Il Primo Ministro polacco Donald TuskIl Primo Ministro polacco Donald Tusk

LE RAGIONI PROFONDE DELLA CRISI COSTITUZIONALE POLACCA

di Thomas Fazi

 

Quando, venerdì sera, i video della polizia in assetto antisommossa schierata attorno al Tribunale costituzionale polacco hanno cominciato a fare il giro dei social, in molti si sono chiesti cosa diavolo stesse succedendo. E probabilmente se lo domandano ancora. I fatti sono i seguenti. Poche ore prima, Anna Korwin-Piotrowska – una dei giudici eletti al Tribunale costituzionale dalla maggioranza parlamentare di Donald Tusk, ma a cui il presidente Karol Nawrocki, eletto lo scorso anno e vicino all’ex partito di governo nazional-conservatore PiS, si era rifiutato di far prestare giuramento (adducendo vizi procedurali) – aveva sospeso il presidente e il vicepresidente in carica del Tribunale, nominati dall’ex presidente Andrzej Duda, anch’egli vicino al PiS, assumendo lei stessa la guida della Corte. Poco dopo, la polizia ha circondato l’edificio, presumibilmente per impedire ai vertici del Tribunale di rientrarvi. Nawrocki, in volo verso il Senegal, ha fatto invertire la rotta all’aereo ed è rientrato a Varsavia. Nella notte si è poi fatto strada con la forza all’interno del Tribunale, tra una folla di manifestanti.

L’opposizione ha parlato di colpo di Stato – o quantomeno, per ora, di un tentato colpo di Stato, dato che la situazione è ancora in evoluzione. Tusk, dal canto suo, ha presentato l’operazione come necessaria per “ripristinare lo Stato di diritto”, il che, a quanto pare, richiede l’epurazione dei giudici legati all’opposizione e il controllo del Tribunale costituzionale. A prima vista potrebbe sembrare poco più di uno scontro tra governo e opposizione per il controllo della massima corte del paese; in realtà si tratta di un tassello di una lotta di potere molto più ampia all’interno dell’establishment europeo.

Il nodo attorno al quale si snoda la vicenda è l’annosa vicenda della supremazia (o meno) del diritto europeo rispetto a quello nazionale. In passato il Tribunale ha sostenuto con varie sentenze che, laddove il diritto europeo entra in conflitto con la costituzione polacca, l’ultima parola spetta a quest’ultima. Il primato del diritto UE su quello nazionale non è sancito da alcun trattato; è stato piuttosto creato ex nihilo Corte di giustizia europea, attraverso una sentenza del 1964 nota come Costa contro ENEL. Da allora lo strumento del diritto è diventato uno dei principali motori dell’integrazione europea: creando costantemente nuove “leggi” attraverso le proprie sentenze, quasi sempre a favore di una maggiore integrazione, la Corte di giustizia europea è di fatto diventata il più importante organo legislativo – e per certi versi costituente – del blocco, svuotando dall’alto i sistemi costituzionali e giuridici nazionali. Alec Stone Sweet, un esperto di diritto internazionale, ha definito questo processo un “colpo di Stato giuridico”.

Una corte costituzionale nazionale che rifiuta questo principio rappresenta una minaccia esistenziale per Bruxelles. È questa la vera ragione per cui l’UE si è opposta con tanta ostinazione alla Polonia sotto il precedente governo nazional-conservatore (e, per lo stesso motivo, all’Ungheria di Orbán). La questione è stata nuovamente sollevata di recente dalla Relazione sullo Stato di diritto pubblicata dalla Commissione europea nel luglio 2026. Richiamandosi alle sentenze della Corte di giustizia, la relazione accusa il Tribunale polacco di aver “ignorato il primato, l’autonomia, l’effettività e l’applicazione uniforme del diritto dell’Unione”. È in ultima analisi a questo che Bruxelles e Tusk si riferiscono quando accusano il precedente governo, e lo stesso Tribunale, di aver violato lo Stato di diritto. Ciò che intendono, in realtà, è che hanno osato mettere in discussione il primato del diritto di Bruxelles. È questo lo “Stato di diritto” che Tusk vuole ripristinare.

