Bandiera Urss

LA CRISI UCRAINA: ORIGINE, SVILUPPI E PROSPETTIVE (PARTE II)

di Andrea Vento

 

Dalla fine del Bipolarismo a quella della Guerra Fredda.

La trasformazione della struttura politica degli stati del Socialismo reale e il mutamento dell’assetto geopolitico europeo e mondiale fra il 1989 e il 1991 

La fine della Guerra Fredda, la “riunificazione tedesca” e la promessa occidentale

A seguito dell’inasprirsi del confronto bipolare causato dell’irrigidimento delle politiche Usa verso l’Urss impresse nel 1945 dal nuovo presidente Harry Truman e della conseguente corsa al riarmo, al nuovo assetto geopolitico bipolare uscito dalla Conferenza di Yalta, si affiancò la cosiddetta Guerra Fredda. Termine coniato dallo scrittore inglese, George Orwell, nel suo libro del 1947 “The cold war” per indicare la situazione delle relazione internazionali delineatesi dopo la Seconda Guerra mondiale caratterizzata da una forte conflittualità e da un perenne stato di tensione fra Stati Unti e Unione Sovietica.

L’elezione del riformista Michail Gorbaciov alla carica di  Segretario generale del Pcus e conseguentemente alla presidenza dell’Urss, nel marzo 1985, con il mandato di risollevare e ammodernare le strutture economiche e politiche della declinante Unione, aprì le porte alle politiche di liberalizzazione passate alla storia con i termini di Perestrojka e Glasnost.

La “caduta del muro di Berlino” del 9 novembre 1989, causata dall’irreversibile crisi economica dell’Urss, dall’accelerazione della corsa al riarmo impressa dall’amministrazione Reagan e dal fallimento del progetto riformista di Gorbaciov, segna la fine della Guerra Fredda e del controllo di Mosca sui Paesi dell’est europeo (cosiddetta Dottrina Breznev), oltre ad offrire opportunità di concretizzazione alle istanze riunificatrici del popolo tedesco, con l’inevitabile corollario di ridefinizione degli assetti geopolitici usciti dal secondo conflitto mondiale.

Nel corso delle trattative apertesi ad inizio 1990, sull’annessione della Repubblica Democratica Tedesca (Germania Est) da parte della Repubblica Federale Tedesca (Germania Ovest), fra Urss, Usa, Regno Unito, Francia e le due Germanie (formula 2+4), il Cremlino non si oppone alla riunificazione nazionale tedesca a patto che la Nato non impianti basi militari nei Lander Orientali. Le rassicurazioni verbali rilasciate ai sovietici nel corso della riunione di Bonn del 6 marzo 1990 da parte dei Direttori Politici dei Ministeri degli Esteri dei quattro Paesi occidentali, vengono trascritte nel verbale dell’incontro come ha confermato il  politologo statunitense Joshua Jefferson che lo ha recentemente rinvenuto nel British National Archives. Nel documento reso pubblico dal settimanale tedesco Der Spiegel nel febbraio 2022, è testualmente riportata l’inequivocabile dichiarazione del rappresentante della Germania Ovest, Jurgen Chrobog: ”Nelle trattative a 2+4 abbiamo chiarito che non estenderemo la Nato oltre l’Elba (sic). Non possiamo quindi concedere alla Polonia e agli altri l’ingresso nella Nato”. Con il rappresentante statunitense Raymond Saitz che aggiunge: “Abbiamo chiarito all’Unione Sovietica – nel 2+4 come in altri incontri – che non trarremo alcun vantaggio dal ritiro delle truppe sovietiche dall’Europa dell’Est”. Dichiarazioni che, ritenute rassicuranti dai sovietici in virtù del clima di distensione consolidatosi fra le due superpotenze, non vengono elevate ad oggetto di trattato internazionale ufficiale con carattere vincolante. Un ingenuo e generoso atto di fiducia che nei decenni successivi, come vedremo, si rivelerà foriero di sgraditi imprevisti sviluppi per la Russia post sovietica.   

