IN BURUNDI CONTINUANO LE VIOLENZE NELL’INDIFFERENZA DELL’UNIONE EUROPEA

Domenica 3 gennaio, collina di Nyakimonyi, comune di Mugamba, provincia di Bururi. Imboscata ad un veicolo di civili. Tre persone uccise e due ferite. Martedi 5 gennaio, comune di Buhinga. Un’intera famiglia (tutsi) sterminata per rubargli bestiame e terra. Il 2021 si apre con i bollettini quotidiani dei crimini commessi dalla giunta militare dei Generali Evariste Ndayishimiye e Alain Guillaume Bunyoni. Una puntuale opera di denuncia da parte di SOSMediaBurundi di cui giornalisti sono stati costretti all’esilio dal 2015.

Gli arresti di oppositori politici continuano senza sosta. Da sabato scorso la polizia sta arrestando decine di membri del principale partito di opposizione Comitato Nazionale di Liberazione nei comuni di Kanyosha e Ntabiraa nella provincia di Bujumbura.
La milizia paramilitare Imbonerakure, (l’ala giovanile del partito al potere CNDD-FDD militarizzata nel 2014) e i terroristi ruandesi Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda – FDLR continuano a seminare il terrore tra la popolazione. Si viene uccisi per una disputa sui terreni, per invidia che possiedi una vacca o hai fatto un buon raccolto, per rubarti lo smartphone o la televisione. Per aver imprudentemente parlato contro il regime.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) informa che oltre 3.200 burundesi sono fuggiti dal Burundi nel secondo semestre del 2020 a causa del degrado della sicurezza interna, rifugiandosi nei vicini Uganda, Congo, Ruanda e Tanzania. Per la maggioranza sono tutsi, militanti dei partiti di opposizione e membri della società civile.
Evariste Ndayishimiye , un presidente che si fa ufficialmente chiamare con il nome di battaglia General Neva ricevuto durante la guerra civile (1994 – 2004) quando il CNDD-FDD massacrava migliaia di civili tutsi, dimostra di assicurare la continuità dello Stato di terrore istaurato dal dittatore Pierre Nkurunziza dal 2005.

Repressione dell’opposizione, esecuzioni extra giudiziarie, pulizia entica. Un’orgia di violenza che spinse l’Unione Europea nell’ottobre 2015 ad adottare sanzioni contro il Governo e la Corte Penale Internazionale ad aprire un’inchiesta su crimini contro l’umanità. Le sanzioni UE, volute dall’alta rappresentante Federica Mogherini furono la giusta risposta alla “politica del CNDD-FDD di minare la democrazia e ostacolare gli sforzi per raggiungere una soluzione politica in Burundi, attraverso atti di violenza, repressione o incitamento alla violenza. Atti che costituiscono gravi violazioni dei diritti umani”, recitava il comunicato ufficiale del Consiglio UE.
“I capi della missione Unione Europea in Burundi si augurano che i gesti di buona volontà del Presidente Ndayishimye, per ristabilire il clima di fiducia, di reciproco rispetto, dialogo politico e condivisione dei medesimi valori che si tradurrà a breve, grazie agli sforzi comuni, alla normalizzazione graduale e completa dei rapporti tra Burundi e Unione Europea.” Questa la dichiarazione del messaggio di Capodanno al Burundi pubblicato sulla pagina della Commissione UE a Bujumbura. Un drastico cambiamento.

Nel messaggio di auguri del nuovo anno, si sottolinea anche che la UE e i suoi Stati membri hanno ripetutamente fatto gesti di apertura. Ciò avrebbe portato alla ripresa della cooperazione finanziaria da parte dell’Organizzazione Internazionale della Francofonia e la rimessione del Burundi dall’agenda di emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il messaggio contiene anche delle “lodi” alle elezioni politiche del 2020 e al buon contenimento della pandemia di Covid-19.
Il messaggio, scritto con un linguaggio partigiano totalmente alieno alla prudenza che impone la diplomazia internazionale, non è firmato ma l’autore è Claude Bochu, Ambasciatore UE in Burundi. Non si comprende quali altri rappresentanti di paesi membri UE condividano questo messaggio, visto che Bochu parla al plurale.
Società civile e opposizione in esilio rimangono sbalorditi di un simile messaggio che sembra sposare la propaganda della giunta militare composta in maggioranza da Alti ufficiali dell’esercito responsabili dei numerosi massacri che si sono susseguiti dall’aprile 2015 ad oggi e per questo inseriti nelle sanzioni UE, Stati Uniti e inchiesta giudiziaria della C.P.I. Il clero cristiano burundese condivide l’indignazione dell’opposizione anche se impossibilitato di esternare la sua posizione a causa del rischio di ripercussioni e vendette del regime.

