Guerriglieri colombiani

COLOMBIA: INTERVISTA MARIA EX APPARTENENTE ALLE FORZE ARMATE RIVOLUZIONARIE COLOMBIANE

 

Molto spesso ci siamo occupati della Colombia a differenza dei grandi mezzi di informazione che oscurano ogni informazione riguardante la violenza in questo paese riportando notizie di omicidi ed assassini mirati. Tra le persone che subiscono questa violenza ci sono gli ex appartenenti alle Forza Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) che nel 2014 hanno firmato gli accordi di pace con il governo colombiano. Abbiamo intervistato Maria, una delle firmatarie degli accordi di pace, che ci ha spiegato le ragioni della lotta armata, come si viveva in clandestinità e come adesso vivono gli ex membri delle FARC che dovrebbero essere protetti dallo stato ma che invece sono stati lasciati soli.

 

Perché hai deciso di entrare a far parte delle FARC e come ha reagito la tua famiglia?

Inizialmente non ho militato nelle FARC ma nel Movimento M19. Io ho studiato in un collegio per i figli delle forze di polizia a cui ho avuto accesso grazie ad una cugina. Qui alla fine del corso ho conosciuto un tenente della polizia che durante una festa mi ha drogata e poi mi ha violentata. La vicenda è arrivata alle orecchie della direttrice del corso che mi ha convinto a denunciare, ma purtroppo la denuncia non ha avuto seguito. Questa vicenda accaduta sulla mia pelle mi ha fatto capire che il sistema era corrotto ed ingiusto, per questo dopo poco sono scappata da Bucaramanga, dove vivevo con la mia famiglia, ed ho raggiunto Cali dove conobbi il Movimento M19 che lottava per cambiare il sistema che vigeva in Colombia, a quel tempo avevo 17 anni. Poi ho aderito al Partito Comunista e quindi alle FARC. La mia famiglia non sapeva nulla della mia militanza prima nel Movimento M19 poi nelle FARC perché vivevano lontano. 

Perché una giovane di 17 anni decide di intraprendere una vita così rischiosa?

La mia famiglia era la classica famiglia dell’epoca dove il padre era il padrone assoluto: spesso mia madre e noi figli venivamo picchiati. La donna era considerata veramente poco, non poteva uscire di casa, non poteva studiare, doveva occuparsi delle faccende domestiche, fare figli ed accudirli. Questo sistema patriarcale non lo  sopportavo perché io sono sempre stata una ribelle: mi piaceva ad esempio vestirmi con i pantaloni e non con i vestiti e le gonne, amavo indossare scarpe da ginnastica. Io son la undicesima figlia di dodici figli. Dovevo lottare per cambiare qualcosa in questo sistema patriarcale e diseguale: questo è stato il motivo che mi ha spinto a militare nei gruppi clandestini, non sopportavo che i diritti delle donne fossero calpestati in questa maniera quindi bisognava lottare per cambiare la società.  

Quando sono scappata di casa per andare a Cali nella mia famiglia è scoppiato uno scandalo: a quei tempi a Cali era molto forte il cartello della droga. Mio padre mi ha accusato di essere scappata per iniziare a prostituirmi ed a trafficare con la droga per guadagnare un poco di denaro. Ad una donna che avesse voluto guadagnare non restava altra strada che la prostituzione e Cali, siccome il cartello della droga disponeva di ingenti denari, era il posto giusto per questa attività. 

Altri componenti della tua famiglia hanno aderito alle FARC?

Si, uno dei miei fratelli negli anni ’70 è fuggito di casa ed ha iniziato la clandestinità aderendo alle FARC, ma io ero piccola e non ricordo bene quando è accaduto. Ci siamo incontrati nuovamente molti anni dopo quando anche io ero in clandestinità. Mio fratello è stato accusato di essere un guerrigliero e di aver ucciso un poliziotto, per questo è stato incarcerato per quattro anni anche se non c’erano prove contro di lui. E’ uscito di prigione nell’agosto del 2000 ritornando a Bucaramanga dove è stato ucciso solo quindici giorni dopo. La sua colpa è stata quella di mettersi contro il cartello della droga che comandava nel quartiere, lui accusava i trafficanti di droga di usare i giovani ragazzi della zona per i loro traffici e con il loro fare di distruggere la giovinezza di intere generazioni. Per essersi ribellato alla legge dei narcos è stato ucciso.

Due anni dopo anche uno dei suoi figli è stato ucciso per aver accusato gli assassini di avergli ucciso il padre. Ma la sfortuna nella famiglia non si è fermata: anche la moglie è caduta nel 2010  sotto i colpi delle gang locali. Una delle figlie una sera del 2017 si è recata a casa degli assassini che avevano decimato la sua famiglia esternando tutto il suo dolore per quanto accaduto e nella concitazione ha minacciato di denunciare tutti. Per questo appena in strada è stata freddata da un sicario. Per il momento resta viva solo una figlia. Ma la cosa più tragica è che nessuno ha pagato per i quattro omicidi.

