ARGENTINA: LA POVERTA’ NON E’ UN FATTO NATURALE MA IL PRODOTTO VOLUTO DI DETERMINATE SCELTE

di Michela Arricale.

Il 14 dicembre del 2020, in Argentina, è stata emessa la sentenza del Tribunale Popolare sull’illegittimità del debito pubblico argentino. Tale Tribunale popolare si è costituito[1] il 14 Luglio 2020, su mandato dell’Assemblea Autoconvocata per la sospensione dei pagamenti e per le indagini sul debito pubblico, formata da una articolazione di organizzazioni, movimenti sociali, assemblee e partiti popolari, sindacati, referenti sociali, politici e dei diritti umani che, a partire da gennaio 2020, hanno dato inizio ad una ampia campagna partecipata, indipendente, orizzontale e inclusiva contro l’illegittimità del Debito Pubblico e le politiche promosse dal Fondo Monetario internazionale (FMI).

La data non è stata scelta a caso: il 13 di Luglio – infatti- si sono compiuti 20 anni dalla storica sentenza emessa dal giudice Ballesteros nella causa “OLMOS Alejandro s/ Denuncia”[2], promossa dall’avvocato (nonché storico, giornalista e uno dei maggiori esperti della questione del Debito) Alejandro Olmos contro l’ex ministro della dittatura militare militar José Alfredo Martínez de Hoz per l’aumento smisurato del debito argentino nel periodo dal 1976 al 1982. Alejandro Oloms collazionò migliaia di pagine di documentazione grazie ad un instancabile lavoro investigativo che ha visto il coinvolgimento di periti ed esperti sia governativi che privati grazie al quale venne offerta al Tribunale un quadro chiaro dei meccanismi illeciti che hanno –di fatto- espropriato il patrimonio del popolo argentino a beneficio di manipolo di privati.

La sentenza riscontrò il compimento di oltre 400 reati da parte delle autorità civili e militari a partire dal Ministro dell’Economia Josè Alfredo Martinez de Hoz, il suo braccio destro Giullermo Walter Klein –  capo della segreteria di Programmazione e Coordinamento Economico nonché i succedutisi presidenti della Banca Centrale Argentina. Però, mentre questi furono chiaramente identificati come responsabili politici, i beneficiari sono stati identificati in alcuni determinati gruppi economici legati ai centri finanziari internazionali come Macri, Bunge & Born, Bulgheroni, Pèrez Companc, Techint (Rocca), Soldati, Pescarmona i quali contrassero quei debiti privati che successivamente furono acquisiti dallo stato

L’operazione articolò su tre livelli: 1) la riforma finanziaria (con la svalutazione progressiva del peso argentino); 2) le privatizzazioni; 3) la repressione delle opposizioni. Per prima cosa fu necessaria la modifica del contesto legale che permettesse di colorare di legittimità le successive operazioni di indebitamento/smantellamento delle partecipazioni statali.

Come si arrivò ad indebitare il paese?

Attraverso – ad esempio- meccanismi di esposizione  finanziarie in valuta estera senza nessuna copertura sui rischi di cambio a carico di imprese statali, che vedevano così moltiplicarsi il proprio debito in maniera direttamente proporzionale alla svalutazione del peso, imposta dallo Stato (con il preciso fine di aumentare l’esposizione delle aziende pubbliche, in particolar modo quelle energetiche, così da sostenere le politiche di privatizzazioni). Un vero e proprio piano di trasferimento del patrimonio pubblico argentino ai capitalisti privati.

In via di estrema semplificazione, il sistema funzionava nel modo seguente: il governo manteneva bassissime le tariffe dei prodotti delle imprese pubbliche in maniera del tutto svincolata dal costo di produzione di quello stesso bene o servizio, poi – di fronte alle inevitabili perdite – le imprese pubbliche venivano costrette a chiedere prestiti in valuta estera (senza alcuna attenzione al rischio del cambio). Quando la valuta estera arrivava alla Banca Centrale, questa non la inviava alla azienda che ne aveva fatto richiesta, oppure inviava solo la somma in pesos corrispondente al cambio ufficiale (tenuto artificialmente più basso del cambio di mercato), ritenendo il resto per scambiarlo in proprio sul mercato “libero” con vere e proprie operazione speculative.

