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LA GUERRA DIGITALE CONTRO CUBA: CENSURE E CHIUSURE DELLE PAGINE SU INTERNET E SUI SOCIAL 

 

Le censure di Facebook e di altri social network si sono abbattute con estrema violenza sulle pagine e sugli account di vari mezzi di informazioni cubani nel corso del 2022.

Una delle azioni più evidenti, lo scorso ottobre, è stata quella della chiusura della pagina Facebook del  sito Razones de Cuba. La missione di questo media dalla sua nascita è stata quella di denunciare l’attività terroristica e sovversiva del governo degli Stati Uniti contro Cuba e per questo è stato chiuso.

Altre pagine e account personali sono state chiuse in modo tempestivo, senza preavviso o possibilità di reclamo. Questi includono la pagina di Raúl Capote, caporedattore della redazione internazionale di Granma e che la CIA ha cercato di reclutare qualche anno fa per i suoi piani anticubani nell’ambito culturale. 

Il 24 ottobre anche la scure della censura di Twitter si abbatte su vari account cubani che sono stati segnalati come affiliati al governo cubano: gli account di Con Filo, Cuadrando la Caja e Chapeando, tre importanti mezzi di informazione cubana, sono stati chiusi senza spiegazioni.

Il 27 novembre, mentre Cuba stava svolgendo le sue elezioni comunali, in mezzo a condizioni molto complesse, Facebook ha impedito a Cubadebate di pubblicare qualsiasi contenuto sulla sua pagina ufficiale. Nelle notifiche inviate agli editori, il social network riferisce che  “Il tuo account è ora limitato. Il tuo permesso di eseguire questa azione è stato temporaneamente bloccato”.

Quattro mesi dopo quelle azioni di censura scopriamo che non si trattava di una bizza degli algoritmi di Facebook ma di una precisa volontà da parte di Facebook di limitare la pubblicazione di contenuti da parte dei mezzi di informazione cubana.

Un rapporto recentemente rilasciato da Meta, la casa madre di Facebook, intitolato “Rapporto sulle minacce avverse”. Quarto trimestre del 2022″ informa della “rimozione di tre reti che pubblicavano contenuti minacciosi ed avversi provenienti dalla Serbia, Cuba e Bolivia. I contenuti pubblicati sarebbero stati rivolti alle persone nei loro paesi attraverso vari servizi su Internet e legati a governi o partiti politici al potere.

Nel documento tecnico si “legge che abbiamo eliminato un’operazione CIB a Cuba che si rivolgeva agli account locali in quel paese e alla diaspora cubana all’estero”. La nostra indagine ha rilevato legami con il governo cubano. Le persone dietro di esso operavano su vari servizi Internet, tra cui Facebook, Instagram, Telegram, Twitter, YouTube e Picta, un social network cubano, nel tentativo di creare la percezione di un ampio sostegno al governo cubano”.

Il documento riporta anche che attraverso questi account e pagine gli amministratori avrebbero criticato attraverso video in spagnolo , post e caricature coloro che dall’estero ed in patria stanno attaccando il governo cubano.

Alla fine la censura di Meta ha chiuso 363 account Facebook, 270 Pagine, 229 Gruppi e 72 account Instagram.

Secondo il rapporto, almeno 650.000 account hanno seguito uno o più di queste pagine, circa 510.000 account si sono uniti a uno o più di questi gruppi e almeno 8.000 account hanno seguito uno o più di questi account Instagram.

Diventa paradossale il comportamento di Meta e Twitter che censurano i mezzi di informazione cubani quando oramai sono pubbliche, documentate e note le collusioni di Facebook con Cambridge Analytics e altre aziende nella manipolazione politica delle intenzioni di voto  negli Stati Uniti e nel Regno Unito in circostanze decisive come le elezioni presidenziali statunitensi del 2016 e il referendum sulla Brexit per l’uscita britannica dall’Unione Europea. 

Molte indagini di giornalisti statunitensi hanno anche mostrato la connivenza di Facebook e di altri social network digitali nella stimolazione di rivolte sociali in varie parti del mondo, tra cui Cuba.

Le proteste avvenute sull’isola l’11 e 12 luglio 2021, e altre successive, sono state articolate e stimolate dai social network, specialmente da Facebook, che è ancora il più utilizzato dagli utenti cubani. Come è stato dimostrato, queste piattaforme hanno avuto un ruolo rilevante come strumento nell’organizzazione degli eventi e nella velocità con cui sono riuscite a far  espandere l’odio e a creare il clima che ha catalizzato i disordini.