La teoria sposata da Claude Bochu è quella ideata dal regime. Morto l’8 giugno dopo quindici anni di potere autocratico e repressivo (probabilmente assassinato) il dittatore Pierre Nkurunziza, il regime diventa democratico, ponendo fine alla crisi politica e sociale che dura da 6 anni. Il Burundi ritorna alla normalità quindi necessita dell’aiuto delle potenze occidentali e della revoca delle sanzioni economiche. Tra il Burundi di Nkurunziza e quello del suo successore Ndayishimiye, vi sarebbe una netta differenza.
Come segno di apertura giovedì 24 dicembre, sono stati rilasciati i 4 giornalisti del settimanale Iwacu arrestati per aver ripreso gli scontri tra esercito e ribelli nell’ottobre 2019. Evariste Ndayishimiye, il capo dello stato, eletto a maggio e in carica da giugno, ha concesso loro la grazia presidenziale. Secondo il regime il nuovo leader burundese avrebbe normalizzato i rapporti con il Ruanda, all’epoca il nemico pubblico numero uno, la UE non sarebbe più presentata come “questo club di imperialisti che cerca con tutti i mezzi di mantenere il suo dominio sui Burundi”, un ritornello canticchiato dal regime durante i cinque anni di crisi politica innescati nel 2015 quando Pierre Nkurunziza aveva imposto con la violenza la sua candidatura per un terzo quinquennio.
L’anomalo e caloroso messaggio di auguri della UE è stato preceduto lo scorso 4 dicembre dalla decisione di rimuovere il Burundi dall’agenda di monitoraggio del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sostenendo che si assiste ad “un miglioramento della situazione della sicurezza in Burundi”. Il Consiglio di Sicurezza affermò anche che “le elezioni generalmente pacifiche hanno segnato una nuova fase”, pur riconoscendo che le violenze continuano nel paese ed esortando il governo burundese ad affrontare “sfide persistenti su questioni come la riconciliazione nazionale, lo stato di diritto e la spazio democratico ”.
Il Generale Neva rappresenta veramente un cambiamento rispetto alla politica del regime razziale HutuPower del CNDD-FDD? Ad una attenta analisi della situazione risulta estremamente difficile condividere l’entusiasmo dimostrato da qualche diplomatico della UE. Le elezioni non sono state né libere né pacifiche. Durante la campagna elettorale varie centinaia di militanti del principale partito di opposizione: il Consiglio Nazionale di Liberazione CNL (guidato dal ex Signore della Guerra Agathon Rwasa) furono uccisi. I risultati (a favore di Rwasa) modificati per far vincere Evariste. I risultati elettorali erano talmente incredibili che la Commissione Elettorale fu costretta ad esporli in un hotel privato di proprietà di un imprenditore italiano vicino al regime, in un clima militarizzato. I risultati evidenziarono frodi grossolane e per un intero mese non furono pubblicati sul sito ufficiale della Commissione.

Le violenze, gli stupri, gli arresti arbitrari, le uccisioni extra giudiziarie, dal giorno delle prese funzioni del Generale Neva ad oggi non sono diminuite rispetto al regime guidato da Nkurunziza, come testimoniano due rapporti inchiesta. Il primo della Commissione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. Il secondo dell’associazione americana in difesa dei diritti umani: Human Watch Rights – HWR. Le milizie Imbonerakure restano il fulcro centrale della repressione come i terroristi ruandesi FDLR restano i principali alleati del regime. La Iteka League, la più antica organizzazione burundese per i diritti umani – ufficialmente sospesa dal 2017 dal governo – documenta settimana dopo settimana le sparizioni, le violenze e le intimidazioni perpetrate in particolare dalle milizie legate al regime.
Il rapporto sui diritti umani in Burundi edizione 2020 parla chiaro. “Dal 25 aprile 2015, il Burundi sta attraversando una crisi politica innescata dalla decisione del defunto presidente Pierre Nkurunziza di chiedere un terzo mandato incostituzionale e in violazione dell’Accordo di Arusha. Nonostante lo svolgimento delle elezioni del maggio 2020 e l’istituzione delle istituzioni che ne derivano, in Burundi si registrano ancora varie violazioni dei diritti umani, comprese esecuzioni extragiudiziali, omicidi mirati, sono state registrate torture e violenze sessuali, nonché arresti e detenzioni arbitrarie. Inoltre, si osserva ancora il fenomeno dei cadaveri non identificati rinvenuti in diverse parti del Paese e preoccupante resta la loro frettolosa sepoltura da parte di agenti dell’amministrazione e della polizia in complicità con elementi della milizia Imbonerakure”.

