11 SETTEMBRE: VENTICINQUE ANNI DOPO, LE VITTIME ASPETTANO ANCORA LE RISPOSTE
di Antonio Evangelista
Non è soltanto una data. È una ferita nella memoria dell’Occidente. E forse anche una domanda che non abbiamo ancora avuto il coraggio di porci fino in fondo.
L’11 settembre 2001 il mondo cambiò volto.
In pochi minuti, New York divenne il simbolo di una tragedia che avrebbe provocato migliaia di vittime e aperto una stagione di guerre destinata a cambiare la storia del XXI secolo.
Prima l’Afghanistan. Poi l’Iraq.
Interventi militari, intelligence, terrorismo, petrolio, gas, finanza, nuove alleanze e vecchi interessi si sarebbero intrecciati per decenni, mentre il mondo occidentale imparava una nuova parola: guerra al terrorismo.
Oggi, a venticinque anni di distanza, il primo dovere resta quello di ricordare.
Ricordare gli uomini e le donne che quel mattino entrarono al lavoro e non tornarono più a casa. I vigili del fuoco, i poliziotti, i soccorritori. I passeggeri degli aerei. Le persone che si trovavano nelle Torri Gemelle e al Pentagono. E tutti coloro che negli anni successivi hanno pagato, direttamente o indirettamente, il prezzo di quella tragedia.
A loro va il nostro rispetto.
Ma ricordare non significa soltanto deporre una corona o osservare un minuto di silenzio.
Ricordare significa anche continuare a fare domande.
Ed è proprio dalle domande che nasce WAR STREET – L’INGANNO DEMOKRATICO, il mio ultimo libro.
Non un libro sull’11 settembre in senso stretto, ma un thriller geopolitico che parte da una domanda più ampia e scomoda: quanto della storia che ci viene raccontata è storia e quanto è invece la versione della storia costruita da chi dispone del potere, del denaro e dell’informazione?
Nel romanzo, alla vigilia dell’11 settembre, un contabile si accorge di qualcosa che non dovrebbe esserci.
Nei mercati finanziari compaiono movimenti anomali. Alcuni titoli vengono venduti allo scoperto. Contemporaneamente, le aziende della difesa sembrano attirare capitali in modo apparentemente inspiegabile.
E c’è un altro particolare.
Poco prima della tragedia, l’operazione immobiliare che riguarda il World Trade Center viene accompagnata da una modifica delle coperture assicurative contro il terrorismo.
Nel libro questi elementi diventano il punto di partenza di una storia di potere, denaro e guerra.
È fiction.
Ma è una fiction che mette in scena fatti, personaggi, eventi e interrogativi appartenenti alla storia reale, costringendo il lettore a fermarsi proprio dove normalmente la narrazione ufficiale sembra già aver dato tutte le risposte.
Perché il problema non è soltanto sapere chi ha materialmente compiuto un attentato.
Il problema, per chi cerca di comprendere la storia, è capire che cosa è accaduto dopo.
L’11 settembre aprì la strada all’invasione dell’Afghanistan. Due anni dopo arrivò l’Iraq.
Milioni di persone avrebbero conosciuto guerre, occupazioni, terrorismo, migrazioni e distruzioni.
E intorno alla guerra si mosse un’economia gigantesca: armamenti, sicurezza, ricostruzione, energia, infrastrutture, petrolio, gas, banche e mercati finanziari.
È qui che entra in scena la War Street.
Non la Wall Street delle quotazioni e dei grandi investimenti, ma una strada ideale nella quale guerra e finanza finiscono per incontrarsi.
Perché ogni guerra produce distruzione.
Ma la distruzione, per qualcuno, può diventare anche un mercato.
E allora la domanda diventa inevitabile:
chi guadagna dalle guerre?
Non è una domanda nuova. La storia ne è piena.
Ma è una domanda che diventa particolarmente inquietante quando si osserva la sequenza degli avvenimenti degli ultimi trent’anni: terrorismo, Afghanistan, Iraq, Balcani, Medio Oriente, energia, gasdotti, sanzioni, crisi finanziarie, nuove guerre.
Nel mio libro questa sequenza diventa una storia.
Una storia nella quale il confine tra politica, finanza, intelligence e industria bellica si fa sempre più sottile.
Una storia nella quale il lettore è chiamato a distinguere ciò che è documentato da ciò che è ipotesi, ciò che è accaduto da ciò che potrebbe essere accaduto.

Perché un thriller geopolitico non deve necessariamente dirci che cosa dobbiamo pensare.
Può fare qualcosa di più importante: può costringerci a pensare.
Vent’anni, venticinque anni dopo, l’11 settembre non appartiene soltanto ai libri di storia.
Appartiene ancora alle famiglie delle vittime.
Appartiene a coloro che quel giorno persero qualcuno.
Appartiene ai soccorritori che si ammalarono negli anni successivi.
Appartiene ai soldati mandati a combattere in guerre che sarebbero state presentate come necessarie per garantire maggiore sicurezza.
E appartiene anche a noi.
Perché una democrazia non è davvero forte quando pretende di possedere tutte le risposte.
È forte quando permette di fare le domande.
L’11 settembre ci ricorda innanzitutto una cosa semplice e terribile: le persone sono morte davvero.
Il dolore delle vittime non è una teoria.
Le loro famiglie non sono una teoria.
I soccorritori che entrarono nelle Torri mentre tutti gli altri cercavano di uscire non sono una teoria.
Sono la parte più vera di quella giornata.
Ed è per questo che ogni discussione sulle responsabilità, sulle omissioni, sulle informazioni disponibili prima degli attentati, sui movimenti finanziari, sulle guerre successive e sugli interessi economici che ruotarono intorno ad esse dovrebbe partire da una premessa:
prima delle strategie vengono le vittime.
Il resto viene dopo.
Anche le domande più scomode.
Anche quelle che, dopo venticinque anni, qualcuno preferirebbe non ascoltare.
WAR STREET – L’INGANNO DEMOKRATICO nasce esattamente in questo spazio.
Non per sostituirsi agli storici, ai magistrati o alle commissioni d’inchiesta.
Ma per raccontare, attraverso la forma del thriller geopolitico, un mondo nel quale guerra, denaro, potere e informazione possono diventare parti della stessa partita.
E lasciare al lettore la domanda più difficile: quando guardiamo una guerra, stiamo guardando soltanto il campo di battaglia oppure dovremmo guardare anche chi, lontano dal campo di battaglia, sta facendo affari con quella guerra?
Il titolo del libro contiene già la risposta.
WAR STREET.
Perché forse, da qualche parte, dietro ogni guerra, c’è una strada dove qualcuno compra, qualcuno vende e qualcuno incassa.
E mentre noi ricordiamo i morti, c’è una domanda che continua a bussare alla porta della storia.
Chi sapeva?
E soprattutto:
chi ha guadagnato da tutto questo?
Antonio Evangelista
