Saggio sul socialismo

La socialdemocrazia attuale e quella originaria nel dibattito socialista.

1.

Già nel 1989, in un dibattito promosso dalla Fondazione Perseu Abramo tra figure del pensiero critico di sinistra [1], feci alcune dichiarazioni dialogando con il grande Carlos Nelson Coutinho, che ricordo in questo testo di sintesi: “Una delle linee di riflessione più importanti, in Brasile, sul rapporto tra democrazia e socialismo – ispirato principalmente alle tesi del PCI e all’esperienza dell’austromarxismo – è stato sviluppato da Carlos Nelson Coutinho (…)”. In quelli “anni andati dell’89” si discuteva già, nel dibattito socialista mondiale, di inclusione, ecologia, sessualità, cultura urbana, critica dell’irrazionalismo, solitudine collettiva e democrazia politica. Le libertà politiche, il pluralismo ideologico, le garanzie dei diritti individuali nel rimodellamento dottrinale del socialismo stavano accelerando (attraverso un dibattito eterodosso e revisionista), sia sui temi della socialdemocrazia che sul socialismo reale.

Il modello capitalista di sviluppo industriale persisteva, ma accanto ad esso (e “al suo interno”) si esprimeva un altro modello più dinamico, attraverso nuove forme di sfruttamento e nuove forme di accumulazione, che non solo riducevano il lavoro diretto nell’industria, ma hanno inoltre sviluppato forme alternative di organizzazione generale del lavoro e modalità più dinamiche di controllo del processo produttivo.

L’emergere di nuove “classi” lavoratrici e nuove forme di acquisizione da parte del capitale – della forza lavoro e delle nuove tecnologie – stavano guidando una tendenza opposta a quella prevista dal Manifesto Comunista. Non c’era più una crescente semplificazione delle entità della società di classe e il proletariato smise di concentrarsi nelle grandi fabbriche, disperdendosi, sia verticalmente che orizzontalmente.

Era il momento storico in cui l’adesione all’idea di “non limitare la ricchezza dei ricchi” [2] cominciava ad essere accettato come moralità “sana” nella tragedia della vita reale: l’immediato e il futuro, così, si univano nella vita di tutti i giorni, in maniera molto più veloce e meno evanescente. Il cinismo borghese dava inizio ad una nuova fase di controllo delle menti schiavizzate, insegnando che qualsiasi “transizione” da sperimentare avrebbe avuto cittadinanza solamente all’interno del sistema del capitale, quindi, a partire dalla diffusione di politiche compensative e dall’incoraggiamento dell’imprenditorialità individuale. La creazione di nuovi modi di produzione, il vivere in comunione, la lotta alla disuguaglianza e alla povertà, con l’intento di far germogliare il futuro nelle crepe del dominio sociometabolico del capitale, diventava più difficile.

La discussione su argomenti come questi, all’interno della sinistra, non è mai stata facile. Ernst Bloch, d’altra parte, comprese che le due principali deviazioni dalla filosofia di Marx, dopo la sua morte, erano la “deviazione socialdemocratica” e la “deviazione stalinista”. Bloch aveva sostenuto che “il marxismo correva meno rischi da parte dei suoi nemici dichiarati che da parte dei suoi amici” (…), una lucida osservazione che – secondo molti dei suoi discepoli – fu “confermata da molti eventi nella sfera sovietica, dopo la fine della seconda guerra mondiale” [3].

Il capitalismo è cambiato molto e in peggio, dagli anni 70. Oggi possiamo dire che la diluizione socialdemocratica della sinistra – che era al centro del dibattito – ha facilitato “il prodotto finale del neoliberismo (che) non è il revival dell’economia liberale, (ma) l’aumento del privatismo senza la riduzione dell’oligopolismo” [4]. L’evoluzione imposta dal “Washington Consensus”, attraverso il primato della rendita, non avrebbe più potuto fare affidamento su soggetti sociali capaci di negoziare un patto di inclusione, sullo stesso piano socialdemocratico ispirato a Weimar.