Il messaggio di auguri di nuovo anno non significa una apertura totale e incondizionata alla giunta militare ma rappresenta un incoraggiamento e un buon auspicio per la normalizzazione dei rapporti e la ripresa dei finanziamenti. Il regime necessita della ripresa degli aiuti e sovvenzioni in quanto l’unica medicina possibile non per risollevare una economia collassata ma per calmare le forti tensioni all’interno del regime dovute dalla scarsità di valuta estera da rubare. Tensioni che si sono cristallizzate in due campi avversi: quelli del Generale Neva e di Bunyoni sopravvissuto alla misteriosa malattia del luglio 2020 di cui il tentativo di avvelenamento da parte dell’avversario rimane ancora una ipotesi probabile.
Considerando che i pochi aiuti ricevuti da Monarchie Arabe e Cinesi sono stati fatti sparire con velocità olimpionica, l’attuale regime, oltre a continuare a violare i diritti umani, non rappresenta alcuna garanzia nella gestione dei fondi europei destinati allo sviluppo della popolazione e alla ripresa economica.
La decantata ondata riformatrice del Generale Neva sembra più una propaganda ben ideata che una realtà. Per democratizzare il Paese e riformarlo, Evariste dovrebbe prevalere sul Maresciallo Generale Bunyoni, le Imbonerakure e le FDLR. Dalle informazioni fino ad ora ricevute non si nota al momento nessun cambio dei rapporti di forza tra le due fazioni rivali del CNDD-FDD a favore di Evariste. Disarmare oltre 12.000 giovani hutu dopo che sono stati eletti dallo stesso “Presidente” come i guardiani della sicurezza nazionale, non sarà una passeggiata.

Nemmeno il ringraziamento ai mercenari FDLR dopo avere loro permesso di infiltrarsi nell’apparato di sicurezza, forze armate e polizia. Le FDLR sono sotto scacco nel vicino Congo, grazie alla offensiva militare congiunta con il Ruanda (Operazione Corridoio Nord) iniziata nel 2019. Le FDLR (originalmente create dalla Francia nel 2000 raggruppando tutte le milizie ruandesi che avevano scatenato il genocidio e, battute, si erano ritirate nello Zaire), hanno ora perso territori pieni di oro, diamanti e minerali rari come il Coltan. Un duro colpo per la loro economia ormai strutturata come un classico network mafioso internazionale.
Nelle “bivettes” tra il popolino, il regime sta facendo girare voci che il Generale Neva sia in grado di attuare un ripulisti della classe politica, disarmare le Imbonerakure e allontanare gli scomodi alleati FDLR. Alcuni segnali in questo senso vi sono. L’arresto del sindaco di Bujumbura e la sparizione (leggi esecuzioni sommaria) di un noto giornalista radio fanatico HutuPower che inneggiava al genocidio contro la minoranza etnica tutsi. Questi indizi, seppur importanti, sono ben lontani al disarmo di massa di milizie nazionali e mercenari stranieri.
Nessun media indipendente in esilio ha ricevuto il permesso di riprendere le attività nel paese. Nessun membro della Società Civile osa ritornare per non correre il rischio di essere assassinato. I giornalisti stranieri sono presi di mirino, soprattutto quelli particolarmente attivi a denunciare i crimini del regime. Sono stati inseriti in una lista nera qualora osassero presentarsi in Burundi.

Il quotidiano francese Le Monde scrive sul soggetto un interessante articolo: “L’era della realpolitik”. Le Monde ci propone una chiave di lettura delle aperture UE che apre scenari inquietanti. L’Unione Europea si accontenterebbe di approvare un falso cambiamento in nome della realpolitik. Secondo il giudice Thierry Vircoulon, coordinatore dell’Osservatorio per l’Africa centrale e meridionale presso l’Istituto. Francese per le relazioni internazionali (IFRI), il ritiro del Burundi dall’agenda del Consiglio di Sicurezza rifletterebbe chiaramente il nuovo corso perché, sul campo, continuano le violazioni dei diritti umani.
Un’analisi condivisa da una fonte diplomatica a Bujumbura: “L’Unione Europea ha provato la carta dei diritti umani con il 2015. Non ha funzionato. L’unico risultato è che ha quasi perso il controllo della situazione con la resistenza del regime. Ora dobbiamo cambiare strategia”, spiega freddamente la fonte diplomatica aggiungendo che spetta anche all’Europa resistere all’ascesa di Cina e Russia in Africa, due colossi a cui non importa molto dei diritti umani.

