UN COLPEVOLE, NON IL COLPEVOLE
di Antonio Evangelista
Il fermo di Youssef Siher reggeva su un solo pilastro, la finalità di terrorismo. Era il più fragile, e non ha retto: la gip lo ha rimesso in libertà.
Dopo le devastazioni di Milano del 17 e 18 ottobre, un Paese spaventato aveva bisogno di un volto. Lo aveva trovato in un ricercatore di trent’anni, incensurato, amministratore di una pagina Instagram e di un gruppo Telegram nati quando le vetrine erano già a terra. È rimasto a San Vittore da sabato. Oggi la gip di Milano Tiziana Landoni ha respinto le richieste della Procura: il fermo non è stato convalidato, nessuna misura cautelare, Siher torna libero.
Per la giudice mancano sia i gravi indizi di colpevolezza per i reati contestati, sia le esigenze cautelari: né pericolo di fuga, né rischio che il reato venga ripetuto. Le motivazioni complete non sono ancora note, la Procura potrà impugnare la decisione e l’indagine prosegue. Libero non vuol dire innocente: lo dirà, se ci arriverà, un processo.
Ma vale la pena rileggere il provvedimento che lo aveva portato in carcere, perché le sue debolezze erano visibili fin dall’inizio. Letto con gli strumenti del codice, e non con quelli del clima politico, reggeva poco. E il sospetto è quello che accompagna troppe inchieste nate sotto la pressione dell’opinione pubblica: che si stesse cercando un colpevole, anziché il colpevole.
Prima le vetrine, poi il gruppo
Il primo dato è una data. Il gruppo Telegram «Movimento 17 ottobre» nasce la sera del 18 ottobre, a devastazioni già avvenute. Molti titoli hanno chiamato Siher «la mente» degli scontri, ma la stessa Procura non lo accusa di nulla che riguardi quei due giorni.
C’è di più. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, chi ha saccheggiato Milano era un insieme eterogeneo di giovanissimi: per lo più minorenni arrivati dalle periferie e dall’hinterland, senza appartenenze politiche, spinti dalla voglia di approfittare del disordine. È il ritratto di una rabbia predatoria, non di un disegno eversivo con una regia.
Eppure la paura di quei giorni (i negozi chiusi, le transenne, le città presidiate da polizia ed esercito) è diventata l’argomento principale per contestargli la finalità di terrorismo. Il clima creato da altri, prima che il gruppo esistesse, viene messo sul conto di chi è arrivato dopo.
Senza terrorismo, niente fermo
Il cuore tecnico della vicenda è un’operazione aritmetica. L’istigazione a delinquere (art. 414 c.p.) è punita con la reclusione da uno a cinque anni. Il fermo dell’art. 384 c.p.p. è ammesso per i delitti puniti con un minimo di almeno due anni e un massimo superiore a sei, oppure, a prescindere dalla pena, per i delitti commessi con finalità di terrorismo o di eversione.
L’aggravante informatica non sposta il calcolo, perché ai fini del fermo contano solo le aggravanti a effetto speciale. L’aggravante di terrorismo, che aumenta la pena della metà, porta la cornice da un anno e sei mesi a sette anni e mezzo: il minimo resta comunque sotto i due anni. Il fermo, dunque, sta in piedi soltanto se il fatto è «terroristico». Tolta quell’etichetta, è illegittimo in radice. E con un indagato incensurato diventa difficile anche il carcere, che la legge esclude quando la pena prevedibile non supera i tre anni, salvo proprio i reati di terrorismo.
Tutto, quindi, poggia sulla finalità terroristica. La definisce l’art. 270-sexies c.p.: condotte che, per natura o contesto, possano arrecare un grave danno al Paese, compiute con lo scopo di intimidire la popolazione, costringere i poteri pubblici o destabilizzare le strutture fondamentali dello Stato. La Cassazione chiede che quel danno sia possibile in concreto. Nel 2014, sull’assalto al cantiere No Tav di Chiomonte, l’ha esclusa nonostante le molotov (Cass., Sez. VI, n. 28009/2014).
Qui, a dimostrare lo scopo intimidatorio, vengono portati gli effetti: la paura dei negozianti, lo spiegamento delle forze dell’ordine. Ma la finalità di terrorismo è un dolo specifico, cioè lo scopo di chi agisce, e va provata nella sua testa, non dedotta dall’umore di una città. Quanto all’eversione, un appello alla «rivoluzione contro il governo» è un attacco a un esecutivo, non all’ordine costituzionale: i governi, in democrazia, si possono rovesciare.