Con l’obiettivo di nascondere le loro strategie autoritarie, le strutture del liberalismo radicale hanno plasmato un’ideologia “a senso unico”, all’interno della democrazia liberale, sebbene Hayek avesse già detto che preferiva la dittatura col liberalismo economico, alla democrazia fu integrata l’economia liberale. La dissimulazione neoliberista in relazione alla democrazia è stata sostenuta da una strategia di “focalizzazione” in politiche compensative mirate ai dispositivi del sistema. La sua funzione sarebbe stata quella di recuperare una parte della comune vita solidale, che sarebbe stata concordata, nel mercato dei “valori” storici dell’umanesimo borghese.

I movimenti sociali per la difesa dei diritti, tuttavia, vennero intesi come una sorta di “sovversione” dell’imprenditoria mercantile, poiché, dal loro punto di vista, le rivendicazioni di diritti avrebbero bloccato l’evoluzione dei nuovi bisogni del mercato. È il contesto che si dispiega, poi, nella tesi dell’infiltrazione del “marxismo culturale”, che coordinerebbe l’azione politica della destra più primitiva, per propagare l’idea che ogni tentativo di riorganizzare un patto socialdemocratico si rivelerebbe una nuova minaccia comunista.

Per capire cosa sta succedendo oggi, sostengo che dobbiamo rivedere le radici del dibattito socialdemocratico che ha preceduto la rivoluzione russa, rivisitando la rottura che ha provocato i due progetti di sinistra nel mondo del dopoguerra: la socialdemocrazia, come riforma del sistema capitalista (Bernstein, Kautsky) e lo Stato sovietico (Lenin, Tróstky, Stalin) come esperienza di un nuovo Stato, ora come pretesa di democrazia proletaria diretta, ora come capitalismo di Stato, sotto il presunto controllo del “partito del proletariato”.

Penso che il dibattito che possa rinnovare la sinistra e la ripresa dell’idea socialista sia possibile se concepiamo il trascorrere del tempo storico in condizioni diverse, opposte a quei tempi di brusche rotture, che le hanno rese irripetibili. La diffusione delle alternative oggi avviene al di fuori di un periodo di cambiamenti ascendenti, che furono guidati da successive crisi di capitale. Queste crisi, oggi, sono superate dall’evoluzione rivoluzionaria delle tecniche produttive, che danno vita a nuove forme di controllo ideologico che bloccano riforme sostanziali. Anteriormente, nei movimenti e nell’azione politica, il tempo permetteva di confrontare le ragioni del campo “socialdemocratico” e quelle del campo “bolscevico” come due possibilità distinte: oggi, sia la riforma che la rivoluzione possono essere guidate dallo stesso tipo di impasse radicali nella struttura dell’ordine vigente: nessuna riforma sociale seria, che apre tendenze verso una maggiore uguaglianza sociale, sarà ottenuta con agevolezza dentro l’ordine costituito.

Sono convinto che le idee riformiste o rivoluzionarie, socialiste e socialdemocratiche, sviluppate nel secolo scorso, quindi, non possono essere più valutate a partire dalle basi materiali e sociali che le hanno dato rilevanza: al momento attuale le alternative coesistono in forma parallela (più convergenti che divergenti) e concentrano (nello stesso movimento) le alternative della rivoluzione e della riforma, diversamente da quanto accaduto nel secolo scorso.

L’attuale sviluppo delle forze produttive unifica rivoluzione e riforma, in ogni confronto concreto e in ogni alternativa politica ai sistemi politici del capitale. La tassazione dell’eccedente delle grandi fortune, ad esempio, racchiude le possibilità sia di un forte riformismo che di una radicale trasformazione sociale. È in questo tempo – quindi – che dibattiti e lotte di emancipazione possono incamminarsi verso un nuovo progetto socialista, dalla cui idea si possano distinguere sia la critica giusta che quella ingiusta all’attuale concreta alternativa socialdemocratica capitalista in contrapposizione allo Stato reale che risultò dalla Rivoluzione Russa del 1917.