Il processo disgregativo dell’Unione Sovietica 

La delibera di scioglimento del partito comunista sovietico unificato (Pcus) da parte del Soviet Supremo del 7 febbraio 1990, che apre le porte al superamento del sistema politico a partito unico, precede di poche settimane lo svolgimento delle prime lezioni libere nelle 15 repubbliche, le quali registrano la sconfitta dei comunisti in Moldavia, Giorgia, Armenia e nelle 3 repubbliche baltiche, ma non in Russia, Bielorussia e Ucraina e negli altri stati sei asiatici.

Nell’ambito del processo trasformativo in atto negli assetti del periodo, un importante evento politico interno imprime un’accelerazione al processo di crisi della già indebolita Unione Sovietica: il giorno 11 marzo 1990 va, infatti, in scena il primo atto disgregativo dell’Unione determinato  dalla dichiarazione d’indipendenza della Lituania (tab. 1) che innescò forti tensioni con il Cremlino e un limitato intervento delle forze speciali sovietiche nel Paese ordinato da Gorbaciov nel gennaio 1991. L’atto di indipendenza venne tuttavia riconosciuto ob torto collo dalla dirigenza comunista a seguito delle pressioni degli Stati Uniti e dei paesi europei, i quali minacciando l’annullamento dei finanziamenti promessi, ottengono il ritiro del contingente militare sovietico.

Repentini cambiamenti politici che, sommati alle istanze indipendentiste degli stati baltici, iniziano a tenere in apprensione il Cremlino riguardo al futuro dell’Unione. Preoccupazioni che salgono di livello a causa di vicende legate all’Ucraina il 16 luglio 1990, quando il Parlamento ucraino, approfittando dell’indebolimento del potere centrale di Mosca e dell’inizio del processo dissolutorio dell’Urss, procede all’approvazione della Dichiarazione di sovranità del proprio Paese. Un atto meramente formale che costituisce, tuttavia, preoccupante prodromo dell’iter indipendentista ucraino che indurrà, il 31 luglio 1990 Michail Gorbaciov, nel corso del viaggio ufficiale di George H. V. Bush in Unione Sovietica, a proporre a quest’ultimo di non sostenere il nascente indipendentismo ucraino ottenendo appoggio. Il 1 agosto, infatti, il presidente statunitense, nel suo discorso di fronte al Parlamento ucraino, non sembra lasciare spazio ad alcuna velleità indipendentista affermando che: “Gli americani non sosterranno coloro che cercano l’indipendenza per sostituire un tirannia lontana con un dispotismo locale. Non aiuteranno coloro che promuovono un nazionalismo sucida basato sull’odio etnico”. Il discorso, scritto da Condoleeza Rice, futura Segretario di Stato di Bush Jr durante il suo primo mandato, riceve pesanti critiche sia dai nazionalisti ucraini che da parte dei principali quotidiani statunitensi.

A completamento del quadro di estrema incertezza della complessa fase storica sovietica è opportuno specificare che al fine di ottenere un riscontro in merito agli orientamenti della popolazione sovietica, il 17 marzo 1991, viene effettuato un referendum negli stati dell’Unione avente come oggetto il mantenimento della stessa su basi rinnovate, il quale viene, però, boicottato da Armenia, Georgia, Moldavia, Estonia, Lettonia e Lituania. Nei restanti nove paesi nei quali si svolge la consultazione referendaria, al cospetto di un’affluenza dell’80%, si registra una netta affermazione delle istanze unificatrici con il 76,4% dei consensi. In Ucraina, con una partecipazione alle urne dell’83% degli aventi diritto, il Sì ottiene l’83% dei voti, a conferma della volontà del popolo ucraino di mantenere in vita il radicato legame storico, culturale, economico e politico con i popoli slavi orientali e con le oltre cento nazionalità presenti all’interno dell’Unione. 

