Scontri tra palestinesi e israelianiScontri tra palestinesi e israeliani

A 75 anni dalla Nakba: terra, diritti e libertà per il popolo palestinese

La Striscia di Gaza è una regione costiera della Palestina storica di circa 365 km quadrati riconosciuta formalmente nel 2012 dall’Organizzazione delle Nazioni Unite come parte dello Stato di Palestina. In questo territorio vivono oggi oltre due milioni di persone: un dato che fa della Striscia di Gaza una delle aree più densamente popolate al mondo, con quasi 6000 abitanti per km quadrato. Per capire, in 5 chilometri quadrati della Striscia abitano tante persone quante quelle che risiedono nel nostro comune, San Giuliano Terme,  che però ha una superficie di circa 92 chilometri quadrati. Gaza. Amministrata dall’Egitto dal 1949 al 1967 e occupata militarmente da Israele con la Guerra dei 6 giorni, è anche una delle regioni più povere al mondo: 7 persone su 10 dipendono dagli aiuti umanitari per far fronte ai bisogni essenziali di ogni giorno. La stragrande maggioranza delle persone che sopravvivono a Gaza sono rifugiati palestinesi e i loro discendenti. Ricordiamo che il poco invidiabile status di rifugiato palestinese ha una precisa definizione; secondo la United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees (UNRWA: l’unica agenzia dell’ONU dedicata ad aiutare i rifugiati provenienti da una regione o da un conflitto specifico) un rifugiato palestinese è infatti una “persona il cui normale stato di residenza è stata la Palestina tra il 1 giugno 1946 e il 15 maggio 1948 e che ha perso sia l’abitazione che i mezzi di sussistenza a causa della guerra arabo-israeliana del 1948”. La guerra del 1948 fu la prima dimostrazione di quello che sarebbe stato il neonato stato di Israele: il colpo di coda dell’imperialismo francese e, soprattutto, inglese in Medio Oriente.

Durante quel conflitto, al termine del quale Israele ebbe importanti vantaggi territoriali (estendendo di  un altro 30% il suo territorio rispetto a quanto già generosamente previsto dalla Risoluzione Onu 181 del 29 novembre 1947), più di 700.000 arabi palestinesi furono costretti ad abbandonare città e villaggi, ai quali non è stato più concesso di poterci tornare. Un vero e proprio esodo definito atto di pulizia etnica dalla nuova storiografia israeliana: quel movimento che, grazie alla possibilità di consultare archivi storici prima non disponibili, cerca di ricostruire quanto realmente avvenuto in Palestina nel decennio 1940/50 con lo scopo di superare la versione propagandistica del movimento sionista, elevata a verità storica nazionale e come tale fedelmente riportata nei libri di storia e nei testi scolastici. Un esodo ricordato dai palestinesi e da altri paesi arabi ogni anno il 15 maggio, giorno d’inizio del conflitto del 1948, come Yawn al-Nabka (letteralmente ‘giorno della catastrofe’). Ricordiamo che Israele ha provato a cancellare la memoria di questa scomoda tragedia: nel 2010 la Knesset, il parlamento israeliano, ha varato una legge che vieta ogni commemorazione della Nakba.

Nelle ultime settimane, proprio alla vigilia della ricorrenza, si è ‘casualmente’ inasprito il conflitto con Gaza. La formazione, nel 2022, di quello che è stato definito come il governo più a destra della storia di Israele ha portato inevitabilmente ad un nuovo deterioramento della già complessa situazione; il premier Benjamin Netanyahu, per evitare crisi di governo che lo esporrebbero ai numerosi procedimenti giudiziari che lo attendono, ha ceduto infatti alle pressioni dei partiti dell’estrema destra ultranazionalista, ultrareligiosa e xenofoba prendendo posizioni ancora più dure nei confronti di Gaza e della Cisgiordania. 

Anche se l’esercito israeliano dall’inizio dell’anno ha ucciso più di 100 palestinesi e i coloni hanno aumentato le violenze, ufficialmente i nuovi scontri sono iniziati a seguito del lancio di oltre un centinaio di razzi contro il sud di Israele a seguito della morte di Khader Adnan: una morte che Amnesty International ha definito come il prezzo che i palestinesi devono pagare quando sfidano il sistema israeliano di apartheid e un sistema di giustizia militare che agisce contro di loro. Ricordiamo che Adnan è morto dopo 87 giorni di sciopero della fame avviato contro la sistematica applicazione della ‘detenzione amministrativa’ dei palestinesi (che permette di trattenerli in prigione praticamente all’infinito, ad intervalli rinnovabili di sei mesi, senza processo o accuse formalizzate) e il trattamento crudele e inumano a cui sono sottoposti. Abbiamo scritto ‘casualmente’ perché non è insolito che alla vigilia della Yawn al-Nabka si arrivi a situazioni di tensione che i media compiacenti raccontano all’opinione pubblica internazionale ribaltando i ruoli delle due parti a favore di Israele, facendolo apparire come una vittima dei palestinesi. In realtà in questi 5 giorni i bombardamenti e i missili israeliani hanno ucciso 35 palestinesi, mentre i razzi sparati da Gaza hanno causato la morte di un solo israeliano. E non dimentichiamoci che quella dei palestinesi è una vera e propria lotta di resistenza contro un aggressore che agisce impunemente nonostante le ripetute violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani. 