È nel contesto dei grandi centri urbani che si collocano gli elementi più tipici del nuovo potere finanziario (monopolista-mediatico), i cui effetti esplodono in modo più universale. È qui che la crisi si fa più minacciosa e, allo stesso tempo, più stimolante, da un punto di vista strategico, perché si possa pensare e iniziare a realizzare – in maniera cellulare – il nuovo progetto emancipatorio. Accettare questa ipotesi di dibattito implica rivalutare alcuni concetti classici di “democrazia”, “socialdemocrazia” e “socialismo”, intrinseci nella discussione storica della sinistra, per meglio caratterizzarli al tempo dei movimenti globali di denaro.

È nelle città, insieme alla classe operaia tradizionale, che si sono formate le nuove “classi lavoratrici”, composte da gruppi dispersi, articolati in reti di servizi, che lavorano da soli o in piccoli gruppi. Lì compaiono milioni di lavoratori, intermittenti, precari o autonomi “lavoratori part-time”, a seconda della natura della domanda. Nascono dai nuovi processi e strumenti di produzione che generano altresì la massa di fornitori “autonomi” della “società dell’informazione digitale”, privi di autentiche prospettive di vita e mobilitati solo per servizi intermittenti.

Fornitori autonomi di produzione ricreativa e culturale, fornitori di servizi per anziani, bambini e disabili; lavoratori salariati e liberi professionisti in informatica, lavoratori cooperativi, trasportatori di merci per la consegna, impiegati in servizi esternalizzati; lavoratori delle ONG, nella ricerca e nella pubblicità, così come un nuovo “esercito di riserva” di migliaia di giovani (con una nuova cultura del lavoro o dell’attività) – tutti questi – sono al centro di un nuovo modo di vivere: con nuovi linguaggi, nuova estetica, altra etica, oltre a quella creata nella civiltà industriale che aveva generato l’albero socialdemocratico, fondata su nuovi modi di vivere e intendere la “polis”.

La vita basata su salari più alti e più sicurezza non potrà più diventare un’ampia garanzia nel capitalismo attuale, così come l’esistenza stessa del lavoro, nella classica forma giuridica non sarà più una garanzia per la comune sopravvivenza. Questa dissoluzione dei modi tradizionali di vita industriale e delle loro forme politiche ostacola gli sviluppi collettivi che sarebbero ragionevoli all’interno del capitalismo tradizionale, come quelli vissute dai lavoratori dell’industria – fino a ieri – nel tradizionale contratto socialdemocratico.

I lavoratori con la “busta paga” del mondo del lavoro classico sono diventati portatori di una soggettività collettiva in crisi e la crisi di impotenza del loro sindacalismo apre, quindi, un enorme vuoto di strategie e formulazione politica. La loro esperienza quotidiana non riesce più a coprire la molteplicità delle diversità del nuovo mondo del lavoro, che, nello stesso tempo in cui sopprime, invade e scompone la forma e il contenuto della “vecchia” fabbrica moderna. La stessa estetica della politica proletaria percepisce con amarezza la sua fine.

Mi riferisco a ciò che è stato formulato come memoria e teoria, da Boaventura de Souza Santos: “La socialdemocrazia e i diritti economici e sociali hanno significato momenti di tregua nei conflitti più acuti tra i due principi (dello Stato e del Mercato). Questi conflitti non erano il risultato di mere opposizioni teoriche, ma erano il risultato delle lotte sociali delle classi lavoratrici, che cercavano nello Stato un rifugio contro le disuguaglianze e i dispotismi generati dal principio di mercato” [5].

La classe operaia tradizionale, al centro delle vecchie lotte, si trova quindi davanti ad un futuro ancora più incerto in un presente di “padroni” invisibili, con le loro nuove forme di dominio e controllo dell’opinione in “un mondo le cui trasformazioni molto profonde e accelerate hanno avuto inizio lasciandosi alle spalle la vecchia struttura di classe, senza che (…) sapessimo molto bene (…) chi sono i nuovi dominatori e chi sono i nuovi dominati” [6].

Il marxismo ortodosso – in contrasto con il marxismo stesso di Marx – è rimasto fissato nella visione messianico-proletaria, in cui la categoria “proletariato” (o operai, o “lavoratori”, trattati in astratto) è diventata essa stessa un concetto: il concetto di rivoluzione [7]. Le avanguardie più illuminate del movimento operaio sanno di restare subordinate ai padroni del loro destino (che continuano ad essere i capitalisti industriali), sebbene a livello di rappresentanza politica, nei processi elettorali, il confronto politico che forma le nuove identità sia ancora lontano dalla loro comprensione.

