Aleksej Navalny

I TROPPI E FACILI ENTUSIASMI DELL’OCCIDENTE PER NAVALNY

di Alessandro Borelli

C’è qualcosa di non detto oltre le manifestazioni di protesta che oggi, nonostante le diffide del Cremlino e dei responsabili dell’ordine pubblico, hanno attraversato la Russia. Premesso – e precisato – che ogni eccesso di violenza deve essere stigmatizzato senza “se” e senza “ma” da qualsiasi parte provenga, sulla mobilitazione (ma in fondo sarebbe il caso di dire sull’intero movimento d’opinione che ruota intorno ad Aleksej Navalny che dei fatti odierni è stato dichiaratamente l’ispiratore) incombe l’incognita di un’ombra che non può essere ignorata. E cioè: qual è, esattamente, l’idea di Russia che Navalny, oggi accreditato, soprattutto in Occidente, come il principale oppositore di Putin, intende portare avanti? In altre parole: una volta demolito il sistema di potere, indicato come corrotto e inguaribilmente infetto, che ruota intorno all’attuale presidente, quale progetto di Paese ne dovrebbe scaturire? Che tipo di visione, politica e strategica, di medio e lungo periodo verrebbe riservata a una nazione che un esperto di cose russe come Winston Churchill definiva “un enigma racchiuso in un mistero” e che, pertanto, è estremamente difficile “incasellare” nelle categorie del modo di pensare europeo e, più in generale, occidentale?

Perché questo è il punto. Non si tratta di essere “pro” o “contro” Navalny; tantomeno giustificare tentativi, se ve ne sono stati, di nuocere alla sua persona riguardo ai quali, però, chiunque ne disponga, dovrebbe almeno esibire chiare ed incontrovertibili prove. La questione è un’altra, e sarebbe pretestuoso ridurla ad un peana per Vladimir Putin. Basta ripercorrere la storia, non solo recente: ogni volta che la Russia ha perduto una guida capace di indicare un orizzonte, delineare una prospettiva di senso in grado di equilibrare le spinte e le controspinte di una nazione fra le più complesse, e la cui stessa idea di democrazia è esposta a fallaci contraddizioni, la medesima Russia ha smarrito la bussola e l’Occidente, che tanto ama gli “avversari di” ogni volta che si palesano, ha scoperto con sconcerto di non avere più, al Cremlino, alcuna controparte affidabile. Con tutti i rischi che, ogni volta, ne sono derivati, non foss’altro per la gestione dell’enorme arsenale nucleare ancora appannaggio di Mosca.

La difficoltà di affrontare con pacatezza simili quesiti, e un così descritto scenario – per cui chi discute Navalny è automaticamente annoverato fra gli “amici di Putin” e perciò, implicitamente, tra i potenziali carnefici dell’antagonista del potere – costituisce, oggi, il più grave limite per un’analisi delle vicende russe lontana da pregiudizi e preconcetti. E tuttavia un Occidente libero e democratico che, sulla scorta della pretesa di esportare ovunque la propria democrazia e la propria libertà, si “innamora” dell’antagonista di turno, con gli esiti di certe primavere arabe purtroppo sotto gli occhi di tutti, abdica – se mai gli spettasse di diritto, e non è così – dal proprio presunto ruolo di “guida del mondo libero”. Perché la posta in gioco non consiste nell’ascesa o nella caduta di questo o quel leader: crederlo, vuol dire scivolare nell’ennesimo inganno. La vera partita riguarda il cuore di ogni iniziativa politica, cioè la progettualità, la visione del futuro.

Navalny mobilita, sommuove, scuote i social. E se una simile strategia servirà a smuovere taluni immobilismi russi certamente perniciosi, ben venga Navalny anche con le sue un po’ pittoresche esternazioni. Da qui, però, a considerarlo un affidabile interlocutore, come amano dire le Cancellerie che contano, ce ne passa. Raramente i capipopolo hanno saputo costruire, dopo avere demolito. In Russia, sfortunatamente, l’ultimo di questi illustri precedenti ha avuto un nome e un cognome che avevano illuso molti: Boris Eltsin. In questo primo scorcio di millennio, però, il mondo è finito sottosopra, rispetto all’epoca eltsiniana, e i pericoli – dall’estremismo islamico alla pandemia – si sono moltiplicati.

Concedere cambiali in bianco, come molti Paesi paiono disposti a fare con Navalny, senza chiedere in cambio garanzie chiare e precise potrebbe, in un tempo non distante, trasformarsi in un boomerang dalle conseguenze potenzialmente devastanti.

In qualche modo sembra ripetersi in Russia la farsa di Guaidò, che va in scena da due anni in Venezuela, un leader dell’opposizione teleguidato dall’estero.

Alessandro Borelli

https://www.farodiroma.it/gli-entusiasmi-per-navalny-e-il-futuro-della-russia-le-troppe-incognite-che-loccidente-continua-ad-ignorare-di-a-borelli/

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