La polizia tollera questi gruppi malavitosi da cui riceve anche ingenti contributi per tenere gli occhi chiusi, invece lo stato li tollera perché in un certo modo controllano il territorio. Questa è la Colombia dei sobborghi popolari delle grandi città. 

Tu fai parte dei firmatari dell’accordo di pace tra il governo dell’allora presidente Manuel Santos e le  FARC?

Si, io sono una delle firmatarie degli accordi di pace. Prima della firma degli accordi di pace con il governo di Manuel Santos però sono stata costretta ad abbandonare la Colombia ed a rifugiarmi nel vicino Venezuela. Nel 2013 mi sono arrivate minacce di morte e quindi ho dovuto lasciare la Colombia per la mia incolumità e per quella di mio figlio, sono rimasta in Venezuela fino al 2017. Durante il mio esilio ho continuato ad avere contatti con i miei compagni i quali mi hanno convinto ad aderire agli accordi: in quel momento si respirava nelle FARC un clima favorevole alla pace. Pensavamo che era giunto il momento di abbandonare la lotta armata anche perché il governo ci aveva fatto molte promesse. Ci ricordavamo comunque che già un altro accordo di pace firmato nel 1985 con l’allora Presidente Betancur non era stato rispettato e oltre 5000 appartenenti alle FARC furono uccisi. Episodio definito tra l’altro  come un genocidio.

Al mio ritorno a Bucaramanga un giorno rientrando a casa ho trovato la porta forzata, sconosciuti erano entrati nella mia casa ed avevano portato via il computer e molte foto. Stavano ovviamente cercando informazioni sul movimento. Dopo la mia denuncia all’agenzia che si occupa del reinserimento degli ex appartenenti alle FARC sono stata invitata a lasciare la casa ed alloggiare presso un altra abitazione, ma a causa dell’alto costo dell’affitto sono stata costretta ben presto a ritornare nella mia dimora.

Credi che l’accordo di pace firmato con il governo colombiano sia stato un pretesto per depotenziare le Forze Armate rivoluzionarie Colombiane?

Avevo dei dubbi perché già prima gli accordi del 1985 firmati con Betancur non sono stati rispettati. Dopo la firma degli accordi di pace fu fondato il partito Unione Patriottica (UP che doveva rappresentare politicamente le istanze del movimento. Facevano parte dell’UP le farc, il partito comunista e  militanti della sinistra. Hanno ucciso tre candidati che si erano presentati alle elezioni: Carlos, Pizarro, Jaime Pardo Leal, Bernardo Jaramillo Osa. Avevamo paura per l’esperienza precedente e la consegna delle armi ci rendeva vulnerabili  

Il governo ha rispettato i termini dell’accordo?

No per nulla. Negli accordi, tra le altre cose, era scritto che ci dovevano dare  dei territori dove poter vivere, cosa che in principio è successa ma dopo che avevamo costruito le infrastrutture necessarie a viverci ci hanno detto che questi territori non potevano più esserci concessi. Siamo stati costretti quindi ad emigrare verso le città, luoghi questi in cui la protezione è più difficile.  La sicurezza, la mancanza di un progetto sociale, la difficoltà di trovare lavoro e case dove abitare sono solo alcuni punti che lo stato non ha rispettato. Inoltre vi è molta stigmatizzazione nei nostri confronti da parte della popolazione che ci considera ancora dei malviventi e dei terroristi, opinione creata dallo stato stesso che controlla i mezzi di informazione di massa. Insomma riescono a manipolare le coscienze delle persone.  

Ti senti presa in giro da questo governo che non rispetta gli accordi presi? 

Si, pensavo per prima cosa di tornare al mio paese e rivedere mia figlia. Ci hanno venduto la promessa di un partito politico che ci rappresentasse e  la promessa di una vita migliore. I miei compagni, come ti ho già detto, mi convinsero che era giunto il momento per la pace, ma questo non è successo. Sinceramente vivevo più tranquilla durante la clandestinità che adesso perché eravamo tutti uniti e ci aiutavamo tutti, il principio solidale era molto più forte che in questo momento. In questa nuova vita si sono persi tutti i valori. Le Farc erano la mia famiglia, si sono persi i legami che ci univano perché la società ci allontana. La società capitalista ci ha convertito solamente in consumatori 

Credi che con l’arrivo di Ivan Duque alla presidenza della Colombia le repressioni contro i firmatari dell’accordo di pace siano aumentate?

Credo che tutto era già scritto, non può essere un caso se con l’arrivo di Duque gli omicidi siano aumentati dell’80 per cento, faceva tutto parte di una strategia ben congeniata fin dall’inizio.  Poi la beffa: il premio Nobel per la Pace a Manuel Santos. Un premio che  è un offesa al processo di pace per come si è poi sviluppato.

