STATI UNITI: IL PETROLIO COME ULTIMA ARMA PER ATTACCARE CUBA
Dopo l’azione militare in Venezuela da parte degli Stati Uniti con la quale è stato sequestrato il presidente Nicolas Maduro molti pensano che Cuba potrebbe essere il prossimo obiettivo dell’amministrazione Trump nei Caraibi.
Tra la popolazione cubana non si percepiscono preoccupazioni particolari se non quelle legate alla crisi energetica che l’isola soffre per la mancanza di petrolio che alimentano le vecchie centrali termoelettriche. Il governo ha dall’inizio dello scorso anno ha intrapreso, grazie alla collaborazione cinese, un ambizioso programma per la costruzione di un centinaio di parchi fotovoltaici per arginare le carenze energetiche dell’isola.
Attualmente il fotovoltaico fornisce circa il 25 per cento dell’energia elettrica, si prevede che al termine della realizzazione dell’intero progetto solare si arrivi a circa il 40 per cento di energia pulita. Ma il restante dovrà essere ancora prodotto dalle centrali termoelettriche che bruciano petrolio per fornire energia.
Proprio il petrolio potrebbe essere l’ultima arma a disposizione di Donald Trump per stringere maggiormente il cappio attorno all’isola. Con il sequestro di Nicolas Maduro in Venezuela Trump ha dichiarato che il paese sud americano non fornirà più greggio a Cuba. Questo potrebbe mettere in seria difficoltà l’isola e alla Casa Bianca lo sanno benissimo. Il blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti all’isola nel 1962 aveva proprio come scopo quello di strangolare l’economia dell’isola per favorire un cambio di governo e usare lo strumento energetico per ulteriormente colpire la popolazione fa parte della solita strategia sanzionatoria statunitense. Gli Stati Uniti non hanno mai perdonato ai cubani di aver cacciato il dittatore Fulgencio Batista dopo il trionfo della rivoluzione nel 1959.
Il segretario di stato Marco Rubio, acerrimo nemico di Cuba, nato a Miami da genitori cubani scappati dall’isola prima del trionfo della rivoluzione, avrebbe proposto un blocco navale all’isola per impedire alle petroliere di arrivare alla loro destinazione e scaricare il greggio nei porti cubani. Il progetto, come detto, avrebbe il bene placido di Rubio, ma non l’approvazione del presidente statunitense.
La presidente del Messico Claudia Sheinbaum ha pubblicamente affermato che il Messico continuerà a fornire petrolio a Cuba, sostenendo che tali consegne si basano su contratti a lungo termine e vengono considerate un aiuto internazionale. Tuttavia, fonti governative di alto livello in Messico hanno dichiarato che questa politica è oggetto di una revisione interna, poiché nel gabinetto di Sheinbaum aumenta la preoccupazione che queste forniture possano suscitare il malcontento di Trump.
In una dichiarazione per Reuters, rappresentanti dell’amministrazione presidenziale messicana hanno affermato che il Paese «ha sempre dimostrato solidarietà verso il popolo cubano» e hanno aggiunto che le forniture di petrolio a Cuba riguardano un accordo separato relativo al pagamento dei servizi dei medici cubani e sono decisioni sovrane.
Secondo due fonti, durante una telefonata della scorsa settimana, Trump ha posto domande a Sheinbaum riguardo alle forniture di petrolio e carburante a Cuba e alla presenza di migliaia di medici cubani in Messico. Sheinbaum ha risposto che queste forniture costituiscono un «aiuto umanitario» e che l’accordo con i medici «è pienamente conforme» alla legislazione messicana. Hanno aggiunto che Trump non ha chiesto direttamente al Messico di interrompere le forniture di petrolio.
Anche le missioni dei medici cubani all’estero sono usate dalla Casa Bianca per esercitare pressioni nei confronti di Cuba. Proprio per queste missioni, definite dagli Stati Uniti come sfruttamento del lavoro dei medici, Cuba è stata inserita nella lista dei paesi che favoriscono lo sfruttamento del lavoro. Ricordiamo come dopo la sua vittoria in Brasile, l’allora presidente Jair Bolsonaro, interruppe tutte le collaborazioni mediche con Cuba, riprese poi dall’attuale presidente Lula.