La storia della Cisgiordania e delle alture del Golan sono significative della politica sionista. Il Golan un’area montuosa e collinare, divenne dal momento dell’indipendenza dalla Francia nel 1945 parte integrante della Repubblica Araba di Siria, come il resto del territorio siriano. Nel 1967 Israele, durante la cosiddetta Guerra dei sei giorni, occupò due terzi delle alture. Dopo la Guerra dello Yom Kippur, del 1973, Israele ha restituito alla Siria il 5% dei territori occupati: territori da cui, secondo la prassi israeliana, nel frattempo è stata espulsa la quasi totalità della popolazione locale. Le alture sono state sotto l’amministrazione militare israeliana fino al 1981, quando con una apposita legge, Israele le pose sotto la sua amministrazione e giurisdizione civile. Una scelta condannata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione 497 che definisce l’operato israeliano “privo di qualsiasi rilevanza giuridica internazionale”. Come spesso accade quando si parla di Israele, la risoluzione dell’ONU è rimasta – come tante altre – lettera morta: ad oggi circa mezzo milione di siriani attendono che venga rispettato il diritto internazionale ottenendo il ritorno alle terre da cui furono espulsi nel 1967. 

La Cisgiordania, il cui territorio era destinato dal Piano di spartizione del 1947 (ovvero dalla risoluzione 181 dell’Assemblea Generale dell’ONU) per uno stato arabo/palestinese, è definita dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dalla Corte Internazionale di Giustizia e dal Comitato internazionale della Croce Rossa come a un “territorio occupato da Israele”. Nell’ultimo mezzo secolo Israele ha demolito migliaia di edifici palestinesi allo scopo di costruire nuove abitazioni destinate agli ebrei (i cosiddetti ‘coloni’) e dirottato risorse naturali palestinesi come l’acqua a beneficio dei nuovi insediamenti, assumendo una condotta definita dai palestinesi, e non solo, come una politica coloniale. Non a caso Human Rights Watch (l’organizzazione non governativa internazionale che si occupa della difesa dei diritti umani) ha denunciato le autorità israeliane per crimini contro l’umanità, apartheid e persecuzione.

Senza dimenticare Gaza, da cui siamo partiti: una terra soggetta a un feroce blocco terrestre, aereo e marino dal 2007 e isolata dal resto del mondo da una barriera lunga 65 chilometri e comprendente una componente sotterranea dotata di sensori, una rete installata sopra il terreno, una parte marina, nonché sistemi radar e telecamere concepiti per sorvegliare i palestinesi. Una terra dove il 97% dell’acqua utilizzabile è inquinata con Israele che impedisce di fatto il regolare funzionamento dei pozzi di approvvigionamento e degli impianti di depurazione, bloccando la fornitura elettrica e l’arrivo degli indispensabili pezzi di ricambio per la normale manutenzione delle strutture. Una terra devastata dalle aggressioni militari israeliane che hanno causato migliaia di morti e la distruzione di abitazioni ed infrastrutture, compresi alcuni ospedali.

La narrazione sionista ha portato, con la connivenza di gran parte della comunità internazionale, alla ‘normalizzazione de facto’ dei territori occupati, ormai considerati a dispetto delle norme internazionali come se fosse territorio israeliano. In questo modo chi resiste all’invasione può essere definito terrorista e demonizzato come tale. Israele agisce peraltro nella piena impunità garantita dai governi occidentali e nella consapevolezza che le varie risoluzioni e condanne a suo indirizzo non avranno seguito. La comunità internazionale non è stata infatti capace fino ad oggi di dare un risposta incisiva, al di là dei proclami e dell’appoggio ad un, quantomeno, equivoco ‘Processo di pace’ che ha permesso ad Israele di guadagnare tempo per la colonizzazione della Cisgiordania e di  Gerusalemme est.

Ricordare la Nakba oggi, a 75 anni di distanza, significa mantenere viva l’attenzione sui diritti negati del popolo palestinese, al fine di indurre l’opinione pubblica internazionale a prenderne realmente coscienza e ad esercitare pressioni sui propri governi affinché si giunga finalmente a un loro definitivo riconoscimento. 

Terra, diritti e libertà per il popolo palestinese!

 

Il Comitato Popolare Sangiulianese per la Palestina

14 maggio 2023 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *