La costruzione del gasdotto Nord Stream 2

LA CONFESSIONE DI UN DISSIDENTE PENTITO:COME ABBIAMO SVENDUTO L’UNIONE SOVIETICA E LA CECOSLOVACCHIA PER UNA BUSTA DI PLASTICA

di André Vltchek*

*(analista politico, giornalista e regista americano di origine sovietica, trovato morto nella propria auto a Istanbul, in Turchia, in condizioni definite dalla polizia come “sospette” lo scorso 22 settembre 2020).

(intervista apparsa su China Daily Hong Kong del 16-6-2020)

“La vita era bella, significativa. Era ricca. Non ricca in termini di denaro, ma ricca dal punto di vista culturale, intellettuale e salutare. Ecco come abbiamo venduto l’Unione Sovietica e la Cecoslovacchia per delle buste di plastica…” di André Vltchek.

“Sono nato a Leningrado, una bella città nell’Unione Sovietica. Ora si chiama San Pietroburgo, e il paese è la Russia. La mamma, artista e architetto, è per metà russa e per metà cinese. La mia infanzia era divisa tra Leningrado e Pilsen, una città industriale nota per la sua birra, all’estremità occidentale di quella che fu la Cecoslovacchia. Papà era uno scienziato nucleare. Le due città erano diverse. Entrambe rappresentavano qualcosa di essenziale nella pianificazione comunista, un sistema che ci veniva insegnato, dai propagandisti occidentali, a odiare.
Leningrado è una delle città più stupende al mondo, con alcuni dei più grandi musei, teatri dell’opera e del balletto, spazi pubblici. In passato fu la capitale russa.
Pilsen è minuta, con soli 180.000 abitanti. Ma quando ero piccolo contava parecchie biblioteche eccellenti, cinema d’arte, un teatro dell’opera, teatri d’avanguardia, gallerie d’arte, il giardino zoologico, con cose che non si potevano trovare, come ho realizzato in seguito (quando era troppo tardi), nemmeno nelle città statunitensi da un milione di abitanti.
Ambedue le città, una grande e una piccola, avevano eccellenti trasporti pubblici, vasti parchi e foreste che lambivano le periferie, nonché eleganti caffè. Pilsen aveva innumerevoli impianti da tennis, stadi di calcio e persino campi da badminton. La vita era bella, significativa. Era ricca. Non ricca in termini di denaro, ma ricca dal punto di vista culturale, intellettuale e salutare. Essere giovani era divertente, con il sapere libero e facilmente accessibile, con la cultura ad ogni angolo, e sport per tutti.
Il ritmo era lento: abbondanza di tempo per pensare, apprendere, analizzare.
Ma era era anche il culmine della guerra fredda.
Eravamo giovani, ribelli, e facili da manipolare. Non eravamo mai soddisfatti di ciò che ci veniva dato. Davamo tutto per scontato. Di notte stavamo incollati ai ricevitori radio, ascoltando la BBC, Voice of America, Radio Free Europe ed altri servizi di trasmissione mirati a screditare il socialismo e tutti i paesi che combattevano contro l’imperialismo occidentale.
I conglomerati industriali socialisti cechi stavano costruendo, per solidarietà, intere fabbriche, dalle acciaierie agli zuccherifici, in Asia, Medio Oriente ed Africa. Ma non vedevamo alcuna gloria in questo perché i mezzi di propaganda occidentale semplicemente ridicolizzavano simili imprese. I nostri cinematografi mostravano capolavori del cinema italiano, francese, sovietico e giapponese. Ma ci veniva detto di chiedere l’immondizia proveniente dagli Usa.
L’offerta musicale era grandiosa, dal vivo e registrata. Quasi tutta la musica era di fatto a disposizione, sebbene con qualche ritardo, nei negozi locali e persino sul palco. Quella che non si vendeva nei nostri negozi era la spazzatura nichilista. Ma era precisamente ciò che ci veniva detto di desiderare. E noi la desideravamo, e la copiavamo con religiosa riverenza, sui nostri registratori a nastro. Se qualcosa non era disponibile, i media occidentali gridavano che era una grossolana violazione della libertà di parola.
Sapevano, e ancora oggi sanno, come manipolare giovani cervelli. A un certo punto ci siamo trasformati in giovani pessimisti, criticando ogni cosa nei nostri paesi, senza raffronti, senza nemmeno un po’ di obiettività.
Suona familiare?
Ci veniva detto, e noi ripetevamo: ogni cosa nell’Unione Sovietica o in Cecoslovacchia era negativa. Tutto in Occidente era grandioso. Sì, era simile a qualche religione fondamentalista o follia di massa.
Quasi nessuno era immune.
Di fatto eravamo infettati, eravamo malati, trasformati in idioti.
Utilizzavamo strutture pubbliche, socialiste, dalle librerie ai teatri, ai caffè sovvenzionati, per glorificare l’Occidente ed infangare le nostre stesse nazioni. Ecco com’eravamo indottrinati, dalle radio e dalle stazioni televisive occidentali, e dalle pubblicazioni introdotte clandestinamente nei paesi.
A quei tempi le buste di plastica dell’Occidente erano divenute uno status symbol! Sapete, quelle buste di plastica che ti danno in alcuni supermercati economici o ai grandi magazzini. Quando ci penso a distanza di parecchi decenni, faccio fatica a crederci: giovani ragazze e ragazzi istruiti, che passeggiavano orgogliosamente per le strade, esibendo economiche buste di plastica, per le quali avevano pagato una grossa somma di denaro. Perché venivano dall’Occidente. Perché simboleggiavano il consumismo! Perché ci veniva detto che il consumismo era buono.
Ci veniva detto che dovevamo desiderare la libertà.
La libertà in stile occidentale.
Eravamo addestrati a “combattere per la libertà”.
Per molti versi, eravamo molto più liberi dell’Occidente. L’ho capito quando sono arrivato a New York e ho visto com’erano educati male i ragazzini locali della mia età, com’era superficiale la loro conoscenza del mondo. Quanta poca cultura c’era, nelle ordinarie città nordamericane di medie dimensioni.
Volevamo, chiedevamo i jeans firmati. Bramavamo le etichette musicali occidentali al centro dei nostri LP.
Non si trattava dell’essenza o del messaggio. Era la forma al di sopra della sostanza.
Il nostro cibo era più gustoso, prodotto ecologicamente. Ma noi volevamo l’imballaggio colorato occidentale. Chiedevamo gli additivi chimici.
Eravamo costantemente arrabbiati, agitati, litigiosi. Ci mettevamo contro le nostre famiglie.
Eravamo giovani, ma ci sentivamo vecchi.
Ho pubblicato il mio primo libro di poesia, poi me ne sono andato, ho sbattuto la porta dietro di me, mi sono trasferito a New York. Poco dopo ho capito che mi avevano ingannato!
Questa è una versione molto semplificata della mia storia. Lo spazio è limitato. Ma sono lieto di poterla condividere con i miei lettori di Hong Kong e, naturalmente, con i miei giovani lettori in tutta la Cina.
L’ Occidente festeggiava! Mesi dopo il crollo del sistema socialista, entrambi i paesi sono stati letteralmente derubati di ogni cosa dalle aziende occidentali. La gente ha perso la casa e il lavoro, e l’internazionalismo veniva scoraggiato. Orgogliose aziende socialiste venivano privatizzate e, in molti casi, liquidate. I teatri e i cinema venivano convertiti in economici negozi d’abbigliamento di seconda mano. In Russia l’aspettativa di vita è crollata a livelli da Africa subsahariana. La Cecoslovacchia è stata divisa in due parti. Oggi, decenni dopo, sia la Russia che la Repubblica Ceca sono di nuovo ricche. La Russia ha molti elementi di un sistema socialista con panificazione centrale. Ma mi mancano i miei due paesi, com’erano una volta, e tutti i sondaggi mostrano che mancano anche alla maggioranza della gente del posto. Mi sento anche in colpa, giorno e notte, per essermi fatto indottrinare, usare, e in modo da tradire.”

