LA DESTRA DEL PD: CHE GIOCO GIOCA?

di Antonio Evangelista

 

Quell’applauso … Il 14 ottobre Giorgia Meloni parla in Parlamento di Ucraina e Russia. Dai banchi dell’opposizione partono applausi. Non dai suoi alleati: da una parte del Partito Democratico, l’area riformista. Elly Schlein e Giuseppe Conte prendono le distanze.

Un applauso non è un tradimento. In democrazia si può condividere una frase dell’avversario senza sposarne il programma. Ma un applauso, a volte, dice più di un discorso. E quello del 14 ottobre pone una domanda che il PD rimanda da anni.

Due partiti sotto lo stesso simbolo

Il PD nasce nel 2007 mettendo insieme due storie: quella postcomunista dei DS e quella cattolico-democratica della Margherita. Doveva diventare una sintesi. È diventato un compromesso permanente.

Da una parte c’è chi parla di salari, sanità pubblica, precarietà, disuguaglianze. Dall’altra c’è chi mette al primo posto la fedeltà atlantica e la continuità con le politiche economiche dei governi moderati, anche quando questo significa trovarsi d’accordo con la destra di governo.

Nessuno contesta il diritto di una minoranza a esistere. Il punto è un altro: quando le due anime vogliono cose opposte, chi decide? E l’elettore che vota PD, che cosa sta votando davvero?

La guerra come prova di fedeltà

Condannare l’invasione russa e difendere il diritto degli ucraini a resistere è una posizione chiara. Ma non obbliga a condividere ogni invio di armi, ogni obiettivo militare, ogni rinvio del negoziato. Anche perché di invasioni ce ne sono state tante a cui anche noi abbiamo partecipato: dalla Jugoslavia all’Afghanistan passando per l’Iraq… ma le nostre erano esportazioni di democrazia.

Si può stare con Kiev e chiedere, nello stesso momento, una diplomazia europea autonoma e una prospettiva di pace. Eppure, dentro il PD, chi lo fa viene trattato come un ingenuo o un filoputiniano. Il campo delle opinioni ammesse si restringe fino a coincidere con quello fissato a Washington e Palazzo Chigi o forse sarebbe meglio dire con quello dei vari ‘stati profondi’, dall’alta finanza fino ai cartelli industriali che dispensano strumenti di morte nel mondo.

E allora: se su guerra, riarmo e rapporto con gli Stati Uniti una parte del PD la pensa come Meloni, dov’è l’alternativa che il PD promette agli elettori?

La memoria a intermittenza

Settembre 2023: al Parlamento canadese, durante la visita di Zelensky, viene applaudito come eroe Yaroslav Hunka, veterano della divisione Waffen-SS “Galizien”. Il presidente della Camera si dimette. E l’episodio fa il giro del mondo, ciò nonostante baci e abbracci per il presidente ucraino scaduto i cui militari hanno fatto esplodere il gasdotto russo Nord Stream, struttura strategica energetica che ha danneggiato tutta l’Europa.

Maggio 2026: i resti di Andriy Melnyk, capo dell’ala dei nazionalisti ucraini che collaborò con la Germania nazista, vengono riesumati in Lussemburgo e risepolti a Kiev con onori di Stato, alla presenza di Zelensky. Pochi giorni dopo un reparto speciale viene intitolato agli “Eroi dell’UPA”, la formazione responsabile dei massacri di polacchi in Volinia e dell’uccisione di centinaia di ebrei. Yad Vashem esprime preoccupazione. Il presidente polacco Nawrocki revoca a Zelensky l’Ordine dell’Aquila Bianca.

La Polonia, alleato di ferro di Kiev, ha detto che c’era un limite. E la destra del PD, così attenta alla memoria dell’Olocausto, quante parole ha speso su Melnyk e sull’UPA? L’Ucraina di oggi non è nazista. Ma la memoria non può valere solo per gli avversari.

Chi paga

Nessuno ha dimostrato che George Soros “comandi” un partito italiano, ma le inchieste giornalistiche degli ultimi anni hanno descritto collegamenti indiretti fra fondazioni della rete Open Society e organizzazioni che hanno lavorato per politici ‘progressisti’.

È lo stesso Soros che nel 1992 speculò contro la lira, come ha ammesso lui stesso. Una sinistra nata per limitare il potere del denaro sui governi dovrebbe essere la prima a chiedere: quanto, da chi, attraverso chi, per fare cosa? Perché questa domanda, dal PD, si sente così di rado?

Il confine su Israele

Il 2 ottobre, sul disegno di legge contro l’antisemitismo, il PD si è diviso ancora. Una parte teme che l’adozione vincolante della definizione IHRA finisca per scoraggiare la critica al governo israeliano. Un’altra chiede soprattutto più fermezza contro l’odio.

La lotta all’antisemitismo non si discute. Ma criticare Netanyahu, denunciare le vittime civili a Gaza, chiedere il rispetto del diritto internazionale non è antisemitismo è condannare chi ammazza a sangue freddo i bambini con un proiettile in testa. Da che parte sta, su questo confine, la destra del PD?

Il cavallo di Troia non ha bisogno di un piano

Non serve immaginare un complotto. Non ci sono prove di una regia occulta, e chi la denuncia senza prove si fa del male da solo.

Ma per favorire l’avversario non occorre un piano. Basta una componente che rende illeggibile la linea del partito. Che indebolisce la segretaria nei momenti decisivi. Che su guerra, riarmo e alleanze sta più vicina al governo che ai propri elettori. Che applaude Meloni senza spiegare perché.

In quello scenario la destra non deve infiltrare nessuno. Le basta aspettare.

Così, mentre Meloni governa compatta, il PD si presenta al Paese con due politiche estere, due idee di sinistra e nessuna risposta chiara. E l’elettore progressista, guardando quegli applausi, ha il diritto di chiedersi una cosa sola.

Ma il PD, la destra del PD, che gioco gioca? Siamo davanti alla ingegnerizzazione delle quinte colonne? Al nemico interno? A quello che in una telefonata lontana commentava al telefono di ‘avere una banca’ e poi è stato sorpreso a rubare profumi?

 

Antonio Evangelista

Un pensiero su “LA DESTRA DEL PD: CHE GIOCO GIOCA?”
  1. Ottimo articolo, come sempre
    Solo una piccola osservazione: il ladro di profumi e aspirante banchiere non viene dalla Margherita né tantomeno della DC. E, pur senza conoscerli tutti, ho l’impressione che i cosiddetti riformisti provengano tutti dal vecchio PCI. Mi sbaglio? E ciò ha un senso?

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