LA RABBIA E LA SUA FORMA. MODENA E LA BANALITÀ DEL MALE
di Antonio Evangelista
La rabbia globale non ha religione né nazionalità.
La tentata strage accaduta a Modena — al netto degli accertamenti ancora in corso e dell’assenza, allo stato, di elementi certi circa una radicalizzazione religiosa strutturata — impone comunque una riflessione più seria e meno propagandistica di quella offerta da certa politica urlata. Perché il punto non è soltanto “chi” abbia agito, ma “come” e attraverso quali modelli simbolici e operativi.
Anche qualora non emergesse alcun collegamento diretto con organizzazioni jihadiste o percorsi di auto-indottrinamento religioso, resta evidente che siamo dinanzi a una violenza che ha scelto di replicare schemi di attacco, modalità comunicative e riferimenti iconografici che l’Occidente ha imparato a conoscere attraverso l’ISIS, Al Qaeda e il terrorismo islamista degli ultimi vent’anni. Questo non significa automaticamente adesione ideologica piena, ma dimostra quanto determinati modelli di violenza siano ormai penetrati nell’immaginario globale come forma estrema di rappresentazione della rabbia, della frustrazione e della distruzione.
Quando lavoravo come esperto antiterrorismo in Medio Oriente, durante un confronto con un collega giordano impegnato nel contrasto all’ISIS, mi raccontò di un giovane reduce interrogato sulle procedure di addestramento. Disse che i suoi istruttori ripetevano ai combattenti di sparare contro tutti, senza distinzione: se le vittime fossero state musulmane sarebbero andate in paradiso, se infedeli all’inferno. In quelle parole non c’era fede. C’era rabbia. C’era la totale banalizzazione della vita umana. C’era quella che Hannah Arendt avrebbe definito la banalità del male: un male che non appartiene a una razza, a una religione o a un popolo specifico, ma che può manifestarsi ovunque esistano fanatismo, disumanizzazione e deresponsabilizzazione morale.
È lo stesso meccanismo che abbiamo visto nei campi di concentramento nazisti, nelle atrocità commesse contro civili a Gaza, nelle violenze e negli abusi documentati in vari contesti legati alle politiche migratorie statunitensi e alle strutture dell’ICE. Cambiano le bandiere, cambiano le lingue, cambiano le ideologie proclamate, ma la struttura mentale è identica: trasformare l’altro in qualcosa che non merita più umanità.
Per questo ridurre tutto a immigrazione, etnia o religione non solo è intellettualmente disonesto, ma smentito dagli stessi fatti. Il soggetto coinvolto è italiano. E tra coloro che hanno prestato soccorso, aiutato e cercato di fermare il caos vi sono anche cittadini stranieri, nordafricani e mediorientali. La realtà, quindi, demolisce da sola la narrazione tossica di chi tenta sistematicamente di trasformare ogni episodio di violenza in una clava identitaria.
Persone politicamente piccole come Matteo Salvini possono continuare a rivolgersi alla pancia del Paese, perché è l’unico terreno sul quale riescono ancora a muoversi. Ma parlare alla paura non significa comprendere i fenomeni. Significa soltanto sfruttarli. E ancora una volta Salvini ha mostrato l’assenza di qualsiasi profondità analitica o proposta reale, limitandosi alla consueta semplificazione propagandistica.
Il punto vero è un altro: le tensioni internazionali, le guerre permanenti, il clima di polarizzazione e alcune precise scelte geopolitiche occidentali stanno producendo effetti emotivi e psicologici enormi, trasversali e incontrollabili. La rabbia non segue passaporti. Può attecchire ovunque esistano fragilità personali, alienazione sociale, isolamento o bisogno di dare forma simbolica al proprio odio.
In questo quadro, anche le recenti posizioni del governo italiano e occidentale sul conflitto israelo-palestinese rischiano di alimentare ulteriore esasperazione. Non perché esista un automatismo tra politica estera e terrorismo, ma perché immagini quotidiane di devastazione, morte civile e assenza di soluzioni politiche possono diventare detonatori emotivi potentissimi per soggetti già instabili o radicalizzabili, indipendentemente dalla loro nazionalità o religione. E ignorare questo elemento significa scegliere deliberatamente di non comprendere il tempo storico che stiamo vivendo.
Il terrorismo contemporaneo, infatti, non è più soltanto organizzazione verticale, addestramento e appartenenza ideologica rigida. È anche imitazione, contaminazione culturale della violenza, assorbimento di linguaggi estremi e ricerca di un modello simbolico attraverso cui trasformare il proprio disagio in gesto politico o pseudo-politico.
Nessuno, però, ha il monopolio del bene. E nessuno ha il controllo esclusivo del male. Ogni volta che una società, uno Stato, un esercito o un movimento inizia a credersi moralmente assoluto, autorizzato a dividere il mondo tra puri e impuri, salvati e sacrificabili, il confine della barbarie è già stato superato. La storia lo dimostra continuamente.
Per questo il problema non può essere affrontato con slogan identitari o campagne contro gli stranieri. Servono capacità di lettura sociale, prevenzione, intelligence culturale e soprattutto una politica capace di abbassare la tensione invece di soffiare continuamente sul fuoco. Perché quando la rabbia collettiva viene alimentata ogni giorno, prima o poi qualcuno decide di darle una forma concreta.
Antonio Evangelista
