PER GRAZIA RICEVUTA… O PER DISTRAZIONE COLLETTIVA?

di Antonio Evangelista

 

Dalla perdita del senso del limite alle ambiguità mai chiarite: il problema non è ciò che accade, ma ciò che smettiamo di pretendere.

Correva l’anno 1968.
Un banco, un quaderno con il tuo nome, una matita appuntita e quella sensazione — semplice, quasi ingenua — che il mondo avesse un ordine.

Allora esisteva un confine.
La vergogna non era un concetto astratto: era un limite.

Oggi quel limite non esiste più.

La volgarità è diventata linguaggio.
L’arroganza è percepita come forza.
L’imbroglio — spesso raffinato, sistemico, persino applaudito — è diventato uno strumento ordinario.

Non scandalizza più nulla, purché sia raccontato bene.

Viviamo nel tempo in cui conta più la narrazione del fatto.

E mentre discutiamo di tutto e del nulla, scorrono immagini che dovrebbero paralizzarci: guerre, distruzione, vite ridotte a numeri. Cambia la geografia — Ucraina, Gaza, Sudan — non cambia l’indifferenza.

Siamo diventati spettatori, consumatori di bugie. Non cittadini.

Nel frattempo, la realtà si svuota: la scuola perde autorevolezza, la sanità diventa un privilegio, il lavoro non garantisce più dignità, la verità si dissolve.

E mentre accade, ci dicono che è normale.

E invece, dico a me stesso: «Non lo è!».

È accaduto perché abbiamo smesso di reagire.
Abbiamo accettato il compromesso, poi l’eccezione, poi la regola.

E così il male non irrompe più: si normalizza.

E poi ci sono vicende che ritornano.

Non perché siano nuove, ma perché non sono mai state davvero chiarite.

Il caso di Nicole Minetti — evocato ancora una volta sotto il segno, quasi beffardo, di un “per grazia ricevuta” — non è solo una storia del passato.

È una domanda aperta.

Una domanda che chiama in causa le istituzioni, soprattutto quando emergono richieste di chiarimento dal Quirinale e che forse avrebbero potuto essere più tempestive.

Se persino il livello più alto dello Stato avverte l’esigenza di capire, significa che qualcosa non è stato spiegato fino in fondo.

Restano ambiguità, restano passaggi opachi.
Resta una sensazione ormai ricorrente: che ci si muova sul confine tra ciò che è formalmente legittimo e ciò che, nella sostanza, non lo è.

E ogni volta che accade, il danno non è individuale… è istituzionale.

Ancora una volta siamo davanti a un caso imbarazzante.
Ancora una volta, le istituzioni non appaiono all’altezza.

Non tanto per ciò che è accaduto, ma per come è stato gestito, spiegato, chiarito.

E nel vuoto delle risposte cresce solo una cosa: la sfiducia.

Non è una questione di nomi o di schieramenti.
È una questione di dignità delle istituzioni.

Un Paese che non seleziona la propria classe dirigente finisce per non riconoscere più il valore delle istituzioni stesse.

E invece dovrebbe essere il contrario.

Servire lo Stato non è un’occasione, è un onore.

I demoni non sono i nomi che scorrono nei titoli.

I demoni siamo noi, ogni volta che vediamo e non reagiamo.
Ogni volta che sappiamo e scegliamo il silenzio.

E allora sì… ricordatevelo alle prossime elezioni.

Non è solo un voto.
È l’unica forma di responsabilità che ci è rimasta.

In un Paese in cui si accettano le sanzioni USA contro italiani che si battono per la difesa dei diritti umani ma nel quale si grazia una pregiudicata per favoreggiamento della prostituzione e peculato io non mi sento a mio agio e non mi ci voglio sentire.

Preferisco rivangare i tempi passati della scuola, i momenti spesi a scoprire uomini e donne, passati alla storia per i loro meriti e per il loro coraggio, per la loro sapienza e la loro lungimiranza… ahh quelli sì che erano bei tempi, quando esisteva ancora la vergogna, i principi, il sacrificio e il merito. Sì, erano bei tempi!

 

Antonio Evangelista

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