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CEUTA, GAZA E L’ARMA DELLE MIGRAZIONI. L’EUROPA CONTINUA A NON IMPARARE

di Antonio Evangelista 

 

Ho scritto anni fa, nel mio libro ‘Mediterraneo, stesso sangue stesso fango’, che le migrazioni possono trasformarsi in una vera e propria arma geopolitica. Non un fenomeno spontaneo soltanto, ma uno strumento utilizzato da Stati, organizzazioni criminali e altri attori per esercitare pressione politica, economica e sociale sui Paesi destinatari.

Allora sembrava una provocazione, anche se c’erano già prove e riscontri in abbondanza.

Oggi basta osservare ciò che accade ai confini dell’Europa per capire quanto quel rischio sia reale.

L’ultima crisi a Ceuta, territorio spagnolo in terra africana, ne è l’ennesima dimostrazione. Migliaia di persone concentrate improvvisamente verso un unico punto di frontiera non rappresentano soltanto un’emergenza umanitaria. Rappresentano anche una pressione politica. Un messaggio. Una leva.

La Spagna oggi sperimenta ciò che altri Paesi europei hanno conosciuto negli ultimi anni.

Ed è curioso osservare come proprio Madrid, che in passato aveva accolto parte dei migranti diretti verso l’Italia per alleggerire la pressione sul nostro Paese, si ritrovi oggi dall’altra parte della barricata.

La geografia cambia.

La strategia no.

Da anni sostengo che il controllo delle migrazioni non può essere affrontato esclusivamente come questione di ordine pubblico né soltanto come problema umanitario.

È, prima di tutto, un problema geopolitico.

Ed è qui che, a mio avviso, l’Italia continua a sbagliare postura.

Da una parte il Governo richiama il rischio del ritorno del terrorismo jihadista, mette in guardia contro la minaccia dello Stato Islamico e insiste sulla necessità di difendere i confini europei.

Dall’altra, quando si tratta di affrontare le cause profonde dell’instabilità nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, la politica italiana appare spesso timida, esitante, incapace di parlare con una voce autonoma.

La politica estera non può essere fatta di slogan.

Non basta evocare il pericolo.

Bisogna chiedersi da dove quel pericolo nasca.

Ogni guerra produce sfollati.

Ogni città distrutta genera disperazione.

Ogni famiglia privata della propria casa cerca una via di fuga.

È una conseguenza inevitabile della storia.

Per questo motivo trovo profondamente contraddittorio gridare all’invasione senza interrogarsi sulle responsabilità politiche che alimentano instabilità, conflitti e nuovi esodi.

La tragedia di Gaza, con il suo enorme costo umano, rappresenta una ferita che continuerà a produrre conseguenze per molti anni.

Così come ogni altro conflitto che trasforma intere popolazioni in profughi.

L’Europa dovrebbe comprendere finalmente una verità semplice: nessun muro può fermare chi fugge dalla guerra se prima non si fermano le guerre.

E nessuna politica migratoria sarà mai davvero efficace se continuerà a ignorare le organizzazioni criminali che trasformano la disperazione umana in un mercato miliardario.

Nel mio libro dedicai un intero capitolo alle cosiddette “armi di migrazione di massa”, descrivendo come campagne mediatiche, social network e reti criminali possano influenzare e orientare grandi movimenti di popolazione. Riportavo studi e fonti che analizzavano l’uso dei social media durante la crisi migratoria del 2015 verso Germania e Austria, evidenziando il ruolo della comunicazione online nel dirigere i flussi verso specifici Paesi europei.

Quelle riflessioni non pretendevano di spiegare ogni migrazione con una regia unica.

Ma invitavano a guardare oltre la superficie.

Dietro ogni barcone esiste una filiera.

Dietro ogni viaggio esistono finanziatori, trafficanti, intermediari, documenti falsi, reti logistiche e interessi economici enormi.

Non vedere tutto questo significa combattere soltanto l’ultima ruota del carro.

L’Italia, invece, sembra oscillare continuamente tra propaganda e improvvisazione.

Si invocano frontiere invalicabili.

Si promette fermezza.

Si alimenta la paura.

Poi arrivano episodi che rendono inevitabili domande scomode.

Tra queste vi è anche la vicenda del generale libico Osama Almasri, arrestato in Italia su mandato della Corte Penale Internazionale e successivamente rimpatriato dalle autorità italiane. Al di là delle motivazioni giuridiche e diplomatiche addotte dal Governo, quella decisione ha suscitato un intenso dibattito pubblico sulla coerenza della politica italiana in materia di giustizia internazionale e diritti umani.

Ma oggi c’è un altro aspetto che dovrebbe far riflettere ogni europeo.

La Spagna è stata, negli ultimi mesi, uno dei governi europei più critici nei confronti della condotta militare israeliana a Gaza. Madrid ha assunto posizioni nette, chiedendo il rispetto del diritto internazionale umanitario e denunciando il drammatico costo umano della guerra.

L’Italia, invece, continua a dare l’impressione di parlare sottovoce.

Non riusciamo a difendere con la stessa fermezza i nostri interessi quando sono coinvolti nostri cittadini, nostri militari o nostre istituzioni.

Abbiamo visto soldati italiani costretti in situazioni umilianti, missioni ostacolate, episodi che avrebbero meritato una risposta politica forte e inequivocabile e invece aspettiamo ancora le scuse che il nostro governo aveva reclamato da Israele per il trattamento riservato ai membri italiani della flottiglia.

E invece troppo spesso prevale il silenzio.

Un silenzio che rischia di trasformarsi in irrilevanza.

Non so chi tragga vantaggio dalle nuove tensioni che investono il Mediterraneo e le frontiere europee.

So però che ogni crisi internazionale produce vincitori e sconfitti.

E so che la politica estera non può limitarsi a inseguire gli eventi.

Deve comprenderli.

Prevenirli.

Difendere gli interessi nazionali senza rinunciare ai principi.

L’Italia, oggi, sembra invece accontentarsi del ruolo di spettatrice.

Di alleata che annuisce.

Di Paese che aspetta sempre che siano altri a decidere.

L’Europa ha bisogno di governi capaci di parlare con voce propria.

Non di governi che abbassano gli occhi quando sarebbe il momento di alzarli.

Perché la storia non premia i servi.

La storia ricorda chi ha avuto il coraggio di difendere il diritto, anche quando era scomodo farlo.

E quando un Paese rinuncia alla propria autonomia politica e morale, prima o poi finisce per pagare un prezzo molto più alto di quello che credeva di evitare.

 

Antonio Evangelista

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