I cambiamenti strutturali che hanno modificato quel tempo passato esigono un altro livello di politicizzazione per inserire i nuovi segmenti di lavoratori nel processo politico, in un nuovo modo di fare politica che superi i limiti della fabbrica [8]. In questo modo, le “classi lavoratrici tradizionali” – manuali e tecniche – che hanno visto diluire la loro identità tradizionale dall’emergere di nuove tecnologie potranno formare la loro nuova identità.

Il gruppo dei lavoratori del “nuovo capitalismo” e del “vecchio capitalismo”, così – nel futuro della transizione – dovrà articolare probabilmente la questione democratica in modo diverso. Non è impossibile, per il nuovo mondo del lavoro (forgiato nell’autonomia della terziarizzazione e della precarietà), che l’idea di una società futura penda maggiormente verso l’utopia di “una comunità di individui liberi”; e che, per i lavoratori ancora raggruppati nella vecchia fabbrica moderna in declino, questa società del futuro si presenti come il desiderio di una “comunità libera di individui associati” [9], organizzata sia nella produzione che politicamente in forma diversa. È possibile che questa dualità possa essere una delle fonti di riconciliazione tra “il principio di Stato e il principio di mercato”, al fine di stabilizzare un nuovo ordine che sia post-socialdemocratico e post-socialista reale, dispiegandosi in un tempo di superamento dell’ordine del capitale.

La vecchia identità dei lavoratori nella modernità industriale e i loro immediati interessi di classe sono diluiti dalla frammentazione della struttura di classe tradizionale. Per costruire, prima ancora del nuovo progetto socialista stesso, è necessaria una nuova vita pubblica organica, affinché la maggioranza dei lavoratori inizi a condividere nuove identità in un nuovo modo di vivere, al di fuori della logica del mercato capitalista. E questa condivisione è necessariamente “transterritoriale”, “di genere”, “culturale”, “nazionale” e “multilingue” [10].

Questi impulsi positivi hanno origine nelle negatività vissute nel quotidiano della vita ordinaria, che, allo stesso tempo in cui tendono a dissolvere la libertà in una vita senza significato democratico (con la mercificazione alienata della vita), aprono prospettive verso nuove utopie. Questo è l’impulso innovativo-conservatore dell’ideologia neoliberista che rafforza il feticcio del “revival” dell’economia liberale (che ostacola l’immaginario quando si ribella per migliori condizioni di vita), ma apre anche una critica radicale dell’obsolescenza programmata, del consumismo irrazionale programmato con la volatilità dei valori di mercato.

Questa nuova vita pubblica comune può essere ricercata nei suoi esercizi concreti, come informazione, tempo libero, produzione e consumo razionale, che controllano le nuove soggettività culturali: “Per articolare questa produzione sociale generale, il capitale tende a investire sempre più nell’industria dell’informazione. Siccome ‘la produzione è immediatamente consumo e il consumo è immediatamente produzione’ (Marx), si tratta di organizzare la società, sia per produrre che per consumare beni materiali sempre più lontani dai bisogni umani fondamentali (mangiare, dormire, vestirsi). (…) Il processo produttivo non è più solo quello che avviene all’interno degli stabilimenti. (…) Avviene (…) ovunque l’individuo sociale sia addestrato a inserirsi in una qualsiasi routine produttiva e, allo stesso tempo, dialetticamente, è ‘costruito’ in maniera da voler utilizzare il prodotto che, socialmente, ha contribuito a produrre. Questa costruzione è, in una parola, culturale. Ecco perché, in questi tempi contemporanei, la cultura è economia” [11].

La creazione di un movimento politico che contenga i germi di un nuovo modo di vivere per una “nuova vita morale” (Gramsci) alla ricerca delle nuove forme di articolazione produttiva, può essere sia una politica di Governo che di Opposizione di sinistra, a partire da un “programma minimo” democratico e sociale. In questo programma, le attività produttive – sociali e culturali – devono contribuire a una moralità politica nella vita comune e a nuovi modi di produrre, sia cibo sano che beni di base dell’industria necessari per una vita dignitosa.

