Jeff Bezos fondatore di Amazon

LE MULTINAZIONALI PAGHERANNO IL 15 PER CENTO DI IMPOSTE, MA E’ DAVVERO UNA STANGATA?

 

Si è concluso il vertice del G20 che riunisce le prime venti economie del mondo con uno storico accordo: l’introduzione di una tassa minima del 15 per cento sui profitti delle multinazionali. Ma sarà davvero la soluzione alla crescente evasione fiscale autorizzata che le imprese che operano a livello mondiale stanno da anni attuando?

La decisione dei paesi del G20 di istituire una tassa minima del 15 per cento sugli utili conseguiti dalle multinazionali è senz’altro una decisione storica, ma i dubbi sulla sua reale applicazione restano.

Le imprese multinazionali come Amazon, Google, Apple, coca Cola e molte altre grazie alla possibilità di pagare le imposte nel paese dove hanno la sede legale, indipendentemente dal fatto che tali profitti siano realizzati  in altri paesi o meno, di fatto gli permette di pagare pochi centesimi  sugli enormi guadagni che ogni anno ottengono. La decisione di imporre una tassa minima del 15 per cento sugli utili tenta in qualche modo di ristabilire una giustizia tributaria che da anni oramai non esiste più. Le multinazionali hanno spostato le loro sedi legali nei paesi dove la tassazione è più bassa o nei paradisi fiscali dove le imposte sono davvero irrisorie.

In Irlanda ad esempio la tassazione è solo del 12,5 per cento e per questo i maggiori colossi multinazionali hanno stabilito in questo paese il loro quartier generale. La nuova misura ha visto oltre 130 nazioni accettare di buon grado l’introduzione di questa tassa minima. Si sono defilati comunque molte nazioni tra cui la stessa Irlanda, l’Estonia e l’Ungheria che non hanno sottoscritto l’accordo.

La nuova tassa coinvolgerà circa 10 mila imprese multinazionali e si stima possa dare un gettito di circa 150 miliardi di dollari ai governi dei paesi che la istitueranno. I dubbi restano sulla reale applicazione pratica perché molte nazioni non hanno aderito all’accordo e questo di fatto gli permetterà di continuare ad essere dei paradisi fiscali. Potranno continuare ad attirare le grandi multinazionali sul loro territorio con una tassazione blanda o addirittura inesistente. La concorrenza fiscale non è detto che termini se a livello internazionale non verranno prese serie misure per combattere i paradisi fiscali.

Se da un lato vengono prese misure sanzionatorie dagli Stati Uniti e poi confermate dall’Unione Europea e dalle altre nazioni occidentali contro i governi considerati violatori dei diritti umani, dall’altro nessuno si è mai sognato di imporre sanzioni alle Isole Vergini o ad altri paradisi fiscali per concorrenza sleale in campo tributario. Evidentemente evadere le tasse in modo legale non è considerato un reato grave per la comunità internazionale. Non mi stupisco di questo in quanto il capitalismo, unico sistema economico vigente nel nostro mondo, per definizione tende a massimizzare il profitto e pagare meno tasse permette ovviamente di aumentare i guadagni. Imporre sanzioni ai paradisi fiscali sarebbe ovvio e legittimo ma non credo che questo avverrà.

Staremo a vedere se davvero nel 2023, anno in cui il nuovo modo di tassare i colossi internazionali entrerà in vigore, segnerà una svolta nel sistema tributario internazionale. Sempre che in questo anno e mezzo che ci separa dall’entrata a regime della tassa globale le grandi imprese multinazionali non abbiano trovato un altro modo per occultare i loro profitti. 

In ogni caso anche il 15 per cento di imposta sugli utili conseguiti da questi colossi si discosta notevolmente da quanto invece un operaio paga sul proprio reddito. Insomma non è proprio una grande mazzata se si considera che attualmente una società in Italia paga il 24 per cento di imposta sul reddito. Se poi si pensa che un lavoratore che ha un reddito superiore a 75 mila Euro annui paga il 43 per cento ci accorgiamo che una società come Amazon o Apple che dovrà pagare solo il 15 per cento riceve un trattamento che dire di favore è poco.  

Forse non si tratta di una vera stangata ma di un regalo mascherato. A proposito un lavoratore che ha un reddito compreso tra zero e 15 mila Euro paga di Irpef il 23 per cento, 8 punti percentuali in più che Google o Facebook, tanto per ricordare di cosa stiamo parlando. 

 

Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info

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