SINISTRA DIVISA O PILOTATA DA AGENTI ESTERNI? CHI CI GUADAGNA?
di Antonio Evangelista
Il quadro politico italiano degli ultimi anni, e in particolare le dinamiche interne al centrosinistra, pongono una domanda che non può più essere elusa: è possibile che fattori esterni incidano – direttamente o indirettamente – sulla frammentazione della sinistra italiana?
Non si tratta di cedere a letture complottistiche, ma di interrogarsi su elementi concreti e su precedenti storici che dimostrano come l’influenza esterna nei sistemi politici sia non solo possibile, ma spesso strutturale.
Un primo dato è interno: la crescente difficoltà del centrosinistra, e in particolare del Partito Democratico, di mantenere una linea politica coerente. Le divisioni sul tema del rapporto con Israele, le polemiche sulla definizione di antisemitismo e le recenti fratture emerse anche su altri fronti politici, come l’ultimo referendum che ha registrato il SI di esponenti del PD, mostrano un partito attraversato da tensioni profonde e apparentemente insanabili.
Questa frammentazione si riflette anche nelle reazioni politiche a decisioni di rilievo internazionale. È il caso del rinnovo automatico del memorandum di cooperazione militare tra Italia e Israele, destinato a prolungarsi fino al 2031. Nonostante le richieste di sospensione avanzate da esponenti dell’opposizione e da parte della dottrina giuridica, il governo ha confermato la linea della continuità, ritenendo il dialogo e la cooperazione strumenti indispensabili in un contesto geopolitico instabile.
Il risultato è un quadro politico in cui:
•la destra appare compatta e coerente nelle scelte strategiche internazionali;
•la sinistra si presenta divisa, incapace di esprimere una posizione unitaria su temi centrali.
Ed è proprio qui che la domanda iniziale si rafforza: questa divisione è esclusivamente il prodotto di dinamiche interne o può essere favorita – anche indirettamente – da interessi esterni?
Per comprendere la portata del problema, è utile guardare ad altri contesti. In Medio Oriente, ad esempio, è oggetto di dibattito politico e giornalistico il fatto che, negli anni, alcune scelte strategiche attribuite al governo di Benjamin Netanyahu abbiano avuto come effetto – se non come obiettivo – quello di indebolire il fronte palestinese, anche attraverso il rafforzamento indiretto di attori come Hamas, in contrapposizione ad altre leadership più moderate.
Al di là delle interpretazioni, il punto è metodologico: nella strategia politica e geopolitica, dividere il fronte avversario è spesso più efficace che affrontarlo unitariamente.
Questo schema non è isolato. Le cosiddette “rivoluzioni colorate” nell’Europa orientale hanno dimostrato come attori esterni possano intervenire nei processi politici attraverso strumenti sofisticati: finanziamenti, formazione, comunicazione, costruzione del consenso. Organizzazioni e fondazioni legate, tra gli altri, a George Soros hanno operato, in quei contesti, all’interno di programmi di “promozione della democrazia”, combinando supporto politico, economico e mediatico.
Non si trattava necessariamente di manipolazioni occulte, ma di strategie di influenza basate su un principio chiave: orientare, sostenere o frammentare le opposizioni per incidere sugli equilibri politici.
Ed è qui che si inserisce il concetto di “marketing della democrazia”.
Come nel mercato, anche nella politica non si tratta solo di convincere, ma di:
•creare bisogni;
•orientare percezioni;
•segmentare il pubblico;
•costruire e, se necessario, dividere i soggetti politici.
L’esempio storico delle “Torches of Freedom”, orchestrato da Edward Bernays, dimostra come sia possibile trasformare un comportamento in un simbolo ideologico attraverso tecniche di comunicazione. Allo stesso modo, movimenti politici e culturali possono essere rafforzati o frammentati attraverso strumenti analoghi.
Alla luce di questi elementi, la domanda iniziale non appare più provocatoria, ma analiticamente fondata:
è possibile che anche in un sistema democratico consolidato come quello italiano esistano forme di influenza esterna che, senza determinare direttamente le scelte politiche, contribuiscano a orientarle o a dividerle?
E ancora: la persistente frammentazione della sinistra italiana è solo il risultato di errori politici interni, oppure rappresenta anche il terreno ideale su cui interessi esterni – statuali o privati – possono operare con maggiore efficacia?
Per comprendere quanto questa domanda sia tutt’altro che teorica, è inevitabile richiamare uno dei momenti più drammatici della storia repubblicana: il caso di Aldo Moro.
Negli anni ’70, Moro lavorava a una strategia politica innovativa, il cosiddetto “compromesso storico”, volto ad aprire il sistema di governo italiano alla sinistra, in particolare al Partito Comunista. Una svolta che, nel pieno della Guerra Fredda, suscitava forti preoccupazioni negli equilibri internazionali e negli alleati occidentali dell’Italia.
È noto che, in quel contesto, non mancarono pressioni e segnali di contrarietà da parte degli Stati Uniti, anche attraverso figure di primo piano come Henry Kissinger. Pochi anni dopo, nel 1978, Moro venne sequestrato e ucciso dalle Brigate Rosse, in uno degli eventi più traumatici della storia italiana.
Sebbene la responsabilità materiale dell’attentato sia accertata, il caso Moro continua a sollevare interrogativi sul contesto politico e internazionale in cui maturò, e su quanto le dinamiche interne ed esterne possano intersecarsi nei momenti di svolta storica.
Il punto, ancora una volta, non è affermare verità non dimostrate, ma riconoscere un dato strutturale: nei passaggi più delicati della vita democratica, gli equilibri interni di un Paese non sono mai completamente isolati dal contesto internazionale.
E allora la domanda iniziale torna con ancora maggiore forza:
in un mondo in cui l’influenza politica si esercita sempre più attraverso strumenti indiretti – economici, mediatici, culturali – possiamo davvero escludere che la frammentazione di un sistema politico sia, almeno in parte, favorita o amplificata da interessi esterni?
O, più realisticamente, dobbiamo iniziare a considerare che la vera debolezza non è l’esistenza di tali influenze, ma la capacità – o incapacità – di un sistema politico di resistervi?
E forse è proprio questa vulnerabilità, più che qualsiasi regia occulta, a rappresentare il vero rischio per la tenuta democratica del Paese.
Antonio Evangelista