La complicità di Facebook e di altre reti di Meta, Google e Twitter non si è espressa solo nell’ammissibilità del discorso d’odio che, fondamentalmente dall’esterno, ha inondato lo spazio pubblico digitale cubano in quei giorni e fino ad oggi, ma anche nell’isteria causata dall’ondata di propaganda antigovernativa prodotta da utenti situati fuori da Cuba.

Su MintPress News, il giornalista Alan MacLeod, che si è infiltrato in uno dei gruppi privati di Facebook che hanno organizzato le proteste del 2021, ha documentato la partecipazione di cittadini stranieri alle presunte comunità locali online che hanno incitato le proteste. La sua ricerca ha dimostrato che i cittadini statunitensi sono intervenuti “negli affari interni di Cuba, a un livello che difficilmente può essere concepito negli Stati Uniti”.

Dal 2009, varie indagini e comunicati stampa hanno riferito delle profonde connessioni di Facebook con la CIA e di come il braccio dello spionaggio degli Stati Uniti sia stato un investitore decisivo nella promozione e nella rapida crescita della società tecnologica. Si dice che abbia iniettato 40 milioni di dollari nel nascente progetto.

Tali connessioni si sono rafforzate negli ultimi anni con il trasferimento dalla comunità di intelligence alle aziende che gestiscono i social media digitali di decine di funzionari che ora occupano posizioni di dirigenti.

L’azienda di Mark Zuckerberg, Meta, è piena di ex agenti della CIA e dell’FBI. Secondo il giornalista Alan MacLeod, che sta indagando sull’infiltrazione delle agenzie federali sui social media. Diversi anni fa, almeno 23 dipendenti di alto rango di Meta erano ex agenti federali.

Nove di loro hanno lavorato per la CIA prima di entrare in Facebook, sei hanno lavorato all’FBI, e altri otto attualmente offrono servizi per l’FBI o per altre agenzie federali come DHS, NSA o ATF. Diversi hanno anche posizioni manageriali.

Tra questi dipendenti spicca Aaron Berman, direttore generale delle politiche di disinformazione di Facebook. Berman ha lasciato il suo lavoro come senior manager di analisi alla CIA nel luglio 2019 per diventare senior manager delle politiche di disinformazione a Meta. Parlando del suo lavoro in un video pubblicato su Facebook, spiega che ora è il manager della “squadra che scrive le regole per Facebook”, determinando “cosa è accettabile e cosa no”. Pertanto, lui e il suo team decidono effettivamente quali contenuti vedono e cosa non vedono i 2,9 miliardi di utenti attivi sulla piattaforma.

Come sottolinea McLeod: “In senso politico, la fiducia, la sicurezza e la disinformazione sono le parti più sensibili dell’operazione Meta. È qui che si prendono le decisioni su quale contenuto è permesso, cosa sarà promosso e chi o cosa sarà soppresso. Queste decisioni influenzano le notizie e le informazioni che miliardi di persone in tutto il mondo vedono ogni giorno. Pertanto, coloro che sono responsabili degli algoritmi hanno molto più potere e influenza sulla sfera pubblica che gli editori dei principali media”.

Per più di 17 anni prima di accettare il lavoro su Facebook, Aaron ha lavorato scrivendo e supervisionando analisi di intelligence per il presidente e per permettere agli “alti funzionari statunitensi di prendere decisioni sui problemi di sicurezza nazionale più critici”, dice lui stesso sul suo profilo LinkedIn.

Ma chi sono gli altri “poliziotti” di Meta?

Ben Nimmo, è il leader globale dell’intelligence sulle minacce a meta e autore del rapporto, è stato lo specialista principale del Digital Forense Research Laboratory (DFRLab) dell’Atlantic Council, un think thank  pensante al servizio della NATO e finanziato principalmente dal governo degli Stati Uniti.

Nimmo studia le operazioni di influenza e disinformazione online, con un focus particolare sulle operazioni multipiattaforma. È responsabile della ricerca presso Graphika e membro senior non residente presso DFRLab. Ex giornalista e addetto stampa della NATO. . Tra il 2011 e il 2014, ha servito come ufficiale di stampa della NATO e, l’anno successivo, si è trasferito all’Institute for Statecraft, un’operazione di propaganda finanziata dal governo britannico volta a diffondere informazioni fuorvianti sui nemici dello stato britannico. Parla diverse lingue, tra cui russo e lettone.

L’altro autore del rapporto è Nathaniel Gleicher, capo delle politiche di sicurezza informatica di Meta dal 2018, che in precedenza ha lavorato come direttore della sicurezza informatica del National Security Council (NSC) e come ricercatore associato del Center for Strategic and International Studies .

