Il traghetto Moby Prince

TRENTA ANNI FA LA SCIAGURA DELLA MOBY PRINCE: UNA DELLE TANTE SCIAGURE ITALIANE CHE NON HANNO TROVATO RISPOSTE

Trenta anni fa nella notte tra il 9 ed il 10 marzo 1991 la nave passeggeri Moby Prince partita da Livorno si scontrava con la petroliera Agip Abruzzi e tutti i passeggeri tranne uno morirono bruciati. A trenta anni da quel tragico giorno ancora la vicenda è avvolta dal mistero. Riproponiamo un’intervista a Piero Pacini che in questi anni ha cercato di fare luce su quell’incidente che poteva essere evitato  rilasciata l’anno scorso a Sputnik.

L’intervista:

In termini di perdita di vite umane, fu la più grande catastrofe della marina civile italiana in tempo di pace.

Una tragedia che a 29 anni di distanza presenta ancora lati oscuri.

A parlarne a Sputnik Italia è il signor Florio Pacini, che ai tempi della tragedia era direttore dell’Ufficio acquisti della Nav.Ar.Ma, la compagnia armatrice del traghetto. Quando la nave a rimorchio arrivò nel porto di Livorno, fu lo stesso Florio Pacini a fornire ai vigili del fuoco lo schema dei piani della nave e le indicazioni di accesso al traghetto, nonostante ciò ed il suo ruolo in compagnia, la sua testimonianza non venne mai presa in considerazione dalla magistratura.

Nel 2016 il sig. Pacini è riuscito a presentare la sua versione dei fatti in tre audizioni davanti alla Commissione sulla strage del Senato della Repubblica; alla data attuale, tuttavia, anche questo atto non ha sortito alcun effetto significativo.

— Signor Pacini, secondo la Sua versione dei fatti cos’è successo la notte del 10 aprile 1991 al traghetto Moby Prince?

— Alle 22:14 la Moby Prince in uscita dal porto di Livorno fece rotta per 220/225° (come sempre per recarsi ad Olbia in Sardegna), quella sera sulla sua rotta (in zona divieto ancoraggio) vi era una petroliera della SNAM gruppo Agip ENI. Sul ponte comando della Moby cambiarono la rotta per 200/205° per passare a poppa della petroliera, lasciando sulla propria sinistra due mercantili carichi di armi ed esplosivi militarizzati da parte di un dipartimento statunitense: il “Department Of The Army Military Traffic Management Command Terminal Battalion Italy Apo New York”. La manovra avveniva in piena sicurezza poiché tra la poppa della petroliera e la prua dei mercantili vi era una distanza minima di oltre 1.000 metri. Sulla petroliera era scoppiato un incendio alle 22:15 e il personale stava cercando di spegnerlo con i propri mezzi (molti sono i testimoni dell’evento). L’incendio stava coprendo di fumo la rada, rendendo invisibile tutto quello che si trovava a sud-ovest. Dal fumo è sbucato uno dei due mercantili militarizzati e ha speronato il lato sinistro del traghetto Moby Prince, all’altezza del ponte lance/solarium (i danni sulla Moby Prince erano evidenti fin da subito). La nave investitrice obbligò il traghetto a virare tutto il timone a destra per ridurre gli effetti della collisione (come da regolamento internazionale); questa manovra portò il traghetto in rotta di collisione con la petroliera, che oltre dal fumo era stata resa invisibile da un blackout totale. Il ponte di comando della Moby Prince ordinò timone tutto a sinistra e macchine tutte indietro, per evitare o ridurre la gravità dell’imminente impatto. 

— Qual è invece la versione ufficiale?

— Le versioni ufficiali sono variate nel tempo: siamo passati da tutta colpa dell’equipaggio della Moby Prince disattento che guardava una partita di calcio, facendo uno slalom fra le navi in rada ed in mezzo alla nebbia (secondo questa versione principale responsabile della tragedia), alla totale assenza di nebbia ed un eroico equipaggio attento alla sicurezza ed alla incolumità dei passeggeri fino a sacrificare la propria vita.