Il contrastante esito della consultazione all’interno dell’Unione si rivela premonitore rispetto alla propagazione delle spinte disgregatrici. Infatti, di lì a breve, a seguito di un referendum svoltosi il 31 marzo 1991, con risultato quasi totalmente a favore della separazione (98,9%), la Georgia, tramite dichiarazione ufficiale del 9 aprile successivo, dichiara la propria indipendenza dall’Unione Sovietica. Dichiarazione unilaterale che, tuttavia, verrà ufficialmente riconosciuta solo il 25 dicembre 1991, al momento dello scioglimento dell’Unione.

L’allentamento del potere di​Mosca sui Paesi “Satelliti”, innescato dal superamento della Dottrina Breznev a favore della Dottrina Sinatra operato da Gorbaciov nel 1988, aveva portato all’effettuazione, in quelli stessi Stati, di elezioni multipartitiche, a partire dal 1989, con esiti favorevoli alle istanze autonomiste anche sulle linee di politica estera. A ciò, si aggiunsero le condanne della repressione militare in Lituania del gennaio 1991 che indussero la maggior parte dei suoi membri ad annunciare la loro intenzione di uscire dal Patto di Varsavia, entro il 1 luglio successivo. Ed è proprio in questa data che si consuma, a Praga, l’atto finale del “Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza” con la firma da parte dei residui Paesi membri (Urss, Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria) del protocollo ufficiale di scioglimento dell’organizzazione che per 36 anni ha riunito in una alleanza politico-militare difensiva i Paesi comunisti dell’est europeo, confrontandosi con la sua omologa Nato in un aspro scontro che dopo una lunga fase di equilibrio l’ha vista soccombere (carta 1). 

Fondamentale spartiacque nella parabola della crisi dell’Urss si rivela indubbiamente il mese di agosto del 1991, i cui accadimenti la spingeranno verso il baratro del non ritorno. Il 19 agosto, infatti, la componente ortodossa e conservatrice della dirigenza sovietica attua un colpo di stato ai danni del debole e sempre più isolato Gorbaciov, il cui fallimento dopo soli tre giorni, da un lato, porta il presidente della Russia, Boris Eltsin, sulla ribalta del caotico scenario sovietico grazie alla sua opposizione all’atto di forza e, dall’altro, alimenta nuove istanze separatiste, alla luce dell’ulteriore indebolimento del potere centrale e del rafforzamento dei movimenti nazionalistici all’interno di alcune repubbliche. In quei tre giorni di estrema incertezza e di caos politico-istituzionale si susseguono, infatti, una serie di eventi che segneranno in modo irreversibile le sorti dell’ormai praticamente ingovernabile Unione Sovietica. 

Estonia e Lettonia, seguendo la strada aperta dalla Lituania, approfittando del tentativo di colpo di stato in corso, ottengono la secessione dall’Urss rispettivamente il 20 e il 21 agosto, date ufficiali dell’indipendenza dei nuovi stati, nonostante il riconoscimento delle stesse da parte del Cremlino avverrà contemporaneamente il 6 settembre successivo. Indipendenza effettiva che affranca definitivamente le tre repubbliche baltiche dal potere di Mosca al quale erano assoggettate dal 1944, anno di liberazione dall’occupazione nazista. 