Tornando alla tua militanza ci puoi raccontare come si svolgevano le giornate nei boschi e nelle foreste?

Il mio lavoro era cercare medicine, vestiti, alimentari, mi occupavo principalmente di logistica e di formazione politica dei membri della sinistra. Il lavoro politico rivestiva un’importanza fondamentale nella lotta. La vita era molto varia, potevo fare una guardia oppure preparare il cibo per tutti. Facevo insomma tutto quello che occorreva fare. La vita delle donne era praticamente la stessa di quella degli uomini e questo mi piaceva perché sentivo di essere considerata come persona, non vi era alcuna forma di patriarcato o di discriminazione di genere. Tra le varie menzogne messe in giro per discreditare il movimento vi era quella che le donne fossero costrette ad abortire se fossero rimaste incinte. Io che ho vissuto buona parte della mia vita in clandestinità a contatto con decine di ragazze posso affermare con certezza che era solo una sporca menzogna. Avevamo a disposizione i contraccettivi per evitare gravidanze non volute. Chi voleva avere un figlio però non poteva crescerlo nei campi per ovvi motivi e doveva darlo in affido ad amici o parenti. A me è successo lo stesso: la mia prima figlia la ho dovuta portare da mia madre perché se ne occupasse. Il secondo figlio invece lo ho cresciuto io perché in quel momento mi muovevo molto tra le campagne e la città.

Durante il periodo della clandestinità non ho mai partecipato ad azioni violente ma due volte ho subito le conseguenze dei bombardamenti dell’esercito colombiano. La prima volta mi ero spostata in un altro accampamento ed il giorno successivo l’esercito ci ha bombardato. La seconda invece ero andata a trovare il mio compagno in un altro accampamento e qui è avvenuto il bombardamento del solito esercito che cercava in tutti i modi di eliminarci.  

Tu hai due figli, pensi di aver messo a rischio la loro vita aderendo al progetto rivoluzionario delle FARC? 

Come ti ho detto precedentemente non ho potuto vivere con mia figlia perché non la potevo tenere con me nella clandestinità, le ho sempre spiegato chi ero e cosa stavo facendo e lei lo ha capito. Infatti poi anche lei si è incorporata nelle FARC. Il secondo figlio invece lo ho cresciuto io perché in quel momento mi spostavo frequentemente tra città e campagne. Lui durante il periodo adolescenziale mi ha più volte rimproverato di non aver avuto una vita come tutti gli altri bambini ma crescendo ha capito la mia scelta. Insomma credo di essere stata una buona madre che ha combattuto per i suoi ideali e se tornassi indietro rifarei tutto. Non o rimpianti. 

E’ vero che in alcune zone sotto il vostro controllo veniva coltivata droga che usavate per finanziarvi?

Noi non coltivavamo la droga ma ci occupavamo di sorvegliare le piantagioni, facevamo un servizio di vigilanza e per questo i contadini ci pagavano. Lo facevamo  solo per vivere, era un lavoro come un altro in quel momento. 

Negli accordi era previsto che i contadini che coltivavano la coca avessero riconvertito le colture ma lo stato non ha rispettato i termini dell’accordo. Invece di dare le sementi ai contadini ha pensato di distruggere le coltivazioni con il diserbante irrorando con aerei le  piantagioni inquinando le terre, i fiumi e le falde acquifere. Quindi i contadini traditi hanno continuato a coltivare la droga perché lo stato ha deciso di non rispettare gli accordi lasciandoli soli e senza reddito.

Adesso dopo la firma dell’accordo come si svolge la tua vita? Il governo ti sta aiutando ad reinserirti nella società?

Non mi hanno dato nessun lavoro, mi danno un sussidio legato agli accordi, mi salvo perché ho una casa di proprietà, tutto qui. Anche su questo versante lo stato ha disatteso tutte le promesse e ci ha lasciato soli in balia delle bande paramilitari. Ad oggi sono 270 i miei compagni assassinati dopo la firma degli accordi di pace. Meno male erano accordi di pace … Durante la mia clandestinità non ho mai avuto paura di morire anche se ero consapevole che poteva succedere, paradossalmente ho più paura adesso che allora perché ora espongo anche i miei famigliari, cosa che prima non accadeva. 

Per concludere come vedi il futuro della Colombia? Pensi che sarà possibile vedere un governo progressista alla guida del tuo paese?

Non ho  fiducia in un cambio. Non ci sono partiti veramente progressisti, non credo che la Colombia sarà mai un paese governato da una forza di sinistra perché il popolo anche se sta male non ha la sufficiente forza per cambiare. La destra in Colombia ha molto potere, immaginati che anche i morti votano nel mio paese. 

Comunque non credo che abbiamo combattuto invano anche se attualmente molti dei miei compagni hanno perso la vita, la sensazione che ho però è che stiamo perdendo la battaglia.

 

Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info

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