L’imbarcazione della Flotilla attaccataL’imbarcazione della Flotilla attaccata

LA FLOTILLA E IL CORAGGIO DI PARTIRE QUANDO NESSUNO ASCOLTA

Gianvito Pipitone

 

C’è qualcosa di profondamente umano nella disobbedienza civile. Un impulso che non nasce dall’improvvisazione, ma da una necessità interiore. Una visione nitida di ciò che non può più essere tollerato. Quando le regole consolidano l’ingiustizia, infrangerle diventa un gesto di lucidità e rigore morale.

Il viaggio della Flotilla verso Gaza non è una scampagnata marittima in stile armata Brancaleone. Si configura come una dichiarazione di intenti. Un movimento che, nel suo piccolo, sfida l’inerzia del mondo e la complicità delle istituzioni. Un gesto stanco di attendere autorizzazioni, deciso a passare dalla parte dell’azione e della testimonianza.

Per cogliere la portata simbolica di questa partenza, occorre fare un salto indietro. Anno 1219. Francesco d’Assisi, scalzo e ostinato, attraversa monti, mari e crociati per raggiungere il Sultano al-Malik al-Kāmil in Egitto. Nessuna arma con sé, solo buone parole e pensieri limpidi. Nessuna imposizione, solo desiderio di dialogare con chi l’Occidente considerava nemico. Il Sultano lo ascolta, lo rispetta, lo lascia andare. Nessun trattato, nessuna firma. Solo l’eco di un incontro che ancora oggi ci conferma che si può parlare, ci si può confrontare, anche quando tutto attorno grida. E si può partire anche quando tutto invita a restare.

La Flotilla non è un pellegrinaggio religioso. Il parallelo laico, però, risulta sorprendentemente potente. Anche qui c’è chi parte per portare un messaggio. Anche qui c’è chi rischia, con la forza della testimonianza e senza ambizioni di gloria.

Chi sono, dunque, questi viaggiatori? Sono attivisti, medici, giornalisti, studenti, qualche pensionato, cooperanti, religiosi e insegnanti. Una buona fetta della società civile, quella che continua a credere che la testimonianza conti ancora qualcosa.

Nel momento in cui scriviamo, secondo dati ufficiali (globalsumudflotilla.org/tracker/), sono impegnate circa 800 persone, provenienti da 44 paesi, distribuite su 53 imbarcazioni. La Global Sumud Flotilla è attualmente ancorata al largo di Creta, decisa a forzare il blocco navale israeliano e a portare aiuti, cibo e farmaci alla popolazione di Gaza, stremata dalla fame e decimata dalle bombe. Presente anche Emergency. Segno che non si tratta di un gesto isolato, ma di un’operazione internazionale umanitaria non violenta, senza precedenti nella storia recente.

Ma perché si parte? Per moda? Per desiderio di protagonismo? O piuttosto per necessità. La verità è che, quando la politica tace, la coscienza civile si mette in moto. E l’impressione è che chi sale a bordo lo faccia con consapevolezza. Perché il rischio è reale. E chi ha deciso di partire ha fatto già i conti con sé stesso, decretando che l’alternativa di restare fermi non è più sostenibile.

Di questi, alcuni hanno già visto Gaza. Altri no. Alcuni hanno perso amici sotto le bombe. Altri hanno forse letto troppo. Ma tutti condividono una certezza: la storia si sta scrivendo con il sangue. E quando il dolore lontano comincia a rubare il sonno, non si può restare con le mani in mano. Quelle mani bisogna sporcarsele.

E dunque si parte, perché il cuore ha ragioni che la prudenza non riesce più a comprendere. Se ci chiedessimo se lasceremmo partire i nostri figli, la risposta sarebbe probabilmente sì, seppure dopo una lacerante riflessione. E non a cuore leggero, per incoscienza, ma per rispetto. Perché il desiderio di giustizia, quando autentico, diventa contagioso. E, in ultima analisi, ci ricorda chi eravamo, chi siamo stati, prima di arrugginirci.

Fin qui, l’etica. Certo, bastasse la logica a regolare il mondo, sarebbe tutto più semplice. Invece la partita è maledettamente politica.

La Flotilla si muove, mentre la politica resta immobile. E mentre Gaza brucia, le istituzioni continuano a sussurrare. Gli Stati Uniti di Trump offrono a Netanyahu una sponda che somiglia più a una pista da bowling che a una diplomazia. L’Unione Europea, con Von der Leyen in cabina di regia, sceglie il silenzio. Germania e Italia si rifugiano nell’inazione, nel senso di colpa storico, oltre che nei sordidi interessi del business delle armi.

Nel frattempo, non solo la Flotilla, ma il resto della società civile si muove. E lo fa con forza. Le manifestazioni in Italia vedono centinaia di migliaia di giovani scendere in piazza. Non per moda, ma per fare sentire da vicino la loro voce. La voce di un popolo stremato. Roma. Bologna. Milano. Torino. RedSlogan. Cartelli. Canti.

Qualche tafferuglio, certo. Ma raccontare la piazza solo attraverso quei momenti di una sparuta minoranza violenta  sarebbe come recensire un romanzo basandosi sulla quarta di copertina.

In tutto questo, spiace constatarlo, la stampa latita. O meglio: esiste, ma si muove in direzione centrifuga. Sull’argomento, appare svogliata, distratta, cauta fino all’invisibilità, spesso più pronta a ritirarsi che a esporsi. Preferisce annotare il numero di pasticcini offerti dalla premier Meloni piuttosto che interrogarsi sul senso profondo delle piazze.

Eppure, ciò che questi giovani francescani laici sembrano chiedere non è un miracolo, ma una parvenza di verità: uno spazio dove la complessità non venga ridotta a titoli e il dissenso non liquidato come folklore. Se la stampa avesse la schiena dritta e il coraggio di sporcarsi le mani per dovere di coscienza, raccontando da dentro anziché giudicare da lontano, il dibattito sarebbe meno tossico. E finalmente utile.

Chi parte per Gaza non cerca eroismo. Non si lascia guidare dall’ingenuità. Sceglie solo di non aspettare. E forse, proprio per questo, ci ricorda che anche noi possiamo fare qualcosa. Dubitare. Leggere più a fondo. Scegliere di non voltare lo sguardo.

Che la stampa si svegli. Che la politica si vergogni. E che noi, almeno per un attimo, ci concediamo il lusso di credere che partire, a volte, non è un po’ morire, ma il modo più onesto di rimanere vivi.

 

Gianvito Pipitone – www.notiziegeopolitiche.net

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