DENUNCIANO TENTATIVO DI ASSASSINIO DEL PRESIDENTE BOLIVIANO LUIS ARCE 

 

Il  ministro boliviano Eduardo del Castillo ha denunciato un piano di destabilizzazione del governo che prevedeva l’assassinio del Presidente Luis Arce.

Il  ministro del governo della Bolivia Eduardo del Castillo ha denunciato che alcuni giorni prima delle elezioni che si sono svolte nell’ottobre dello scorso anno per la presidenza del paese andino era pronto un piano che prevedeva l’assassinio di Luis Arce. Nel complotto sono implicate varie persone tra le quali un colombiano che attualmente è recluso per aver partecipato nell’assassinio del presidente di Haiti Jovenel Moïse.

Il Ministro ha denunciato il piano di destabilizzazione che prevedeva l’eliminazione di Luis Arce prima delle elezioni sostenendo che il governo ha avuto accesso a audio, contratti e e-mail intercettate che attribuiscono all’ex ministro della Difesa di Jeanine Áñez, Fernando López la responsabilità, del piano.

Del Castillo ha menzionato tra gli autori del fallito attentato il colombiano Germán Alejandro Rivera García, che è stato arrestato per l’assassinio ad Haiti del Presidente Jovenel Moïse. Germán Alejandro Rivera García, secondo il governo, è entrato in Bolivia attraverso la Colombia il 16 ottobre 2020, cioè due giorni prima delle elezioni.

Ha anche indicato che tra il 16 e il 19 ottobre 2020, i colombiani Arcángel Pretel Ortiz e Antonio Intriago sono entrati nel paese, entrambi provenienti dagli Stati Uniti. Il ministro ha inoltre indicato Pretel come “il collegamento” con la società di sicurezza con sede a Miami Counter Terrorist Unit Security (CTU). I mercenari assoldati per assassinare Luis Arce avrebbero ricevuto un compenso annuale di 125.000 dollari, secondo quanto risulterebbe dai contratti. 

“C’era un’intera strategia armata per impedire l’ascesa del presidente Luis Arce e per sequestrare  la nostra democrazia, vengono descritti i contratti, gli importi, i curriculum delle persone coinvolte, persino le armi che intendevano usare per uccidere i boliviani e le boliviane”, ha spiegato Del Castillo.

Intanto il Tribunale costituzionale plurinazionale (TCP) della Bolivia ha stabilito venerdì che l’autoproclamazione di Jeanine Áñez come presidente de facto, dopo il colpo di Stato del 2019, era illegale perché non vi era vuoto di potere.

A tale proposito il ministro della Giustizia Iván Lima, commentando la sentenza, ha detto che non vi era alcun vuoto di potere e quindi l’autoproclamazione di Jeanine Áñez alla presidenza  è da considerarsi un vero e proprio colpo di stato.

Añez, che all’epoca era il secondo vicepresidente del Senato, ha affermato che c’era un vuoto di potere di fronte alle dimissioni dell’allora presidente Evo Morales, del vicepresidente Álvaro García Linera e del capo del Senato, Adriana Salvatierra. L’allora presidente della Camera dei deputati, Borda, si era dimesso prima delle dimissioni di Morales.

Dopo queste successive dimissioni, Añez si dichiarò prima presidente di quella camera e, in seguito, della Bolivia, senza avere il quorum o la  maggioranza legislativa, i cui due terzi provenivano dal Movimento al Socialismo (MAS), riporta Telesur.

 

Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info

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