Sulla scia dei tre Stati baltici, il 24 agosto il Parlamento ucraino dichiara il proprio Paese uno Stato Democratico e indipendente, indicendo per il 1 dicembre successivo un referendum per la conferma della Dichiarazione d’Indipendenza. A quattro giorni dall’effettuazione della consultazione referendaria, a seguito di un incontro alla Casa Bianca con una delegazione della lobby ucraino-statunitense, il presidente Usa Bush compie una inattesa virata a 180° dichiarando ufficialmente che “l’Ucraina ha diritto all’indipendenza”. Lo svolgimento del referendum confermativo dell’indipendenza ucraina nella data prevista registra un’affluenza massiccia alle urne dell’84,18% e una netta affermazione dei Sì con il 90,32%, pari a circa 28.800.000 voti, che prevale col 54% anche nella russofona Crimea. In sostanza, un totale ribaltamento dell’esito del referendum del 31 marzo precedente. Nello stesso giorno il comunista Leonid Kravciuk, già presidente del Soviet Supremo, viene eletto il primo presidente ucraino post sovietico.

Al di là del favore incontrato alla Casa Bianca, l’esito del referendum indipendentista ucraino viene valutato negativamente nella sua effettiva proiezione futura anche in alcuni settori del mondo diplomatico statunitense e in particolare dall’ambasciata statunitense a Mosca, evidentemente ben addentro alle questioni dell’area sovietica. Nei giorni successivi al referendum, infatti, l’ambasciatore Robert Strauss si premuniva di informare i suoi referenti di Washington che: “Più del crollo del comunismo, l’avvenimento più tragico per i russi di ogni colore potrebbe essere la perdita di ciò che considerano un pezzo del loro corpo politico molto vicino al cuore: l’Ucraina”.  Una dichiarazione che letta a posteriori rivela tutta la sua reale fondatezza.

La Comunità degli Stati Indipendenti

Il processo disgregativo dell’Unione Sovietica arriva a compimento nel dicembre 1991 a seguito di alcuni fondamentali passaggi, il primo dei quali prende avvio l’8 dicembre allor che viene formalmente istituita la Comunità degli Stati Indipendenti (Csi) tramite l’Accordo di Belaveza (Bielorussia), sottoscritto dai Capi di Stato di Russia, Ucraina e Bielorussia, rispettivamente Eltsin, Kravciuk e  Suskevic. La nuova organizzazione politica sovranazionale entra in vigore il 12 dicembre con la ratifica dell’accordo da parte dei rispettivi parlamenti. Di lì a poco, il giorno 21, con la firma dei Protocolli di Alma Ata, annunciano la loro adesione alla Csi anche Armenia, Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan, Moldavia, Uzbekistan e Turkmenistan, ai quali si aggiungerà la Georgia il 3 dicembre 1993 (carta 2).

In sostanza, in questa fase iniziale divengono membri effettivi della Csi tutti gli stati ex sovietici ad eccezione dei paesi baltici. La sua composizione non risulterà, tuttavia, scevra da parziali modificazioni successive, in primis, innescate dalla mancata ratifica dello Statuto della Comunità degli Stati Indipendenti da parte dei parlamenti di Ucraina e Turkmenistan. Importante atto politico che determina la mancata acquisizione della condizione di “membri effettivi” a beneficio di quello di “Stato associato”, status conseguito da due Stati rispettivamente nel 1993 e nel 2005.

La Georgia, inoltre, nel febbraio 2006 annuncia il ritiro del proprio rappresentante dal Consiglio dei Ministri della Difesa in quanto, come dichiarato dall’ufficio del suo presidente Mikhail Saakasvili: “La Georgia ha intrapreso un cammino di integrazione nella Nato e non può prendere parte a due strutture militari simultaneamente”. Nell’agosto del 2009, come effetto della guerra fra la stessa Georgia e l’Ossezia del Sud e l’Abcasia (1-12 agosto 2008) con decisivo intervento della Russia (8 agosto) a sostegno di queste ultime, la repubblica transcaucasica si ritira definitivamente dalla Comunità. Infine, a partire dal 2014, a seguito della crisi Russia-Ucraina innescata dal golpe filo occidentale di Piazza Maidan (21 novembre 2013 – 23 febbraio 2014) con conseguente annessione della Crimea e inizio del conflitto nel Donbass, il governo di Kiev annuncia il proprio ritiro dalla Csi. Atto che, tuttavia, verrà ufficialmente formalizzato solo il 19 maggio 2018.