Le condizioni di base per un’offensiva di sinistra contemporanea si stanno già sviluppando nella resistenza dei vari gruppi sociali dispersi, nei nuovi processi di sfruttamento del lavoro, che possono essere verificate con: (a) crescente legittimazione delle preoccupazioni agroambientali [12]; (b) crescente legittimazione della partecipazione delle comunità povere agli affari pubblici; (c) crescente legittimazione politica delle caratteristiche di genere e di cultura; (d) crescente (ri)legittimazione dello Stato di fronte alla crisi di coesione sociale promossa dal neoliberismo; (e) crescente legittimazione della lotta per la socializzazione del lavoro (o delle attività produttive) per dare origine a una sopravvivenza dignitosa; (f) crescente formazione di un’intellettualità critica su scala mondiale.

Le migrazioni, parallelamente all’eccessiva concentrazione del reddito e alla riduzione dei confini legali e burocratici tra i paesi – a causa dello sviluppo dell’internazionalizzazione economica – sono ulteriori aspetti di una nuova realtà mondiale nel nuovo ciclo storico di riorganizzazione, sia nel sistema dei capitali che nei rapporti di lavoro e convivenza sociale.

Nell’attuale periodo storico, con la massiccia implementazione di nuove tecnologie – informatica, robotica, telematica, nuove modalità di gestione e riduzione del valore aggiunto attraverso il lavoro vivente (in presenza dell’orizzontalità del processo produttivo attraverso la terziarizzazione, con nuove forme di cooperazione tra imprese) – i nodi del conflitto vengono riorganizzati e aumentano la scissione tra la società formale e quella informale.

La necessità di una nuova politica radicale, quindi, emerge come riformulazione dell’utopia di un mondo fondato sull’uguaglianza, secondo la prospettiva di un realismo utopico, fondato su alcuni presupposti: lotta alla povertà, assoluta o relativa; ripristino del degrado ambientale; contestazione del potere arbitrario; riduzione del ruolo della forza e della violenza nella vita sociale e democratizzazione della circolazione delle opinioni, come supporto vitale per la democrazia politica.

Ne segue l’esigenza di ricreare una “teoria aziendale”, per consentire nuove esperienze imprenditoriali e comporre – accanto alle aziende tradizionali – nuove relazioni produttive nella polis post-socialista “reale” e post-socialdemocratica, all’interno di un nuovo ordine costituzionale socialdemocratico. In questo nuovo assetto, i nuovi benefici fiscali dovranno essere destinati ad accogliere imprese di “nuovo tipo”, coerenti con una vita consapevolmente orientata. Illustro a seguire alcune idee:

– Creazione di statuti legali per la costituzione di cooperative con sussidi pubblici, che mirino a fornire servizi in aree di rilevante interesse pubblico, come i trasporti pubblici, il recupero di aree degradate; l’assistenza agli anziani, ai bambini e ai giovani con disabilità; il sostegno ad iniziative di assistenza sociale a gruppi in situazioni di povertà; la promozione di scuole di qualificazione del lavoro e formazione tecnica per la condivisione e la diffusione delle nuove tecnologie;

– Creazione di statuti legali per la costituzione di società di rilevanza pubblica, per la consulenza e produzione di servizi in materia di tutela e recupero ambientale, formazione del lavoro e qualificazione tecnica del personale, per servizi di pulizia ambientale e manutenzione dei beni demaniali;

– Potenziamento statale al finanziamento e fornitura di competenze ad aziende pubbliche “non statali”, sotto il controllo delle comunità che consumano i loro servizi, con vigilanza coordinata dallo Stato; regime fiscale speciale e valutazione della qualità dei suoi servizi da parte dei destinatari, come, ad esempio, nelle imprese di costruzione di reti di raccolta delle acque reflue, costruzione di stazioni igienico-sanitarie di base e strade a pedaggio con fine di manutenzione;

– Promozione di società di natura cooperativa, per progetti e produzione di applicazioni finalizzate a promuovere e finanziare piccole aziende di imprenditori individuali o cooperativi, per favorire il trasporto e la consegna di merci (riders, ecc.).

2.