Le Preoccupazioni del Messico riguardano anche le crescenti missioni di droni della marina degli Stati Uniti durante il mese di dicembre lungo le rotte delle petroliere che trasportano petrolio verso Cuba. I media locali, utilizzando dati di tracciamento dei voli, hanno riferito che almeno tre droni Northrop Grumman MQ-4C Triton hanno effettuato circa dieci voli sopra il Golfo di Campeche, seguendo approssimativamente il percorso delle navi che trasportano carburante messicano verso Cuba. Gli stessi velivoli spia erano stati avvistati al largo delle coste venezuelane a dicembre, pochi giorni prima dell’attacco statunitense a Caracas.
A Città del Messico temono inoltre che la strategia della Casa Bianca di privare Cuba di petrolio potrebbe gettare il Paese in una catastrofe umanitaria senza precedenti il che favorirebbe, secondo l’amministrazione messicana, un grande esodo di cubani proprio verso il paese centro americano.
Intanto negli Stati Uniti i cubani emigrati in cerca di una migliore situazione economica, che spesso però non trovano, dichiarano di avere fiducia in Trump e che stanno con lui, Sperano in un cambio di governo sull’isola auspicando che si trasformi in una democrazia, magari come quella nella quale vivono e che sovente gli spreme come limoni. Ma si sa, l’erba del vicino è sempre più verde della propria. Anche quando poi si accorgono che l’erba del vicino è molto meno verde di quella che calpestavano nel loro paese d’origine, per orgoglio, non lo ammettono e continuano a dipingere il paese a stelle e strisce come un paradiso in terra.
Dall’amministrazione Trump stanno cercando anche altre vie per tentare un’altra volta di sovvertire il legittimo governo cubano. Il Wall Street Journal scrive, , citando fonti interne alla Casa Bianca, che l’amministrazione Trump sta conducendo contatti interni al governo dell’Avana per arrivare a un accordo che porti a un cambio di governo a Cuba entro la fine dell’anno. Marco Rubio. dopo il sequestro di Nicolas Maduro, aveva fatto intendere che Cuba avrebbe potuto essere il prossimo obiettivo degli Stati Uniti. Aveva dichiarato che “Se fossi il governo cubano non starei troppo tranquillo. Sono in un grande pasticcio”.
La strategia adottata dalla Casa Bianca, secondo il Wall Street Journal, sarebbe quella di condurre incontri privati con esuli cubani e membri di organizzazioni sia a Miami che a Washington per capire se c’è qualcuno all’interno del governo dell’Avana capace di “leggere i segnali del cambiamento” e aprire i negoziati.
Negoziati che da L’Avana non sono mai stati rigettati, ma che, sostengono, devono essere condotti in modo equo e paritario. Il presidente cubano Miguel Diaz Canel, durante la celebrazione dei 32 cubani caduti in Venezuela, nel suo discorso davanti a migliaia di cittadini a L’Avana ha ricordato chiaramente che “Cuba non deve fare alcuna concessione politica, né questo sarà mai su un tavolo di negoziati per un accordo tra Cuba e Stati Uniti. È importante che lo capiscano”.
Ciò non significa che Cuba rifiuta ogni possibile contatto o accordo con gli Stati Uniti, ma è chiaro che occorre discutere secondo modalità paritarie o senza alcun pregiudizio ideologico o di vendetta verso quelli che hanno liberato l’isola dalle loro grinfie.
“Non siamo convinti che possa esserci interesse da parte del regime, ma continuiamo a sperare. Sono anni che non torno a casa per paura di avere problemi al rientro”, dice un emigrato cubano ad Adnkronos, confermando che i problemi per loro non dipendono da Cuba, ma dal paese che vedono come il faro illuminante della democrazia e delle libertà.
Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info


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