Soldati dell’esercito ucraino

FRONTE DI GORLOVKA: VILLAGGI DIMENTICATI TRA BOMBE E DISPERAZIONE  

di Rangeloni News

 

Gorlovka è una delle principali città del Donbass, un importante centro industriale prima del conflitto scoppiato nel 2014 e in seguito uno dei capisaldi principali della Repubblica Popolare di Donetsk sulla linea del fronte. In tutti questi anni solo in rare eccezioni il nome della città (o quello dei villaggi circostanti) non è stato menzionato dai bollettini di guerra.

In questa nuova fase del conflitto il fronte di Gorlovka continua ad essere uno dei luoghi più pericolosi della regione. Per ora la linea di demarcazione non ha subito grossi spostamenti, non si registrano vaste manovre, eppure i bombardamenti rimanono costanti e violenti. Ogni giorno vengono colpite abitazioni e tocca aggiornare il bilancio delle vittime.

Raggiungere Gorlovka non è proprio semplice. Per farlo bisogna attraversare parte di Makeevka e Yasinovataya, percorrendo poi l’autostrada che che tocca Krasny Partizan e Pantelemonovka, tutte zone ad altissimo rischio bombardamenti. Per questo solo occasionalmente si possono trovare approfondimenti su quel che accade a Gorlovka: molti giornalisti locali hanno molto lavoro anche a poca distanza da Donetsk. Intraprendere un viaggio verso quella città significa moltiplicare i rischi.

Con un collega di Vladivostok decidiamo di raggiungere ugualmente quel luogo in cui il giorno precedente a causa dei bombardamenti sul parco nel cuore della città sono rimasti feriti quattro civili, tra cui un bambino (il 26.06.2022). Altre tre persone hanno riportato ferite nei quartieri e villaggi in periferia, una donna è rimasta uccisa.

L’autostrada è semi-deserta, solo raramente si vede sfrecciare qualche veicolo. Sono pochi anche i mezzi con le “Z” sulla carrozzeria, quelli a bordo dei quali viaggiano i miliziani. Dopo una quarantina di minuti di viaggio raggiungiamo il checkpoint alle porte di Gorlovka, dove una pattuglia della polizia militare controlla i documenti. I militari sembrano poco interessati al controllo dei documenti e più attenti a cogliere eventuali sintomi di possibili bombardamenti. Una rapida occhiata all’auto e il sergente fa segno di passare, augurando “buon viaggio”. Passato il posto di blocco torniamo ad assistere alla “normalità”. Le virgolette sono d’obbligo perché quella vita è tutt’altro che normale. Lungo le pessime strade di questa città c’è il solito viavai, parecchia la gente sui marciapiedi. Probabilmente c’è più gente anche rispetto a Donetsk, insolitamente vuota da diversi giorni.

Dopo una breve tappa in municipio raggiungiamo il parco in centro dove il giorno precedente è stata sfiorata una strage. A parte il gestore del chioschetto del parco non c’è anima viva. Il ragazzo ci mostra dove il giorno precedente sono caduti i colpi: “soprattutto nel fine settimana qui è sempre pieno di gente. Anche ieri c’erano parecchie famiglie. Poi sono arrivate le bombe, di punto in bianco. Laggiù è rimasto ferito un ragazzino. Ci sono stati solo feriti, un mezzo miracolo”.

Diversamente è andata a Golmovsky, villaggio a nord della città. Le bombe hanno centrato una palazzina, all’interno della quale è morta una donna. I razzi “Grad” hanno colpito anche il teatro e l’antistante piazza centrale, dove qualche giorno prima era rimasta uccisa un’altra abitante del villaggio. Questo villaggio è la seconda tappa della giornata.

Parcheggiamo vicino alla scuola, uno dei luoghi del villaggio dove ero sicuro di trovare qualche persona con cui parlare per ottenere informazioni sulla situazione generale.

Se le aule sono vuote da mesi locali, i locali sottosuolo sono pieni di vita. In molti sono rimasti senza un tetto sopra la testa e ora vivono nel bunker della scuola locale. Non mancano animali domestici che abbaiano o miagolano appena si sente qualche esplosione. Periodicamente anche questo edificio viene colpito, ma le pareti robuste lo rendono un luogo sicuro.

Il personale scolastico lavora senza sosta per tentare di conservare la struttura, tappando le finestre e il tetto con teloni e pannelli di legno.

Poche ore prima del nostro arrivo, nell’aula meno colpita dai bombardamenti, a sei ragazzi rimasti nel villaggio sono stati consegnati i diplomi. I bambini sono arrivati uno per volta, per non creare pericolosi assembramenti. Le bombe possono iniziare a cadere in qualsiasi momento della giornata.

La vicepreside non trattiene le lacrime: “purtroppo non abbiamo potuto tenere la tradizionale cerimonia, l’atmosfera è tutt’altro che quella di un giorno di festa. Non doveva andare così”. Nella scuola sono rimaste solo donne. Il preside, un insegnante, il custode e Alexandr, il tuttofare della scuola, sono stati richiamati alle armi e combattono nella milizia popolare a pochi chilometri da Golmovsky.