Il barometro principale che le potenze occidentali stanno guardando oggi è la capacità di uno stato di stabilizzare il paese. Questo, il CNDD-FDD è al momento riuscito a garantire grazie ad una opposizione politica ed armata disintegrata. Dal 2005 (primo mandato presidenziale) Nkurunziza ha sistematicamente distrutto l’opposizione. Nel 2010 una opposizione indebolita ma ancora capace di contrastare decise di boicottare le elezioni convinta che la comunità internazionale avrebbe supportato la richiesta di considerarle nulle e indirne di nuove, democratiche e trasparenti. Allo stesso modo per la crisi del 2015 l’opposizione aveva troppe aspettative nei confronti della comunità internazionale. L’opposizione armata dipende dalle decisioni del Ruanda e dell’alleato regionale il Congo. Dopo aver occupato vari parti del territorio tra il 2019 e il primo semestre del 2020, le forze ribelli si sono ritirate in Congo e Ruanda rinunciando alla tanto attesa offensiva finale.

Anche la normalizzazione dei rapporti, decantata dal Burundi, trova nelle autorità ruandesi un atteggiamento ambiguo, senza conferme o smentite. L’unico dato certo è il guadagno improvvisamente giunto di una partita d’oro dal valore di 10 milioni di dollari, che il regime burundese aveva rubato dal Congo. L’aereo che lo trasportava, diretto a Dubai, fu costretto ad atterrare a Kigali per un guasto tecnico. L’oro sembra ora sparito.

SE oggi il CNDD-FDD sembra non avere rivali e di avere la situazione sotto controllo, questo non significa la cessazione delle violenze in quanto esse sono intrinseche nella cultura politica del partito, che resta ancorato sulla supremazia razziale.

L’approccio adottato dalla Unione Europea non tiene conto anche degli obblighi derivanti dall’accordo di Cotonou in materia di rispetto dei diritti umani, dei valori democratici e dello Stato di Diritto. Anche se l’accordo di Cotonou è scaduto da 6 anni e i paesi africani non vogliono rinnovarlo, la difesa dei valori morali e democratici rimane il pilastro dell’Unione Europea. Valori che ora vengono sacrificati per tentare di contrastare la Cina in Africa. Questa realpolitik è chiaramente insensata.
Se l’Unione Europea si priva dei valori portanti che l’hanno sempre contraddistinta per scendere sul terreno della pura concorrenza economica accrediterà la politica estera cinese basata sulla convenienza, ignorando i diritti umani e favorendo regimi dittatoriali. Anche nel conflitto in Tigray, Etiopia, la realpolitik ha prevalso mettendo in minoranza la proposta del Premier italiano di imporre un immediato cessate il fuoco e favorire un dialogo nazionale. Si sperava in una guerra lampo che mettesse velocemente fine alla crisi. Al contrario il conflitto continua e si sta regionalizzando.

Nello specifico del Burundi, i diplomatici europei come Bochu, che appaiono entusiasti di un “nuovo corso” tutto ancora da dimostrare, farebbero meglio a riflettere sulla reale capacità del CNDD-FDD di gestire un cambiamento. Il partito è composto da quadri la cui competenza nel risollevare l’economia resta da dimostrare in quanto hanno fino ad ora brillato solo nella repressione dei manifestanti.

Ammesso che le intenzioni di Evariste di risollevare l’economia già nel baratro e democratizzare il paese siano genuine, gli alti ufficiali che formano la cerchia ristretta del regime e che hanno posto Evariste alla Presidenza, si potrebbero opporsi in quanto il loro potere deriva dalla miseria economica e da un perenne contesto di instabilità. Secondo il quotidiano Le Monde, in futuro non è da escludere il dissenso all’interno del regime tra i sostenitori dell’apertura alla UE e coloro che mantengono una linea dura.
Gli scontri avvenuti presso i territori burundesi della provincia di Cibitoke tra esercito burundese e reparti di ribelli del RED Tabara venuti dal Ruanda probabilmente appoggiati da soldati ruandesi fanno il gioco dei falchi della linea dura. Già gira tra la fazione di Bunyoni l’accusa rivolta al presidente di incoraggiare i terroristi e il Ruanda con la sua politica di aperture che espone i fianchi al nemico. Gli scontri dello scorso sabato potrebbero essere utilizzati dai falchi per far naufragare il piano politico di Evariste. Intendiamoci bene. All’interno del CNDD-FDD, il Generale Neva non è il “Good Boy” che lotta contro i “Bad Guys”. Il dittatore è parte integrante del sistema autoritario ma propone una tattica diversa per mantenere il potere. Se la sua fazione pro UE sarà messa in minoranza (anche con l’uso della forza) Neva si adatterà alla linea dura per puro spirito di sopravvivenza… fisica.

Fulvio Beltrami

https://www.farodiroma.it/burundi-nel-silenzio-dellue-continuano-gli-stupri-gli-arresti-arbitrari-le-uccisioni-extra-giudiziarie-di-f-beltrami/

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