IL NEMICO AL POSTO DEL PROGETTO

di Antonio Evangelista 

 

La politica ha smesso di dire «per» e dice soltanto «contro». E ormai anche l’elettore fa lo stesso.

C’è una parola che sembra scomparsa dal linguaggio politico: «per». Al suo posto domina il «contro». Contro qualcuno, contro qualcosa: un Paese, un partito, un leader, un’idea, chiunque non la pensi come noi.

Il problema è che una politica costruita soltanto sul nemico può vincere una battaglia, ma difficilmente costruisce un Paese.

In politica estera, per esempio, il sostegno all’Ucraina viene spesso presentato con la formula «senza se e senza ma». Ma sostenere l’Ucraina e contrapporsi alla Russia non sono necessariamente la stessa cosa. Una cosa è definire un obiettivo politico (la sicurezza dell’Ucraina, la fine della guerra, una soluzione diplomatica), un’altra è fare dell’avversario il centro permanente della propria strategia. E quando il nemico diventa il centro, tutto il resto passa in secondo piano: energia, costi, interessi economici, sicurezza, diplomazia, conseguenze per i cittadini.

Il meccanismo non riguarda soltanto la politica internazionale. Anche in Italia destra e sinistra si definiscono sempre più spesso attraverso ciò che combattono, più che attraverso ciò che intendono costruire. La contrapposizione diventa identità, l’avversario diventa programma. E la politica risponde a una domanda semplicissima, «Contro chi sei?», mentre affronta molto più raramente quella decisiva: «Per che cosa sei?»

La storia, del resto, invita alla cautela quando il nemico viene trasformato in una categoria assoluta. Anche nei grandi conflitti del Novecento, alla propaganda pubblica e agli interessi dichiarati degli Stati si affiancarono interessi economici e rapporti finanziari che non sempre coincidevano con quelli proclamati ufficialmente. Questo non significa confondere responsabilità storiche diverse né cancellare la differenza tra aggressori e aggrediti. Significa ricordare una cosa più semplice: la politica internazionale non è mai soltanto quella raccontata nei discorsi ufficiali.

Il punto, allora, non è stabilire chi sia il nemico di turno, ma chiedersi che cosa si costruisce mentre lo si combatte. Un’identità fondata soltanto sul nemico è fragile: quando il nemico cambia, o scompare, resta da spiegare che cosa si vuole fare.

Perché il «contro» è così comodo

Il «per» costa più fatica, perché obbliga a mettere sul tavolo un progetto, un bilancio, una scadenza, una responsabilità. La differenza si può riassumere in due righe:

PER: so cosa voglio costruire, con quali risorse e in quanto tempo.

CONTRO: so soltanto chi voglio fermare.

Un progetto va spiegato e finanziato, deve avere tempi, produrre risultati e, prima o poi, essere verificato. Un nemico no: basta indicarlo. Ed è questo che lo rende politicamente così conveniente:

​•​Costa poco: non servono numeri, coperture finanziarie, scadenze. 

​•​Unisce in fretta: per sentirsi parte di un gruppo basta condividere lo stesso avversario. 

​•​Non si misura: se l’obiettivo è «fermare» qualcuno, il risultato può essere spostato all’infinito. 

​•​Scarica la responsabilità: quando qualcosa non funziona, la spiegazione è già pronta, ed è la colpa dell’avversario. 

​•​Si alimenta: quando la paura non basta, il nemico può essere riproposto con slogan, immagini e ripetizione. 

 

Così la politica rischia di diventare una macchina di contrapposizione permanente. Non deve più spiegare dove vuole arrivare, ma soltanto perché l’altro non deve arrivarci.

La Costituzione è fatta di «per»

La Costituzione offre una logica completamente diversa. Non costruisce la Repubblica sull’elenco dei suoi nemici: indica diritti, principi, doveri e obiettivi da realizzare. È il modello del «PER»:

​•​Articolo 1: per la democrazia, il lavoro e la sovranità popolare. 