Nei corridoi della scuola incontriamo Alexandr. Il suo giorno di licenza lo dedica alla scuola, aiutando il resto del personale rimasto a effettuare i lavori di riparazione: “vorrei che la guerra finisse rapidamente, non vedo l’ora di tornare qua a lavorare, a ricostruire la scuola e il villaggio”. Alexandr è una persona umile e modesta. Quando gli racconto che la vicepreside e gli altri colleghi, in sua assenza, lo hanno riempito di complimenti per l’enorme lavoro svolto nella scuola – quando avrebbe potuto benissimo pensare ad altro nel suo raro giorno libero – comprendo di averlo messo a disagio.

Alexandr, il tuttofare della scuola.

Nel villaggio i giornalisti si vedono raramente. Sono mesi che nessuno si interessa delle sorti di questa gente. Lo si vede anche dalla reazione degli abitanti del posto. Tutti dimostrano ospitalità, hanno voglia di raccontare e di essere ascoltati, di sfogarsi. Ogni giorno in quel villaggio la gente convive con il rischio di morire, si vivono quegli incubi che vengono raccontati in televisione, per i quali nel mondo si indignano migliaia di persone o si organizzano manifestazioni e flash mob. Eppure a parità di sofferenze e di ingiustizie subite, le sorti di queste persone sono destinate a rimanere ignorate. Del resto Golmovsky è un villaggio sconosciuto ai più anche nella stessa Donetsk.

In questo villaggio spesso i bombardamenti iniziano senza preavviso e soprattutto senza motivo. In mezza giornata trascorsa in quel luogo l’unico militare che ho visto è stato Alexandr, il tuttofare della scuola nel suo giorno di licenza.

“Sparano sul villaggio perché ci vogliono ammazzare tutti, anche se ormai qui siamo rimasti solo noi vecchietti. Non c’è altra spiegazione”, dice una nonnina davanti alla porta di casa sua. Il tetto della sua abitazione è stato spazzato via dall’onda d’urto provocata dall’esplosione di un missile che esplodendo nel suo orto ha scavato un enorme cratere. Buchi simili ne avevo visti solo a Mariupol, nell’acciaieria Azovstal dove si erano trincerati i militari ucraini. Il marito della signora è vivo per miracolo. La notte in cui è caduto quel missile si è svegliato per andare a fare pipi’. Appena uscito dal bagno è avvenuta l’esplosione. L’onda d’urto l’ha scaraventato a terra. Sul suo corpo sono caduti i frammenti delle finestre distrutte, una porta, calcinacci e polvere. È stato liberato abbassata rapidamente dai vicini accorsi ad aiutare. È stato trasportato d’urgenza in ospedale: sporco e insanguinato ma vivo. Del bagno dove si era recato pochi secondi prima non è rimasto nulla.

Mentre sto scattando un paio di foto al Palazzo della cultura, una scarica di razzi “Grad” si abbatte poco distante, a qualche decina di metri dalla scuola visitata qualche minuto prima. Faccio in tempo a buttarmi a terra, cercando di strisciare e cercare riparo dietro ad un muretto di fronte al palazzo che stavo fotografando. Il cuore sembra essersi fermato in attesa della fine di quella ventina di esplosioni, una dietro l’altra, sempre più vicine. Sulla pelle percepisco l’onda d’urto, mi sembra di sentire le schegge volare qualche decina di centimetri sopra di me. Probabilmente non erano solo sensazioni. Un fumo grigio e denso si leva dalla strada di fronte a me, a una cinquantina di metri.

Che fare? Raggiungere i luoghi appena bombardati? Attendere qualche minuto? Non si sa mai cosa potrebbe succedere.

Può capitare che in seguito alla prima porzione di razzi ne giunge subito una seconda. Nel giro di una quindicina di minuti, mentre dal villaggio si levano diverse colonne di fumo, arriva un camion dei vigili del fuoco. Decidiamo di seguirli. Diverse case sono già state distrutte dalle fiamme, i pompieri intervengono facendo il possibile per salvare il salvabile. Poco per volta iniziano a giungere notizie di donne ferite. In totale se ne conteranno tre, tra cui una ragazza di quindici anni.

Appena finiscono i bombardamenti le persone si riversano immediatamente nelle strade per aiutare i propri. Questa solidarietà sorprende, non è per nulla una cosa scontata.

Tra le case colpite c’è anche quella di Natalia, una signora che una mezz’ora prima del bombardamento ci ha invitati a mangiare a casa sua, offrendo il cibo del proprio orto è una frittata preparata con le uova delle sue galline. Natalia ha fatto in tempo ad entrare in casa appena sono iniziati a cadere i primi razzi, mentre il suo fedele amico a quattro zampe non è riuscito a fare in tempo a nascondersi. Buona parte delle galline sono sparse nel cortile, senza vita.

Non c’è tempo per le lacrime o per fermarsi a riflettere, cercando risposte a domande che ormai nessuno si pone più, accettando questa situazione sulla quale non si può influire. Bisogna riparare i danni, seppellire il cane, dare una mano ai vicini. La gente sembra essersi abituata a questi 

Oltre a Golmovsky – contemporaneamente – i colpi dell’artiglieria hanno colpito anche la vicina Svetlodarsk, oltre a Makeevka e Yasinovataya, i centri abitati attraversati tornando verso Donetsk. In totale solo in quel pomeriggio 5 civili sono rimasti uccisi e altri 23 hanno riportato ferite.

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