Le parole e il manuale
Restano le parole. Il post su Instagram, «Lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove», è retorica politica, sgradevole quanto si vuole, ma senza un solo delitto indicato. Lo stesso vale per «dobbiamo fare come la Francia». La Corte costituzionale lo ha chiarito dal 1970 (sentenza n. 65): l’istigazione e l’apologia sono punibili solo quando sono concretamente idonee a provocare delitti, non quando esprimono un pensiero, anche estremo.
Il punto più serio è il vademecum «Rivoluzione, istruzioni per l’uso», ispirato a un manuale della rivoluzione egiziana del 2011 che circola in rete da anni. Contiene consigli discutibili, come gli scudi, la vernice sui vetri dei blindati o il lancio dei lacrimogeni restituito alle forze dell’ordine. Ma secondo la stessa accusa è in larga parte una guida alla disobbedienza civile: acqua, kit di primo soccorso, come proteggersi. Basta, da solo, a farne un atto di terrorismo?
I messaggi più violenti nel gruppo, come quello che invita a «spaccare» le banche, sono di altri utenti. Secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano, nella chat Telegram solo l’1% dei messaggi riguardava la violenza, e nessuno di questi era stato pubblicato da Siher. L’amministratore di un gruppo di seimila iscritti non risponde automaticamente di ciò che scrivono gli iscritti. E il numero degli iscritti non misura l’efficacia dell’istigazione: iscriversi a un canale non vuol dire essere stati istigati.
Così è per la manifestazione del 24 ottobre. I due messaggi programmati, bloccati dalla Polizia postale, contenevano i luoghi di ritrovo. Una piazza convocata all’ultimo momento, senza preavviso, è di regola una contravvenzione. Che sarebbe «degenerata» è una previsione, non un fatto.
Il pericolo di fuga e il profilo
Il fermo richiede anche un pericolo di fuga fondato su «specifici elementi». Qui gli elementi sono le «particolari abilità» dell’indagato, i suoi «contatti relazionali» e la sua condizione di italiano di seconda generazione: come se le origini dei genitori fossero un indizio. La presunta irreperibilità si riduce all’averlo trovato in un appartamento di Milano, con la moglie, invece che nella residenza di Brescia.
Dall’altra parte c’erano un ragazzo incensurato, sposato da poche settimane, con un lavoro di ricerca e una firma su testate nazionali. Non era il ritratto di chi sta per sparire. E infatti la gip ha escluso il pericolo di fuga.
Nel provvedimento c’è poi molto spazio per chi Siher è, invece che per ciò che avrebbe fatto: l’attivismo filopalestinese, il blog, le associazioni, le frequentazioni. Tutto legittimo, finché resta opinione. Ma quando la biografia di un indagato occupa più righe della condotta contestata, il rischio è che a essere giudicato sia il profilo, non il fatto.
Il bisogno di un volto
Nessuno chiede indulgenza per chi ha devastato Milano. Quei responsabili esistono, hanno volti e nomi, e molti sono stati arrestati. Proprio per questo non serve caricare su un altro il peso di ciò che non ha fatto, gonfiando un’istigazione fino a farla diventare terrorismo.
L’Italia conosce bene questo riflesso. Davanti a un’emergenza, l’aggravante più pesante diventa una scorciatoia: permette il fermo, apre la strada al carcere, rassicura l’opinione pubblica. Ma una parola come «terrorismo», usata dove il codice non la consente, non protegge nessuno. Indebolisce la sua forza quando servirà davvero, e lascia in cella una persona per ciò che rappresenta, non per ciò che ha fatto.
La gip ha fatto la cosa più semplice da dire e più difficile da fare: ha letto gli atti come chiede il codice, non come chiede il clima. Sarebbe bene che lo facesse anche chi, nei giorni scorsi, aveva già emesso la sentenza sui giornali e in televisione. Se Siher ha commesso un reato, lo si accerti. Ma lo si accerti per quello che è.
Forse sarebbe stato più utile monitorarlo in segreto per verificare intenzioni, eventuali progetti, reti di contatto, interlocutori stranieri, ecc. ma c’era bisogno di un mostro da sbattere in prima pagina… conclusione: pessimo servizio reso alla comunità a causa di una pressione governativa da parte di soggetti sempre meno credibili che i mostri, quelli veri, li accompagna e li scorta con ampio disprezzo degli organismi internazionali penali che li vorrebbero in galera.
Antonio Evangelista