Svuotate le casse delle imprese e prosciugata la liquidità presente e futura, si sono avute importanti contrazioni salariali che hanno portato un vero e proprio esodo di competenze dalle aziende pubbliche che ha svuotato interi comparti arrivando addirittura a fermare la produzione di alcuni settori, i quali poi furono privatizzati. Tra il 1976 e il 1980 la YPF, la compagnia petrolera argentina, dopo aver raggiunto la cifra di indebitamento record di seimila milioni di dollari ( 1/10 dell’allora intero debito argentino), ha venduto a privati 37 aree di produzione, compreso un sito estrattivo in piena attività,  permettendo così ad oltre 30 società private straniere di sfruttare quel mercato a proprio discapito. Inoltre, tali cessioni, sono state concluse ad un prezzo molto inferiore al valore reale proprio a causa di quei passivi così ingegnosamente generati.

La sentenza Ballesteros, però, pur identificando chiaramente gli illeciti e i responsabili dell’aumento esponenziale del debito argentino, non potè fare altro che dichiarare estinti i reati per avvenuta prescrizione. Nessuno ha pagato, se non il popolo argentino.

La sentenza – però – fu consegnata alle istituzioni, che hanno reagito con estrema lentezza: solo nel 2014 è stata creata la Commissione Permanente BIamerale per il monitoraggio del debito estero, che lavora pigramente ed in maniera poco incisiva. Nonostante la portata storica della sentenza, tali argomentazioni non vennero mai fatte valere durante la rinegoziazione del 2005, nella quale il governo emise obbligazioni per 20mila milioni di dollari a garanzia del default del 2001, occorsa proprio per onorare quel debito la cui gran parte è stata generata in maniera criminale da un governo illegittimo e genocida.

E’ proprio a tale immobilismo che non si rassegna il popolo argentino che con questo Tribunale Popolare vuole appunto porre l’attenzione dell’opinione pubblica su questo punto: è giusto costringere una intera popolazione ad una vita indegna per costringerli a ripagare un debito contratto illegittimamente?

Il dibattimento del tribunale popolare è durato dal 27 luglio al 30 settembre con udienze pubbliche settimanali, dove sono stati escussi centinaia di testi sull’impatto e le ripercussioni del debito pubblico sui diversi settori della vita umana: ambiente, salute, repressione, lavoro, istruzione, economia ed altri ancora. Dopo aver analizzato la documentazione e le testimonianze offerte, il Tribunale Popolare ha riconosciuto il nesso causale tra il debito illegittimo e la violazione dei diritti fondamentali dell’uomo e dei popoli, arrivando ad enucleare una precisa fattispecie: quella dei crimini economici contro l’umanità. “Genocidio per indifferenza”, lo chiamano, e lo identificano con “tutte quelle situazioni che costringono persone, etnie, nazioni, popoli, a vivere una vita indegna o a morire a causa della fame, della mancanza di acqua potabile, per il mancato accesso ad una minima sanità pubblica ed altre indegnità inaccettabili”.

La povertà non è un fatto naturale, è il prodotto voluto di determinato procedimento espropriativo che sottrae ai molti per la ricchezza di pochi. E la sentenza del 15 dicembre lo dimostra argomentando parola per parola in tutte le sue 30 pagine fino alle conclusioni, dove viene dichiarato il principio di non sottomissione ad accordi economici che implichino, tra le proprie conseguenze, la distruzione per impoverimento della popolazione e/o dell’ambiente. La sentenza conclude invitando tutti gli attori sociali a dibattere di questa sentenza, ma soprattutto dei temi che essa pone come centrali ed invita le istituzioni finanziarie internazionali a prendere coscienza e riconoscere la gravità della situazione che hanno contribuito attivamente a determinare, annullando quei “debiti odiosi” che impoveriscono e sottomettono interi paesi e popoli, contribuendo così a restituire al mondo quello che hanno sottratto, restituendo a noi tutti – nessuno escluso, finalmente – la possibilità di una vita degna.

https://patriagrande.it/il-processo-del-popolo-al-debito-e-al-fmi/

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