L’idea contenuta nel socialismo sovietico, guidato da un partito professionale di quadri concentrato sull’organizzazione del proletariato come classe dirigente della rivoluzione, non è più in grado di sostenersi nella società che succede alla seconda Rivoluzione Industriale. I nuovi processi di produzione e la completa riorganizzazione dei rapporti di lavoro indicano oggi un nuovo senso organizzativo per i partiti socialisti e le loro forme di organizzazione.

I partiti del socialismo democratico contemporaneo non saranno i partiti la cui spina dorsale poggia prevalentemente nelle fabbriche, ma che si struttureranno in quel mondo del lavoro situato nelle classi lavoratrici – nuove e vecchie – disperse o raggruppate, che sono l’avanguardia di una nuova vita produttiva, condivisa in solidarietà e cooperazione.

Il primo grande passo è combattere la lotta per l’egemonia, mirando alla costituzione di una cultura politica che, non essendo più centrata sull’esclusività strategica dei lavoratori tradizionali, possa essere più completa e “aperta”, per incorporare nel movimento di emancipazione la costellazione dei nuovi soggetti sociali, con le loro nuove esigenze collettive e di gruppo.

Ritengo che i processi per la formazione di questo partito (sia reinventando quelli esistenti o creandone di nuovi) debbano essere accompagnati da esperienze immediate di democratizzazione e controllo sociale dello Stato, con la costruzione di istituzioni pubbliche non statali di partecipazione diretta alla gestione dello Stato. Ciò può derivare dalle forme organiche già esistenti, che stimolino l’emergere di nuovi soggetti sociali nelle città e si aggiungano anche a nuove forme di produzione di beni e di offerte di servizi, nuove espressioni culturali, forme dirette virtuali e presenziali di partecipazione al sistema politico e alle decisioni di politiche pubbliche. Il Movimento dei Sem Terra, la Via Campesina, i movimenti organici di solidarietà nella lotta alla pandemia, i nuovi movimenti ambientalisti in difesa dell’Amazzonia e in difesa delle comunità originarie, dimostrano già ora che questo è possibile.

A livello politico emergeranno anche le richieste derivanti dai nuovi strati tecnici che operano nei nuovi processi produttivi ad alta tecnologia, rappresentanti delle organizzazioni ecologiche, a difesa del patrimonio immateriale, antirazziste, comunitarie e di genere, che dovrebbero comporre una piattaforma che scommette su di uno stile di vita consapevolmente orientato e su nuove forme di organizzazione della produzione sociale. Si tratta di interferire immediatamente nel metabolismo sociale del sistema di produzione di mercato del capitalismo, come proposto da István Mészáros in “Oltre il Capitale” [13].

Qui emerge il ruolo importante dei produttori di cibo sano nelle campagne e nelle periferie delle grandi città, poiché senza la sostenibilità alimentare che si discosti dalla grande distribuzione strutturata dagli oligopoli di circolazione, nessuna politica socialista democratica riuscirà a consolidarsi. Soprattutto, senza un forte rapporto politico tra il nuovo e il vecchio mondo del lavoro, direttamente con le famiglie che producono questi alimenti, attraverso una circolazione di mercato autodeterminata, non si produrrà una domanda continua, che potrà permettere ai produttori di liberarsi dalla grande distribuzione oligopolizzata.

La crisi dello Stato socialdemocratico costituito dopo Weimar, dopo gli “anni gloriosi” della socialdemocrazia europea, stimolò l’emergere di nuove forme di organizzazione pubblica, attraverso le quali le rivendicazioni non accettate (o a cui i governi non hanno dato risposte) si articolavano in un circuito più ampio di rappresentanza sociale e politica. Questa rappresentanza (“diretta” o “indiretta”) trascende i partiti democratici e di sinistra, di fronte all’emergere di nuove forme autonome di potere e di nuovi strumenti tecnologici.

