LA COLPA DI LUKASHENKO? GARANTIRE UN REDDITO MINIMO DI 20.000 EURO ALL’ANNO di Marco Pondrelli (direttore della rivista Marx.21)

Nel dibattito italiano quando si parla di Bielorussia e di Lukashenko si parla disinvoltamente di dittatura. Sono metodi a cui la politica e la stampa italiana ci hanno abituato da tempo, si usano definizioni e si lanciano anatemi senza spiegare e motivare le proprie affermazioni. Sarebbe interessante capire perché per Lukashenko e Chavez [ndr. o, Maduro] si ricorre al termine ‘dittatore’ mentre quando si parla di Arabia Saudita si usa l’espressione ‘sovrano’ o ‘famiglia reale’.
Il libro di Gianbattista Cadoppi è un tentativo riuscito di andare oltre i tweet ed argomentare le proprie idee attraverso un’analisi. Dopo le elezioni di agosto in Italia destra e sinistra hanno iniziato a gridare ai brogli, sostenendo la necessità di dovere liberare la Bielorussia dalla dittatura. Il Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, è caduto vittima di uno scherzo telefonico nel quale ha definito molto interessante l’ipotesi di rovesciare Lukashenko con un golpe. Alcune deputate di ‘sinistra’ hanno portato il loro sostegno alla ‘rivoluzione’ delle donne bielorusse senza il minimo imbarazzo nell’avere al proprio fianco il governo di Varsavia che sta attaccando i diritti delle donne in casa propria seguendo un programma medioevale.

È interessante, nell’affrontare la questione bielorussa, partire proprio dal ruolo della Polonia. Il libro analizza le tensioni fra Unione Sovietica e Polonia che prima della seconda guerra mondiale si produssero anche rispetto ai territori bielorussi. Rispetto al patto Ribbentrop – Molotov secondo l’Autore non si può parlare di spartizione della Polonia fra Germania e URSS perché l’Armata Rossa non fece altro che liberare i territori occidentali di Ucraina e Bielorussia dall’occupazione polacca nel 1919.

La successiva invasione tedesca trovò una ferma risposta della popolazione, la Resistenza bielorussa portò il ministro dei territori del Reich Alfred Rosenberg ad affermare che ‘la popolazione della Bielorussia è così infettata dalla visione del mondo bolscevica che non esistono condizioni organizzative o personali per l’autogoverno’. Nonostante ciò Cadoppi non nega che, così come in Polonia, anche qui si furono elementi collaborazionisti, i quali il 25 marzo del 1943 festeggiarono la “liberazione“ portata dai nazisti. Forse i politici italiani ed europei ignorando questo fatto (ma da chi vota risoluzioni che accusano l’Unione Sovietica di essere responsabile dello scoppio della seconda guerra mondiale c’è poco da aspettarsi) non hanno colto il chiaro riferimento che ebbe la scelta di avviare le proteste contro Lukashenko proprio il 25 marzo del 2020.

Essendo tornata la Bielorussia al centro del mirino è interessante indagare il perché. Una volta smontata, con dovizia di dati ed informazioni che l’Autore elenca, l’accusa di trovarci di fronte ad una dittatura occorre domandarsi quali sono i veri motivi di questa aggressione. Le risposta si divide in due parti.

Innanzitutto Lukashenko non ha mai seguito la strada neoliberista, che all’inizio degli anni ’90 trovò terreno fertile anche in Russia. Il ruolo dello Stato in economia è sempre rimasto centrale. Se si guarda il sistema economico bielorusso si può affermare che è un modello che guarda più alla Cina che non all’Unione Sovietica. Vi è infatti un settore privato dinamico ma lo Stato ha un ruolo strategico e centrale, il forte ruolo pubblico è possibile perché a differenza di altri paesi qui non si è mai vissuta la folle stagione delle privatizzazioni. Il primo ‘crimine’ di Lukashenko è il suo esempio, evidentemente è una colpa garantire un reddito pro-capite di 20.00 dollari (il 71° a livello mondiale) e la più bassa presenza di poveri nell’area ex-sovietica [pag. 102], così come è una colpa un coefficiente GINI[2] pari allo 0,275 (in Italia è allo 0,396).

A fronte di questi dati (ed anche altri che Cadoppi riporta) è davvero così strano che la popolazione si affidi a Lukashenko anziché scegliere la strada ucraina? ‘Normalizzare’ la Bielorussia vorrebbe dire aprire la porta ai capitali occidentali pronti a banchettare, in nome delle cosiddette riforme, a spese del popolo bielorusso.

Se da una parte si vuole colpire l’esempio bielorusso dall’altra, ed è il secondo punto, il tentativo evidenziato da Cadoppi è quello di ‘assestare il colpo decisivo per completare l’accerchiamento della Russia e interrompere la Via della Seta’. L’Occidente ha il problema di dover gestire, e possibilmente evitare, il suo declino bloccando la crescita del continente Euroasiatico. In Europa questo vuole dire accerchiare e minacciare la Russia, installando i missili della NATO sempre più vicini a Mosca. In passato, anche a causa di alcune dichiarazioni di Lukashenko, l’Occidente si era illuso di potere sfilare la Bielorussia dall’orbita russa oggi, avendo capito che questa strada è impraticabile, è passato alla via ucraina. Tra Ucraina e Bielorussia c’è però una differenza significativa, mentre l’Ucraina è un paese diviso è l’Occidente ha potuto lavorare su queste divisioni evocando i peggiori spettri del passato (il sostegno ad un governo che schiera contro le popolazioni del Donbass il famigerato battaglione Azov è una vergogna), in Bielorussia anche l’opposizione ha capito che non c’è spazio per raccogliere consensi con una politica dichiaratamente russofobica. Inoltre i bielorussi non hanno alcun interesse a rispondere alla sirene europee dopo avere visto i risultati prodottisi in Ucraina e difficilmente ai cittadini europei qualcuno sarà in grado di spiegare perché dopo Kiev essi devono battersi per Minsk.

È presto per potere capire come finirà la crisi bielorussa, quello che possiamo dire è che difficilmente l’Occidente potrà precipitare il paese in una nuova euromaidan.

Il libro sarà presentato assieme all’Autore martedì 29 dicembre alle ore 21,30 con diretta streaming sulla pagina Facebook di marx21.it

Note

  • È un coefficiente che misura la diseguaglianza che va da 0 ad 1, più ci si avvicina all’1 maggiore è la diseguaglianza.

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