Yulia MendelYulia Mendel

MENDEL BANDITA, HUNKA APPLAUDITO: CHE COSA È RIMASTO DELL’EUROPA?

di Antonio Evangelista

 

C’è qualcosa di profondamente amaro nel déjà-vu che stiamo vivendo.

Yulia Mendel, già portavoce di Volodymyr Zelensky dal 2019 al 2021, oggi è diventata una delle voci più critiche nei confronti del suo ex presidente. Dopo aver parlato pubblicamente di corruzione, di decisioni del potere ucraino e della necessità di cercare una via diplomatica alla guerra, avrebbe dovuto intervenire a un evento a Strasburgo dedicato proprio alla pace e alla diplomazia.

Non è potuta entrare nel Parlamento europeo.

Mendel sostiene di essere stata fermata all’ingresso nel giorno del suo intervento e collega direttamente la decisione alle sanzioni che Zelensky aveva imposto contro di lei pochi giorni prima. Le istituzioni europee, però, non hanno finora confermato pubblicamente che questo sia stato il motivo del divieto. L’evento, inoltre, non era una seduta ufficiale del Parlamento europeo, ma un’iniziativa organizzata da eurodeputati.

Eppure l’immagine resta.

Una donna che avrebbe dovuto parlare di pace non entra.

E allora viene spontanea una domanda: quanto spazio è rimasto, nell’Europa che si proclama casa della democrazia, per una voce che mette in discussione la linea dominante sulla guerra?

Perché il problema non è soltanto Yulia Mendel.

Il problema è il principio.

Se una voce è scomoda, la si ascolta e la si confuta. Se dice cose false, si dimostra che sono false. Se sostiene tesi infondate, si portano documenti e prove.

La democrazia dovrebbe funzionare così.

Non dovrebbe funzionare con porte chiuse.

E mentre Mendel racconta di essere stata fermata all’ingresso del Parlamento europeo, torna alla memoria un episodio che dovrebbe ancora far arrossire le istituzioni occidentali.

22 settembre 2023.

Parlamento canadese.

Volodymyr Zelensky è ospite della Camera dei Comuni. Il presidente dell’assemblea Anthony Rota presenta al Parlamento Yaroslav Hunka, 98 anni, definendolo un eroe ucraino e canadese che aveva combattuto contro i russi.

L’aula applaude in piedi.

Poi viene fuori la verità: Hunka aveva servito nella 14ª Divisione Waffen-SS “Galizien”, una formazione della Waffen-SS. Rota si assume la responsabilità dell’errore e si dimette.

Non è una leggenda.

Non è propaganda.

È accaduto.

E allora la domanda diventa inevitabile: come può l’Occidente presentarsi come il custode assoluto della memoria del nazismo e contemporaneamente arrivare a celebrare, per errore o per superficialità, un uomo che aveva militato in una formazione delle Waffen-SS?

La risposta ufficiale è stata che non si conosceva il suo passato.

Ed è proprio questo il problema.

La storia non può essere conosciuta soltanto quando serve a condannare qualcuno.

La memoria non può essere selettiva.

Non possiamo riesumare il passato quando ci serve e dimenticarlo quando diventa scomodo.

E soprattutto non possiamo trasformare una guerra in una nuova religione nella quale ogni dubbio diventa eresia.

DAVVERO DOBBIAMO ANDARE IN GUERRA?

Questa è la domanda che dovremmo avere il coraggio di fare.

Non perché Putin abbia ragione.

Non perché Zelensky abbia torto.

Non perché Mosca sia innocente.

Ma perché una guerra europea è una cosa troppo seria per essere lasciata alla propaganda, agli slogan e alla tifoseria politica.

Chi vuole continuare a combattere deve spiegare quale sia l’obiettivo.

Chi vuole negoziare deve poterlo dire.

Chi sostiene l’invio di armi deve poterlo sostenere.

Chi lo contesta deve poterlo contestare.

Senza essere automaticamente trasformato in un traditore, in un agente di Mosca o in un nemico della democrazia.

Perché la democrazia non consiste nel fatto che tutti dicano la stessa cosa.

Consiste esattamente nel contrario.

E NOI?

Noi italiani assistiamo a uno spettacolo ancora più surreale.

Il Partito Democratico parla di pace, di opposizione alla guerra, di diserzione dalla logica militare. Ma quando si arriva alla questione ucraina, le posizioni diventano improvvisamente molto più prudenti e molto più vicine alla linea europea e atlantica.

Il problema non è soltanto il PD.

È un sistema politico nel quale sempre più spesso non si vota più per qualcuno: si vota contro qualcuno.

E mentre destra e sinistra si accusano reciprocamente, sulle grandi questioni internazionali scopriamo spesso convergenze molto più profonde di quanto la propaganda elettorale lasci intendere.

Poi, naturalmente, arriva la grande buona notizia.

Quella che dovrebbe farci dimenticare tutto.

Dal 2027, niente bollo per le automobili sotto gli 80 kW.

Una misura reale, approvata oggi dal governo, ma per ora prevista per il 2027 e con limiti precisi, compreso quello di una sola auto agevolata per contribuente.

E allora tutti contenti.

Il cittadino guarda il portafoglio e pensa al bollo.

Intanto sopra la sua testa si discute di guerra.

Di riarmo.

Di miliardi.

Di armi.

Di gas.

Di energia.

Di fondi d’investimento.

Di industrie della difesa.

Di interessi economici enormi.

E noi continuiamo a guardare il dito.

IL DÉJÀ-VU

È questo che mi inquieta più di tutto.

Non l’Ucraina.

Non la Russia.

Non Zelensky.

Non Putin.

Il meccanismo.

Il meccanismo attraverso il quale una società viene lentamente abituata all’idea che esista una sola verità possibile.

Il meccanismo attraverso il quale chi pone domande diventa sospetto.

Il meccanismo attraverso il quale la guerra diventa inevitabile prima ancora che qualcuno abbia spiegato perché dovrebbe esserlo.

È un meccanismo che la storia conosce bene.

E proprio per questo dovremmo essere terrorizzati dal ripeterlo.

Non sto dicendo che oggi l’Europa sia la Germania degli anni Trenta.

Sto dicendo qualcosa di molto più semplice e molto più inquietante:

ogni volta che un popolo smette di fare domande perché ha paura delle risposte, la democrazia comincia a morire.

E allora guardiamoci allo specchio.

Davvero vogliamo arrivare al punto in cui chi parla di pace viene escluso, chi fa domande viene marchiato e chi mette in discussione la guerra viene considerato un nemico?

Davvero vogliamo consegnare il nostro futuro alla logica secondo cui bisogna continuare a combattere perché ormai abbiamo già combattuto troppo?

Davvero vogliamo che siano sempre gli altri a decidere quanto sangue siamo disposti a versare?

Io una risposta non ce l’ho.

Ma una domanda sì.

CHE COSA È RIMASTO DELL’EUROPA DEI SUOI FONDATORI, SE LA PACE È DIVENTATA UNA PAROLA SOSPETTA E LA GUERRA UNA POLITICA NORMALE?

Perché una cosa dovrebbe essere ancora chiara.

La pace non è tradimento.

E chiedere di fermare una guerra non significa stare dalla parte del nemico.

Significa, semplicemente, avere ancora il coraggio di chiedere:

quanti altri morti servono prima che qualcuno abbia il coraggio di parlare davvero di pace?

 

 

Antonio Evangelista

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