La nuova sfera pubblica non statale che incide sullo Stato – con o senza il supporto della rappresentanza politica tradizionale – esiste già. È composta da migliaia di organizzazioni locali, regionali, nazionali e internazionali che promuovono la propria auto-organizzazione per interessi particolari, dall’attenzione a determinate malattie, alle lotte per la casa e per la terra, agli enti con esigenze tipicamente comunitarie e alla promozione di azioni critiche, in termini eco-ambientali, di genere, a sostegno dei migranti economici e delle popolazioni indigene. Questa sfera si pone come spazio di mediazione dell’azione politica diretta dei cittadini per i loro interessi, senza limitarsi a quanto dato loro dalla legge statale e regolato dalla rappresentanza politica tradizionale.

Le nuove forme di dominio ed esclusione, ora emerse, hanno quindi prodotto nuove forme di autonomia e di “inclusione alternativa” interiormente, a fianco o contro lo Stato. Si tratta della formazione di quel nuovo spazio pubblico che non dipende dallo Stato: una sfera pubblica non statale, auto-organizzata.

Nei governi regionali e locali, negli ambienti urbani e paraurbani o nelle grandi città, possono essere forgiati gli esperimenti di rottura sociometabolica del dominio capitalista universale, istituendo processi combinati di democrazia rappresentativa con forme partecipative democratiche dirette, di carattere volontario.

Il trattamento della questione socialista democratica diventa, in questo contesto, il centro di una strategia di trasformazione, la cui base giuridica e politica è l’efficacia dei diritti fondamentali. Queste saranno efficaci solo con la progressiva ri-creazione dello Stato Sociale di Diritto in modi nuovi che finora non è stato in grado di mediare e che si riferisce, soprattutto, alle esigenze del nuovo mondo del lavoro, sostanzialmente bloccato e sottomesso alla logica dei bisogni reali o artificiali del mercato.

Occorre prestare attenzione al movimento di deregolamentazione della società, sostenuto dai rapporti di mercato, che arriva ai diversi rami del diritto e ha una predilezione speciale per le riforme che deregolamentano nell’ambito del diritto del lavoro. Un simile movimento non è una “invenzione” della teoria neoliberista o dei politici reazionari, ma è la risposta perversa alle richieste delle rivoluzioni scientifico-tecnologiche in corso. Per il nuovo mondo del lavoro, dei lavoratori a contratto, è necessario reinventare le tutele giuridiche per l’erogazione dei servizi, che risultano dalle modalità di produzione sia nuove che tradizionali, fondate sulle nuove tecnologie.

Queste esperienze possono essere utilizzate per diffondere una nuova concezione di riforma democratica dello Stato, basata su un nuovo rapporto Stato-società, che apra lo Stato alle organizzazioni di volontariato di base (e alla partecipazione di cittadini isolati, in base alle nuove tecnologie e comunicazioni in rete) in particolare a quelle auto-organizzate dai cittadini senza voce di fronte allo Stato. Il nuovo partito del socialismo, con un centro politico visibile, con un “gruppo dirigente” stabile, deve operare la sua politica direttamente in queste relazioni orizzontali, ora virtuali e ora reali, dell’attuale società di classe.

Un simile processo tende a rompere le frontiere burocratiche, a livello locale e regionale, che separano lo Stato dai cittadini comuni, producendo risultati concreti nella qualità della vita dei “senza voce”. Le fasce di rappresentanza popolare, che fanno parte della tradizionale rappresentanza politica della sinistra, dovrebbero esercitare un’influenza sul processo di costruzione del consenso, costruito “dal basso in su”, ricreando – anche nell’esercizio della politica liberale rappresentativa – azioni che sfidino la manipolazione liberal-rappresentativa.

Questi movimenti, consapevolmente guidati da decisioni politiche, indicherebbero così una forma di cogestione pubblica – statale e non statale – attraverso la quale la legittimità della rappresentanza tradizionale viene permanentemente rigenerata democratizzando direttamente le decisioni. Queste decisioni sarebbero “restituite” alla comunità, sotto forma di politiche e azioni di governo, che affidino l’identità ai partecipanti al processo e si espandano nella società, cambiando la vita quotidiana della “polis” e interferendo nella comprensione politica delle masse.