Vittima sulla Moby Prince

— Qual è il ricordo che più l’ha segnata e indotto alla sua indagine e ricostruzione?

— La Moby Prince era ancora fumante in rada ed il Ministro della Marina, Carlo Vizzini disse: “Appare chiaro che l’errore umano è alla base di questa tragedia”. Errore umano dell’equipaggio del traghetto che non poteva difendersi in quanto perirono tutti, tranne l’unico superstite il mozzo Alessio Bertrand. Questo ed altri depistamenti immediati alla tragedia mi spinsero a cercare la verità per difendere chi non poteva più difendersi e l’onorabilità di quei marittimi.

Azioni di depistaggio

— Secondo Lei perché questa azione di depistaggio?

— Per allontanare le persone dai fatti di quella notte. Come già detto, la Moby Prince si è trovata suo malgrado dentro dei traffici illeciti da coprire, perché coinvolgevano navi di una società statale e navi cariche di armi americane di ritorno dalla prima guerra del Golfo.

— Chi, secondo Lei, è più interessato a non far luce sulla tragedia della Moby Prince?

— Vista l’enorme montagna di soldi versati per coprire i fatti, praticamente tutti! Da questa vicenda in molti hanno guadagnato oltre ogni più rosea aspettativa. La cosa più strana è che alla fine non si sa chi ha pagato realmente tutti questi soldi.

— Cosa La spinge con tanta determinazione a portare avanti la Sua “battaglia” nel voler presentare la Sua versione dei fatti?

— Tutti i miei amici morti nella tragedia, il rispetto per Loro e per la giustizia. Le mie conclusioni sono talmente evidenti e reali che vedere consulenti, senatori, tecnici, mass media, seppellire questa tragedia in un silenzio assordante mette una rabbia e una forza che spinge a non arrendersi.

— Da un punto di vista giudiziario il caso è stato chiuso?

— “Ni!” Dopo la relazione finale della Commissione sulla tragedia in Senato gli atti sono stati passati alle Procure di Roma e Livorno. Io ho dato la disponibilità per essere sentito dalla Dottoressa Carmazzi della Procura di Livorno la quale mi ha invitato a recarmi presso la caserma di Finanza di Livorno per essere sentito. Questo mi ha fatto comprendere che non si stava perseguendo la verità, ma che la si vuole ancora coprire, ancora.. dopo 29 anni.

— Perché afferma questo?

— Se la mia ricostruzione è esatta (e lo è!), la Finanza di Livorno ha almeno un agente coinvolto. Se avessero cercato la verità mi avrebbero fatto convocare dalla Polizia o dai Carabinieri e non da due Finanzieri e, per di più, nella caserma di Livorno.

Ripresa del caso

— Nel 2016 Lei è stato sentito da una particolare Commissione al Senato della Repubblica. Ci sono stati dei risultati in seguito alle Sue audizioni?

— Qualche passo in avanti è stato fatto, si poteva certamente fare di più. Gli elementi erano lì, evidenti, ma si è preferito il classico cerchio/bottismo. Del resto il presidente della Commissione Silvio Lai mi fece presente che le mie dichiarazioni disturbavano la Marina Militare e m’invitò a non fare nomi. Anche se quei nomi sono responsabili della morte di 140 persone.

— Quali sono le sue aspettative su questo caso?

— Che si arrivi alla verità in un modo o nell’altro, che qualcuno mi affianchi e continui la lotta dopo che non ci sarò più. Alla fine, dopo la conferma della verità, vorrei che il presidente della Repubblica riconoscesse la medaglia d’oro al Valor Civile all’equipaggio della Moby Prince e revocasse l’onorificenza di Commendatore della Repubblica ad un cattivo servitore dello stato come Sergio Albanese, comandante della capitaneria di Livorno ai tempi della tragedia, secondo me, il primo responsabile della morte di 140 persone innocenti, tra cui una bambina di appena un anno. 

Per chi volesse approfondire 

Vhttps://www.youtube.com/watch?v=4vx-8sUYLo4

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