Ad oggi la Comunità degli Stati Indipendenti risulta composta da nove membri (Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Moldavia, Russia, Tagikistan e Uzbekistan) e da uno Stato associato (il Turkmenistan che ha optato per uno status di neutralità militare) e da un Paese osservatore, la Mongolia. 

Nel contesto dell’area ex sovietica, la macroregione che più compattamente è rimasta nell’orbita politica ed economica russa risulta indubbiamente quella dell’Asia Centrale, come confermato anche dalle recenti due votazioni in merito “all’Operazione speciale russa in Ucraina” in sede di Assemblea Generale dell’Onu del 2 e del 24 marzo, allor che le cinque repubbliche centro asiatiche non si sono espresse per la sua condanna, astenendosi o non partecipando al voto. 

Lo scioglimento dell’Unione Sovietica e la fine del Bipolarismo

La firma dell’Accordo di Belaveza finalizzato all’istituzione della Comunità degli Stati Indipendenti, spiana la strada all’inevitabile scioglimento finale della già ridotta Unione Sovietica. L’Urss, infatti, che dal marzo 1990 aveva subito secessioni effettive e dichiarazioni di indipendenza unilaterali da parte di quasi tutti gli Stati membri, si apprestava, il 12 dicembre, a registrare anche quella della Russia (tab. 1).

I passaggi formali finali dell’Unione Sovietica, primo stato socialista della storia fondato da Lenin nel dicembre 1922 con struttura a partito unico e trasformata da Gorbaciov in Stato Socialdemocratico di diritto nel 1990, avvengono nell’arco di pochi giorni alla fine del mese di dicembre del 1991. Nel pomeriggio del giorno 25, infatti, Michail Gorbaciov si dimette da presidente dell’Unione Sovietica, dichiarando abolita la carica, e trasferisce i poteri e l’archivio presidenziale sovietico al presidente della Russia, Boris Eltsin. Le dimissioni di Gorbaciov sono seguite alle 18,35 dalla sostituzione della bandiera sovietica con quella russa sul pennone del Cremlino, decretando di fatto la fine dell’Unione Sovietica, anche se gli atti di scioglimento vengono ratificati il giorno successivo dal Soviet delle Repubbliche del Soviet Supremo dell’Urss, una sorta di camera alta istituita in questa caotica fase transitoria il 5 settembre 1991. La dissoluzione dell’Urss, decretata ufficialmente il 26 dicembre 1991 diventa definitiva la notte fra il 31 dicembre e il 1 gennaio 1992, sancendo anche la fine del Bipolarismo a due anni di stanza  da quella della Guerra Fredda del novembre 1989. 

La sconfitta e la scomparsa di una delle due superpotenze, comporta una modifica talmente profonda degli assetti geopolitici europei e mondiali da determinare l’inizio di una nuova fase storica caratterizzata dal dominio unilaterale globale degli Stati Uniti e dalla trasformazione della Nato da organizzazione politico-militare difensiva, in strumento di espansione della sfera di influenza statunitense.

La fine della contrapposizione frontale Usa-Urss, salutata dall’opinione pubblica mondiale come l’inizio di una nuova era di distensione e di pace soprattutto in Europa, si rivelerà in realtà una effimera prospettiva. Il risorgere dei nazionalismi, la dissoluzione di altri stati multietnici (Cecoslovacchia e Jugoslavia) e le velleità espansionistiche della Nato ad est riporteranno, infatti di lì a breve, dopo oltre 45 anni di “pace armata”, la guerra in Europa a seguito del processo disgregativo della Jugoslavia. 

Andrea Vento – Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

 

Qui la prima parte:

https://www.occhisulmondo.info/2022/07/03/la-crisi-ucraina-origini-sviluppi-e-prospettive-parte-1/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.