​•​Articolo 3: per la pari dignità e l’uguaglianza di tutti i cittadini. 

​•​Articolo 11: per la pace. L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. 

​•​Articolo 21: per la libera manifestazione del pensiero. 

​•​Articolo 32: per la tutela della salute. 

​•​Articolo 34: per una scuola aperta a tutti. 

 

Sono obiettivi, non nemici. Quando la politica ragiona solo per contrapposizioni, anche la Costituzione rischia di diventare uno strumento da agitare contro l’avversario, invece di una responsabilità da tradurre in atti concreti. Tutti la citano. Il problema arriva dopo: quale principio si vuole realizzare? Con quali risorse? In quali tempi? Con quali risultati verificabili?

È qui che il «contro» mostra tutta la sua comodità. Dire «contro le tasse» è semplice: molto più difficile è spiegare come finanziare i servizi pubblici senza quelle entrate. Dire «blocco navale» è semplice: molto più difficile è spiegare quale strategia diplomatica, europea e internazionale dovrebbe accompagnarlo. Dire «niente bollo auto» è semplice: molto più difficile è indicare come compensare il gettito e con quali conseguenze. Dire «sosteniamo l’Ucraina» è semplice: molto più difficile è spiegare quale pace si vuole raggiungere, per quale percorso e a quale costo. E lo stesso vale, specularmente, per chi propone l’esatto contrario.

Il problema, quindi, non è essere di destra o di sinistra. È quando l’appartenenza sostituisce il progetto, quando il nemico diventa più importante dell’obiettivo e la politica chiede prima di tutto da che parte stare e solo dopo, eventualmente, dove andare.

Il problema è sempre lo stesso

Un Paese non può vivere soltanto contro qualcuno. Non si costruisce una sanità pubblica contro un avversario. Non si risolve un problema energetico semplicemente contro un’altra nazione. Non si rafforza una democrazia impedendo il dissenso. Non si costruisce un’Europa limitandosi a stabilire chi debba esserne escluso. E non si definisce una politica estera con l’elenco dei Paesi da contrastare.

A chiunque chieda un voto, un consenso o un sacrificio bisognerebbe rivolgere una domanda molto semplice e molto scomoda: «Per che cosa stiamo facendo tutto questo?» Per quale pace? Per quale Europa? Per quale sicurezza? Per quale futuro? Con quali costi? E soprattutto: chi decide?

Una politica seria può avere avversari, conflitti e interessi contrapposti. Ma deve comunque rispondere a ciò a cui il «contro» non può sottrarsi: che cosa vogliamo costruire quando avremo finito di combattere? E forse la domanda più scomoda è l’ultima: chi ha bisogno che continuiamo ad avere sempre un nemico?

E poi arriva il capolavoro

L’ultimo, annunciato oggi dalla presidente del Consiglio davanti ai giovani di Fratelli d’Italia: un tetto per legge al numero di studenti stranieri per classe, perché, dice, non è ammissibile che i bambini italiani siano «diventati la minoranza». Presidente, le do un consiglio: cominci dalle squadre di calcio, se proprio vuole. E si ricordi che la professoressa accoltellata a scuola a Roma pochi giorni fa è stata salvata proprio da uno studente di origini congolesi, che il ministro Valditara ha annunciato di voler premiare.

Per queste ragioni, e per molte altre, anche gli elettori sfiduciati, traditi, disincantati hanno rinunciato a cercare un buon motivo per votare l’uno o l’altro partito. Oggi votano anche loro contro. Perché il nemico, quello vero, ce l’abbiamo in casa: tutti temono il lupo, ma è il pastore che porta le pecore al macello.

E voi, pastori della politica più bassa mai vista, se proprio dovete urlare contro uno straniero per il solo fatto di esserlo, urlatelo davanti allo specchio: siete voi ‘stranieri’ rispetto alla dignità e all’onore con cui dovreste esercitare le vostre funzioni. Non tutti, per fortuna. Ma il numero cresce.

 

Antonio Evangelista

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