Questo spiega perché Bruxelles si sia schierata con Tusk. La Commissione ha dichiarato che il Parlamento deve poter nominare i nuovi giudici, intimando di fatto a Nawrocki di convalidarli. Il Tribunale, ha affermato il commissario alla Giustizia Michael McGrath, deve funzionare “in conformità con la Costituzione polacca e con la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Ue” – il che, in pratica, significa che la seconda deve prevalere sulla prima. Nemmeno una parola sul fatto che il governo abbia mandato la polizia antisommossa ad assumere il controllo della massima corte del paese. L’ipocrisia è sconcertante. Se Putin – o un qualunque governo euroscettico in Europa – avesse fatto lo stesso, Bruxelles starebbe convocando vertici d’emergenza e studiando sanzioni finanziarie.

Più in generale, quanto sta accadendo in Polonia rientra in una tendenza più ampia, giustamente definita “autoritarismo liberale”: governi europeisti che usano ogni mezzo a loro disposizione per consolidare la propria presa sul potere e tenerne fuori l’opposizione – il tutto, naturalmente, in nome della “difesa della democrazia e dello Stato di diritto”. Nel contesto polacco, si tratta anche di legare preventivamente le mani a un futuro governo nazional-conservatore. I sondaggi indicano che la destra potrebbe tornare al potere alle elezioni dell’autunno 2027; sostenuta da un presidente e da un Tribunale sovranisti, potrebbe opporsi a un’ulteriore centralizzazione europea. Prendere ora il controllo del Tribunale è un modo per assicurarsi che ciò non accada.

Nulla di tutto questo è improvvisato. Nel 2023, proprio mentre Tusk si insediava, il Journal of Democracy – edito dal National Endowment for Democracy, finanziato dal governo americano – pubblicava un articolo intitolato “How to Dismantle an Illiberal Democracy” (“Come smantellare una democrazia illiberale”). Vi si sosteneva che il nuovo governo polacco avrebbe dovuto ricorrere alla “giustizia di transizione” – un concetto mutuato dalle transizioni post-dittatoriali – “per garantire che il populismo non ritorni alle prossime elezioni”, rimuovendo gli avversari politici legati al precedente “regime populista” così da assicurare al nuovo partito di governo un controllo incontrastato. L’articolo si concentrava in particolare sul Tribunale costituzionale.

La Polonia non è un caso isolato. In Ungheria, il nuovo governo di Péter Magyar ha lanciato un’offensiva a tutto campo contro l’establishment dell’era Orbán, che include una modifica costituzionale per impedire a Orbán di potersi ricandidare e la creazione di un nuovo organismo incaricato di perseguire gli esponenti dell’ex “regime”. Anche in questo caso lo Stato di diritto viene smantellato in nome dello Stato di diritto, nonché, naturalmente, dei “valori fondamentali dell’Ue”. La Romania, nel frattempo, ha annullato le elezioni presidenziali del 2024 dopo che Călin Georgescu, un candidato indipendente critico nei confronti dell’UE e della NATO, aveva vinto il primo turno, per poi escluderlo dalla ripetizione del voto; mentre in Germania il principale partito d’opposizione, l’AfD, vive sotto la costante minaccia di essere messo al bando. Inoltre, in tutta Europa lo spettro della “disinformazione russa” è diventata il grimaldello per introdurre un sistema pervasivo di controllo dell’informazione online, il cui pilastro è il Digital Services Act, e strumenti di “gestione delle elezioni” come lo Scudo europeo per la democrazia (European Democracy Shield).

Nel complesso, questi episodi dimostrano che la democrazia e lo Stato di diritto sono davvero in serio pericolo in Europa – ma non per colpa della Russia o dei populisti, bensì dello stesso establishment europeo.

 

Thomas Fazi – www.lafionda.org

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