L’impatto sulla vita economica negli spazi territoriali urbani, la produzione di politiche educative, previdenziali e assistenziali, nonché l’esecuzione di opere prioritarie di evidente interesse popolare, sono fini realizzabili, da gestire con questa nuova modalità di decisione. Sono questi obiettivi che, oltre a creare un coinvolgimento più diretto nella disputa per gli interessi delle classi nella “polis”, consentirebbero un rapporto più creativo e diretto con la “grande politica”, per promuovere esperienze di gestione regionale e nazionale, di carattere democratico radicale.

Il trasferimento dell’esperienza particolare e concreta dei governi locali ai livelli superiori della gestione statale, tuttavia, può avvenire con successo solo se la sinistra è in grado – oltre a conquistare la fiducia della maggioranza attraverso governi capaci e di successo – di essere un vettore di una nuova vita morale, di una nuova dimensione etico-politica nel contesto di una nuova “prassi” socialdemocratica per recuperare il senso libertario del socialismo. Ed è proprio da questo punto che emerge l’importanza dei nuovi partiti del socialismo, in un’epoca che non è ancora post-industriale, ma è già in transizione verso un futuro che può essere determinato coniugando la partecipazione diretta dei cittadini con la democrazia rappresentativa.

La forza politica dei collettivi dei nuovi movimenti sociali e delle organizzazioni dei lavoratori, partitici o apartitici – i cui membri mettono la loro vita al servizio dell’emancipazione e della libertà – è ciò che può sviluppare un processo di costruzione di una sinistra plurale, nella “lunga marcia” delle lotte del socialismo possibile verso il regno della libertà.

Tarso Genro, 16/01/2021

* Tarso Genro è stato governatore dello Stato di Rio Grande do Sul, sindaco di Porto Alegre, ministro della giustizia, ministro dell’istruzione e ministro delle relazioni istituzionali del Brasile, nei Governi del PT.

Il testo attuale è una fusione rinnovata, corretta e aggiornata, basata su molti testi dell’autore.

Note

[1] Apolônio de Carvalho, Carlos Nelson Coutinho, Fábio Konder Comparato, Flávio Koutzii, Francisco Correia Weffort, Geraldo Cavagnari Filho, Jacob Gorender, José Arthur Gianotti, José Dirceu, José Genoino, Luiz Inácio Lula da Silva, Márcio Thomaz Bastos, René Dreifuss, Tarso Genro, Wanderlei Guilherme dos Santos e Wladimir Pomar.

[2] Dahrendorf, Ralf. Il conflito sociale moderno – Un saggio sulla politica della libertà, 1992;

[3] Bloch, Ernst, “Marx, Aufrechter Gang, Konkrete Utopie”, in: Über Karl Marx, Francoforte, 1968;

[4] Lago, Benjamim Marcos. Dinamica sociale – Come si trasformano le società, Ed. Vozes, Petrópolis, 1995;

[5] Santos, Boaventura de Souza Santos, “Sinistre del mondo, unitevi!”, Boitempo, San Paolo, 2018;

[6] Morales, Angel Garrorena. Representación Politica y Constitución Democrática, Editorial Civitas, Madrid, 1991;

[7] Santos, Milton. Tecnica, spazio, tempo – Globalizzazione e ambiente tecnico-scientifico informativo, Ed. Hucitec, 1966;

[8] Gli studi del libro “Il mondo dopo la caduta”, organizzato da Emir Sader (Ed. Paz e Terra) sono indispensabili per la critica del socialismo reale e per pensare a un nuovo progetto socialista.

[9] Bobbio, Norberto. Uguaglianza e libertà, 1996;

[10] Canclini, Nestor Garcia. Consumatori e Cittadini – Conflitti multiculturali della globalizzazione, Ed. Università Federale di Rio de Janeiro, 1996;

[11] Dantas, Marcos. La logica del Capitale-Informazione, Ed. Contraponto, RJ, 1996;

[12] Veiga, José Eli “La transizione agroambientale negli Stati Uniti” Ed. Università Federale di Rio Grande do Sul, 1997;

[13] Mészáros, István. “Oltre il capitale. Verso una teoria della transizione”, 2002.

https://aterraeredonda.com.br/ensaio-sobre-o-socialismo

Ensaio sobre o socialismo – A TERRA É REDONDA

“O povo apenas transfere livremente para o rei o poder que não domina totalmente”.

aterraeredonda.com.br

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