link China Daily: https://www.chinadailyasia.com/article/134280#How-we-sold-Soviet-Union-and-Czechoslovakia-for-plastic-shopping-bags

*André Vltchek (29 dicembre 1963-22 settembre 2020) è stato un analista politico, giornalista e regista americano di origine sovietica. Vltchek è nato a Leningrado ma in seguito è diventato un cittadino statunitense naturalizzato dopo aver ottenuto l’asilo lì a vent’anni. Ha vissuto negli Stati Uniti, Cile, Perù, Messico, Vietnam, Samoa e Indonesia.Vltchek si è occupato di conflitti armati in Perù, Kashmir, Messico, Bosnia, Sri Lanka, Congo, India, Sud Africa, Timor Est, Indonesia, Turchia e Medio Oriente, ha viaggiato in più di 140 paesi e ha scritto articoli per Der Spiegel, Il quotidiano giapponese The Asahi Shimbun, The Guardian, ABC News e il quotidiano della Repubblica Ceca Lidové noviny. Dal 2004, Vltchek è stato Senior Fellow presso l’Oakland Institute.È apparso in programmi televisivi e radiofonici, compresi quelli trasmessi da France 24, China Radio International, The Voice of Russia, Press TV, CCTV, Ulusal Kanal (Turchia), Al Mayadeen (rete panaraba), Radio Pacifika, Radio Cape, tra gli altri. Vltchek è stato intervistato da pubblicazioni quali People’s Daily, China Daily e Tehran Times.Commentando il libro di Vltchek Oceania, pubblicato nel 2010, il linguista americano Noam Chomsky ha affermato che evocava “la realtà del mondo contemporaneo” e che “non ha mancato di rintracciare le reali dolorose radici, in particolare per l’Occidente “.

Biografia André Vltchek (pronunciato “vultchek”) è nato a Leningrado (l’attuale San Pietroburgo), nell’Unione Sovietica, nel 1963. Suo padre era un fisico nucleare ceco e sua madre una pittrice russo-cinese. È cresciuto in Europa centrale. Fino alla sua morte, ha risieduto in Asia e Africa.Il 22 settembre 2020 è morto, apparentemente nel sonno, mentre era accompagnato nella sua auto a Istanbul, in Turchia. La sua morte è stata ritenuta sospetta dalla polizia e un’indagine è ancora in corso.

Come abbiamo venduto l’Unione Sovietica e la Cecoslovacchia per buste di plastica

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