Nel tentativo di ripulire la sua immagine sporca, Meta ora si scaglia contro gli altri. Arriva al ridicolo di affermare che dalla “pericolosa” rete che è stata smantellata a Cuba sono stati spesi 100 dollari per “investimento pubblicitario su Facebook e Instagram”. , Una fortuna.

I servizi di Meta ricevono ogni anno entrate pubblicitarie miliardarie; sono una parte fondamentale del loro business. Solo in un trimestre del 2021 queste entrate sono cresciute del 50%. Da Cuba, fare qualsiasi azione pubblicitaria è impossibile a causa del blocco. Gli avversari della Rivoluzione, d’altra parte, spendono cospicue somme per comprare spazi per rendere visibili le loro campagne anticubane essendo prodotte all’estero.

Mentre si cerca di articolare campagne sugli avversari (Cuba, Bolivia, Russia, Cina e altri) che si muovono” sulle reti per fare propaganda politica, Meta mette a tacere le enormi e sofisticate operazioni che il governo degli Stati Uniti conduce attraverso lo spazio digitale.

Un articolo di Newsweek di maggio 2021 affronta la questione. La più grande forza segreta che il mondo abbia mai conosciuto è quella creata dal Pentagono nell’ultimo decennio. Circa 60.000 persone ora appartengono a questo esercito segreto, molte delle quali lavorano con identità mascherate e di basso profilo, tutte come parte di un ampio programma chiamato “riduzione delle aziende”. La forza, più di dieci volte la dimensione degli elementi clandestini della CIA, svolge missioni nazionali e straniere, sia in uniformi militari che sotto copertura civile, nella vita reale e online, a volte nascondendosi in aziende e società di consulenza private, alcune delle quali aziende di nome familiare.

Nel 2011 The Guardian aveva avvertito di questa enorme forza informatica, il cui compito era quello di “manipolare segretamente le pagine dei social media attraverso l’uso di false persone online per influenzare le conversazioni su Internet e diffondere propaganda pro-statunitense”.

Il tentativo di mettere a tacere pagine, account e gruppi cubani su Facebook fa parte delle azioni sistematiche di Facebook, così come di Twitter e di altri social network. Sarà una semplice decisione ideologica di questi imperi mediatici o ci sarà dietro la crescente articolazione delle politiche del governo degli Stati Uniti?

Come ha rivelato l’inchiesta di The Intercept, “c’è un processo formalizzato per i funzionari governativi per contrassegnare direttamente il contenuto su Facebook o Instagram e richiedere che sia limitato o soppresso attraverso un portale speciale di Facebook che richiede per l’accesso un’e-mail governativa o delle forze dell’ordine per l’uso”. Lo sarà stato in questo caso?

Che sia l’una o l’altra opzione, Cuba e i rivoluzionari cubani non abbandoneranno la lotta. Ci sono cose preziose da difendere e argomenti e convinzioni da far conoscere, in mezzo alle crescenti maree di bugie, mezze verità e odi che vengono lanciati attraverso i social media. Per questo è nato Cubadebate quasi 20 anni fa.

Come ha twittato il cancelliere cubano Bruno Rodriguez Parrilla  “Nonostante i tentativi di censurare la nostra voce e rendere invisibile la verità, noi cubani continueremo a difendere la nostra rivoluzione e il suo sistema socialista di giustizia sociale, anche in campo digitale di fronte alle molestie e alle operazioni destabilizzanti.”

A Cuba all’inizio del 2023 c’erano 7,97 milioni di utenti di internet pari al 71,1 per cento della popolazione, 6,69 milioni di utenti di social network pari al  59,7 per cento della popolazione, 6,67 milioni di connessioni cellulari attive che rappresentano il  59,5 per cento della popolazione.

Con questi dati risulta evidente come internet ed i social network, anche a Cuba che per molti anni è stata quasi totalmente isolata dalla rete. rappresentino  un elemento di propaganda fondamentale per chi cerca da oltre sessanta anni di far capitolare il governo rivoluzionario dell’isola.

Internet ed i social rappresentano per la controrivoluzione oggi il principale mezzo di propaganda, le pagine e gli account dei mezzi di informazione cubani che contrastano questa propaganda rappresentano un crescente ostacolo. Quindi, grazie alle connivenze con il governo di Washington che ne controlla di fatto le attività, le società proprietarie delle piattaforme social ne vietano le pubblicazioni censurandoli o chiudendo le pagine e gli account. (Cubadebate)

 

Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info

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