una trattativa.
Può essere fermato prima.
È questa la ragione per cui, nella lotta al terrorismo, ogni informazione deve essere raccolta, verificata, confrontata e valutata.
Un’allerta può rivelarsi fondata.
Può essere incompleta.
Può essere imprecisa.
Può perfino risultare, alla fine, infondata.
Ma ignorarla senza averla adeguatamente valutata significa correre un rischio che un apparato di sicurezza non dovrebbe permettersi.
Perché la prevenzione non consiste nel sapere con certezza che un attentato avverrà.
Consiste nel considerare seriamente la possibilità che possa avvenire e nell’attivare, sulla base delle informazioni disponibili, tutte le misure necessarie per ridurne la probabilità.
Nel terrorismo, spesso, la differenza fra una strage e un attentato sventato può essere nascosta in una telefonata, in una segnalazione, in un nome, in un movimento apparentemente insignificante.
Per questo gli allarmi non si possono e non si devono ignorare.
Devono essere analizzati.
Devono essere verificati.
Devono produrre una risposta proporzionata al rischio.
Perché quando si arriva al momento in cui l’uomo con la bomba ha già deciso di farsi esplodere, la prevenzione ha fallito il suo compito più importante: arrivare prima.
E nel antiterrorismo, arrivare prima significa tutto.
Antonio Evangelista

