LA RISTRUTTURAZIONE CAPITALISTA COME EREDITA’ DELLA PANDEMIA

di Marcio Pochmann

 

Sebbene la sua fine sembri improbabile, il neoliberismo ha subito una forte batosta dall’inizio della pandemia di Covid-19. La ripresa dello Stato con l’immediata adozione di politiche anticicliche a favore sia delle imprese che delle famiglie ha evitato un’ulteriore contrazione del livello dell’attività economica.

Benché protetto, il saggio medio di profitto non mostra in modo omogeneo la situazione generale del sistema capitalistico. Mentre alcuni settori sono stati fortemente penalizzati, come le piccole imprese, il turismo, i trasporti, l’auto e la cultura, altri hanno registrato performance molto positive, come le banche, la farmaceutica, le telecomunicazioni e il commercio al dettaglio.

La disuguaglianza delle prestazioni nei settori economici, con la maggiore redditività nelle grandi aziende e la minore nelle piccole imprese, ha generato un ulteriore impulso alla monopolizzazione capitalista. Il rafforzamento del potere di mercato delle grandi imprese si è espresso sia nelle fusioni che hanno evitato il “fallimento aziendale” sia nelle “acquisizioni killer” di imprese innovative concorrenti.

Allo stesso tempo, si è constatato che il cambiamento dell’intervento statale dopo la pandemia non si è limitato al mero aiuto di aziende e famiglie. Almeno per alcuni paesi, la massiccia spesa pubblica aggiuntiva è stata indirizzata a stimoli economici mascherati da ripresa degli investimenti statali e cambiamenti nella regolamentazione competitiva, entrambi i quali hanno messo in discussione lo stesso neoliberismo.

Come paradigma sociale e politico dominante negli ultimi quarant’anni, la prescrizione neoliberista è stata caratterizzata dall’imposizione allo Stato di funzioni disciplinari e coercitive volte a trasformare il pubblico in privato. Nell’aspettativa di aumentare il tasso di profitto medio del sistema capitalista in caduta negli anni ’70, a causa dell’esaurimento del modello fordista, l’inflessione dell’intervento statale ha cercato di aprire nuovi mercati redditizi, riducendo al contempo i costi per l’utilizzo e la remunerazione della forza del lavoro.

Come eredità della pandemia di Covid-19, in alcuni paesi occidentali emerge un’importante ristrutturazione capitalista. Di conseguenza, un altro tipo di consenso egemonico potrebbe essere forgiato attraverso il recupero dello Stato per riaquisire il potere e lo status perduti.

Le nuove coalizioni politiche nazionali mirano a rinnovare la legittimità necessaria per far fronte all’insoddisfazione e alle proteste che rivelano il quadro generale di disperazione che deriva dal deterioramento interno dei paesi. Sulla scena internazionale, ad esempio, il tentativo di far valere le formule tradizionali di natura coloniale e imperialista contemporanea nei paesi occidentali comporta la disperazione di fronte allo spostamento della dinamica centralità economica verso est.

Come nella Grande Depressione del 1929 (quando il capitalismo cadde in disgrazia durante l’avanzata dell’Unione Sovietica), si è assistito, nelle recenti crisi economiche del 2008 e del 2020 che hanno scosso il sistema mondiale, all’innegabile rafforzamento economico cinese. A differenza del modello sovietico di costruzione di un mondo nuovo in parallelo con il capitalismo, il modello cinese insegue gli stessi percorsi del sistema del capitale, contaminandolo proprio attraverso i meriti della sua vittoriosa competizione.

Tutto ciò è pienamente riscontrabile nella convergenza delle posizioni degli Stati Uniti e dell’Unione Europea in una recentissima reazione, adottata nella prima metà del 2021 volta a confrontarsi con il dominio produttivo, tecnologico e commerciale cinese. Puntano in questa direzione, infatti, sia l’aggiornamento della strategia industriale per la transizione verde e digitale dell’UE, sia il piano Biden della Casa Bianca per una nuova politica industriale statunitense.

In risposta, la Cina continua a costruire accordi di cooperazione con più di 140 paesi, rafforzando sempre più l’iniziativa della cintura e delle vie della seta, che le consentono di far avanzare le sue imprese e una quota crescente del suo settore produttivo. Allo stesso modo, la Cina ha costruito un piano economico di strutturazione di dieci basi emergenti e strategiche, con influenza globale in connessione con cento poli di manifattura avanzata con efficiente produttività comparata e mille ecosistemi industriali con vantaggi unici, in grado di offrire tecnologie di competitività internazionale, superiori a quelle occidentali.

Perciò, di fronte alle ostilità esterne, come la lista degli embarghi tecnologici attuati dagli Usa volti a strangolare tecnologicamente la Cina, vi è stata la riconferma della condotta di un nuovo slancio nazionale per l’innovazione interna. Pertanto, la pianificazione dell’innovazione domestica cinese, concentrandosi su tecnologie fondamentali, materiali essenziali, tecniche di base e algoritmi, per esempio, cerca di sostituire la produzione tradizionale ad alta intensità di lavoro con un sistema produttivo molto più avanzato.

In breve, la pandemia di Covid-19 ha stimolato un nuovo movimento di ristrutturazione capitalista, soprattutto negli Stati Uniti e nell’UE, che reagiscono al successo cinese. Nella stessa misura, la Cina risponde accelerando la trasformazione della sua manifattura che, spinta dalla tecnologia, consolida la sua posizione di officina mondiale plasmata dal dominio della digitalizzazione economica.

Marcio Pochmann, professore e ricercatore del CESIT [Centro di Studi Sindacali e dell’Economia del Lavoro], dell’Università di Campinas e dell’Università dell’ABC paulista (San Paolo)

(Traduzione dal portoghese di Alessandro Vigilante)

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