Quattro anni fa ci lasciava Fidel CastroQuattro anni fa ci lasciava Fidel Castro

QUATTRO ANNI SENZA FIDEL

“Molti lo hanno amato, altri lo hanno odiato ma nessuno lo ha potuto ignorare. La notizia della scomparsa di Fidel Castro, avvenuta il 25 novembre 2016, annunciata dal fratello Raul Castro poco prima della mezzanotte cubana, arriva inaspettatamente, come un lampo a ciel sereno, tutti i telegiornali e i mezzi di informazione la riportano quale avvenimento più importante dandogli giustamente la precedenza sulle altre notizie. Tutti i commentatori concordano sul carisma dell’ex Presidente cubano e, tanto per non osannarlo troppo, concordano anche sul carattere sanguinario e dispotico del suo modo di governare. Se una persona ha condizionato la vita politica della seconda parte del XX secolo è senza dubbio Fidel Castro, per essere riuscito a tenere testa alla più grande e potente nazione del mondo: gli Stati Uniti. Nonostante le invasioni, gli attacchi continui, il blocco economico, commerciale e finanziario promosso dai vicini nordamericani Cuba ha resistito nella sua scelta di stare dall’altra parte della barricata. Questa sua decisione è sempre stata osteggiata dai vari governi statunitensi e dai loro soci europei.

Alla morte di Fidel Castro la stampa non poteva certamente elogiare le gesta di un rivoluzionario puro dopo averlo attaccato in ogni maniera per oltre 50 anni. I commenti erano, appunto, concordanti nel definire Fidel un grande uomo che però aveva tenuto il suo popolo in un regime di dittatura, che aveva reiteratamente calpestato ogni tipo di diritto umano della popolazione. Si è cercato fino all’ultimo istante di distruggere la figura del leader maximo.

Se dalle nostre parti questa era la tiritera, dall’altra parte dell’oceano, a Cuba un popolo intero stava piangendo colui che aveva dato l’orgoglio ad una nazione che da quasi un secolo cercava una sua vera indipendenza dal giogo prima spagnolo poi americano.

A 150 chilometri a nord di L’Avana, a Miami in Florida, quattro imbecilli invece festeggiavano la morte di colui, che per loro, rappresentava il diavolo in persona. Quei quattro imbecilli erano gli esuli cubani fuggiti dal loro paese in varie occasioni abbagliati dai facili guadagni ben propagandati dalla dottrina anti cubana orchestrata dagli Stati Uniti. Festeggiavano, secondo loro, non solo la morte del nemico giurato, ma anche la sicura fine del socialismo a Cuba. Questa convinzione era comunque presente i quei giorni anche nei commenti che affollavano l’etere italiano. Si fantasticava sull’idea che dopo la morte del padre della rivoluzione, la isla grande sarebbe cambiata perché con la scomparsa di Fidel sarebbe mancato il collante che teneva unito il popolo. I poco attenti e poco conoscitori della realtà cubana pensavano, ma soprattutto speravano, che la morte di Fidel avrebbe portato dietro di sé una intera rivoluzione che aveva resitito per 57 anni a prove molto più difficili. Avevano inoltre sottostimato il popolo cubano pensando che per loro la rivoluzione fosse stata solo un vessillo da agitare finché il suo promotore fosse restato in vita. Ma la rivoluzione è, come vedremo in seguito, ben altro e soprattutto non era un capriccio di un avvocato di Santiago appoggiato da qualche ideologizzato combattente. Era invece una rivoluzione di popolo fatta dal popolo.

L’idea che la rivoluzione sarebbe finita con la morte di Fidel Castro viene da lontano. Ricordo in varie occasioni, anche diversi anni prima, persone che mi dicevano che alla morte del comandante, Cuba sarebbe crollata sotto il peso delle pressioni statunitensi. Una teoria sposata non solo dalle persone che mi fermavano per strada per sapere come andavano le cose sull’isola, ma anche da commentatori e giornalisti che, durante le poche volte che parlavano di Cuba, affermavano l’imminente fine della rivoluzione nel caso della morte di Fidel. Io ostinatamente e, sopratutto perché conoscevo realmente la realtà cubana, ribattevo che Cuba non era solo Fidel Castro, ma molto di più, come vedremo in queste pagine. La mia convinzione nasceva dal fatto che io avendo vissuto sull’isola per lunghi periodi avevo avuto la possibilità di toccare con mano ciò che era realmente questo paese e la rivoluzione; le mie notizie erano allora come adesso frutto di esperienze personali e non attinte da mezzi di informazione di parte, che non fanno altro che screditare aprioristicamente Cuba.

Con sommo dispiacere per tutte le varie cassandre e per i quattro esuli di Miami, che davano spacciata la rivoluzione, a due anni dalla scomparsa di Fidel Castro gli ideali rivoluzionari sono ancora vivi e vegeti.

In quei giorni il popolo cubano si stringeva in un enorme ed ultimo abbraccio attorno a chi era, ed è, considerato il vero padre di ogni cittadino cubano. Le ceneri di Fidel sono state prima esposte per due giorni nel mausoleo a Josè Martì, in Plaza de la Revoluciòm, a L’Avana, dove centinaia di migliaia di persone, in ordinata e silenziosa fila, gli hanno reso omaggio. Successivamente una carovana ha percorso a ritroso il tragitto da L’Avana a Santiago de Cuba, ripercorrendo il viaggio vittorioso che i ribelli compirono dopo aver sconfitto Batista ed aver conquistato l’isola il 1 gennaio 1959. Viaggio che portò i barbudos a L’Avana per proclamare la definitiva vittoria della rivoluzione. Durante il suo ultimo viaggio, lungo le strade affollate da migliaia di persone, il comandante è stato omaggiato dal suo popolo che con il saluto “Yo soY Fidel (Io sono Fidel)” ha voluto dimostrare l’affetto per il suo presidente. Di una cosa avevano ragione i nemici di Cuba: tutti affermavano orgogliosamente che alla sua morte il popolo cubano sarebbe sceso in piazza. Il popolo è effettivamente sceso in piazza, non per festeggiare come avrebbero voluto loro, ma per omaggiare chi era riuscito a dare un orgoglio e un senso di patria ad un popolo che da oltre un secolo cercava una propria indipendenza .

Le ceneri del suo ispiratore hanno quindi percorso quel tragitto al contrario per l’ultima volta fino alla sua tumulazione nel cimitero di Santa Efigenia di Santiago de Cuba al lato dell’eroe cubano Josè Martì.

Con la sua saggia virtù di anticipare gli avvenimenti, alcuni mesi prima, in aprile, durante la chiusura del 7’ Congresso del Partito Comunista di Cuba, si congedò: “Presto sarò come gli altri, arriverà anche per me il mio turno …”. Quello che stava parlando era un uomo con quasi 90 anni sulle spalle, vestito in modo diverso, ma con le stesse idee rivoluzionarie che lo avevano portato, nel 1953 ad attaccare la base militare del Cuartel Moncada, seconda per importanza del paese, che nel 1956, a bordo di una piccola imbarcazione, assieme 82 uomini, sbarcò a Cuba per liberarla dal dittatore Fulgencio Batista”.

Tratto da “Cuba:una rivoluzione in evoluzione”di Andrea Puccio

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