Campo di grano

CRISI ALIMENTARE: GLI APPROFITTATORI DELLA FAME 

di Matteo Bortolon

 

Gli ultimi avvenimenti della guerra attuale si intrecciano con le prospettive di una nuova crisi alimentare globale: Russia e Ucraina sono fra i maggiori esportatori di grano – secondo i dati Fao rispettivamente il primo e il quinto a livello mondiale – e tanto l’interruzione delle coltivazioni sul campo quanto il trasporto delle derrate già pronte subiscono le conseguenze del conflitto.

Il porto di Odessa, l’unico importante rimasto a Kiev è bloccato, lo snodo logistico per il commercio di tale derrata è un obiettivo strategico per i russi quanto per gli ucraini; e senza un accordo fra le parti sarà difficile ripristinarne la funzionalità.

I media occidentali hanno visto bene di inquadrare la situazione con titoli altisonanti quali Putin affama gli africani: la Federazione Russa ha dichiarato di accettare di collaborare per sbloccare la rotta a patto che gli Stati occidentali le tolgano le sanzioni.

Per capire la questione occorre partire da un quadro più generale: secondo il recente 2022 Global Report on Food Crises – frutto della collaborazione dei maggiori organizzazioni internazionali, da Fao a Wfp, e simili – il numero di persone denutrite è aumentato tanto in termini assoluti che relativi dal 2016 (e quindi non può essere determinato dal semplice aumento demografico), soprattutto concentrati in un piccolo numero di paesi (soprattutto Siria, Afghanistan, Congo, Yemen, Etiopia, Sudan).

Su questo scenario drammatico si innestano i problemi che la crisi del Covid ha visto per i problemi di approvvigionamento (l’incepparsi della famose catene globali del valore) e le risultanze della guerra in Ucraina, che secondo il report aumenterà il numero di affamati di 47 milioni.

Quali sono le ragioni? Il meccanismo non è dissimile da quello visto per le materie prime di carattere energetico. L’interruzione della fornitura di grano – largamente prevedibile – da parte dei due paesi che assieme ne producono il 28% (20% Russia, 8% Ucraina) spinge in alto i prezzi. Ma lo squilibrio fra offerta (in diminuzione) e domanda produce un effetto prima che la carenza si faccia sentire nei fatti.

Perché? Il mercato globale di cibo è un settore limitato rispetto alla totalità degli alimenti esistenti (la maggior parte degli alimenti viene prodotta e consumata nello stesso paese) ma in crescita costante e altamente innervato da processi tipicamente capitalistici sul piano dei diritti di proprietà intellettuale, produzione, commercializzazione ecc.

Ma soprattutto è presente una forte componente di finanziarizzazione: il prezzo è fissato in borsa (la più famosa è quella di Chicago, dal 2019 denominata NYSE Chicago) e subisce tutte le classiche dinamiche speculative: la pressione sul prezzo per via delle aspettative di mercato, l’uso della materia prima come base per vari prodotti finanziari, e simili.

Come nota un rapporto di McKinsey, i futures sul grano sono aumentati del 40% fra febbraio e marzo scorsi. Si tratta di contratti che fissano il prezzo per un acquisto futuro, e potevano essere usati nelle pratiche commerciali convenzionali per assicurarsi contro un rialzo imprevisto. Ma se vengono venduti prima che la stessa transazione si compia, la differenza fra il prezzo fissato e quello che si determina sulla merce reale portano a realizzare un profitto che prescinde dal bene reale. E quando gli acquirenti diventano molti, ciò incide sul prezzo di esso, il cui costo lievita (o scende) a prescindere dalla materia prima sottostante.

L’incertezza determinata dalla guerra è il terreno di coltura ideale per tali pratiche, ed infatti nella prima settimana di marzo i fondi legati alle materie agricole hanno ricevuto 4,5 miliardi di investimenti.

Tale è il risultato di non aver sufficientemente regolato tale settore dopo le disastrose risultanze di un decennio fa, anche per il lobbismo della International Swaps and Derivative Association, l’infingardo gruppo dei maggiori speculatori che ha fatto pressioni tanto sulle autorità statunitensi che europee, per cui il ruolo dello zar russo è nel migliore dei casi quello di una pallidissima comparsa.

Le retrovie della speculazione, volano i titoli Ogm

LA GUERRA DEL GRANO. La guerra, con il blocco dei porti ucraini (ci sono 25 milioni di tonnellate di grano bloccate nei silos del Paese), ha fatto da pavimento ai movimenti speculativi degli hedge fund. La conseguenza è stata un aumento vertiginoso del prezzo delle commodity agricole

Luigi Pandolfi 4 giungo 2022

La guerra per i portafogli degli speculatori è manna dal cielo. È una vecchia storia, anche se adesso c’è di mezzo una rinnovata voracità dei mercati finanziari globali.

Quelli ufficiali e quelli ombra. Gas e materie prime, ma anche gli alimenti. Tutto fa gioco nel gran casinò della finanza speculativa. Mentre i cittadini ne pagano le conseguenze con i prezzi del pane e dei cereali che negli ultimi tempi, in tutto il mondo, sono saliti alle stelle. In Italia, il prezzo del grano duro e quello del grano tenero è aumentato rispettivamente dell’85 e del 70% rispetto al 2021, con gli effetti sui prezzi di pane e pasta che si possono immaginare. Eppure, il nostro Paese di grano dalla Russia e dall’Ucraina ne importa poco. Siamo nell’ordine del 3% circa. Cosa sta succedendo?

Guerra, blocchi alle esportazioni e speculazione sono fattori concomitanti che si intrecciano in questa faccenda della penuria e dei prezzi dei cerali. La guerra, con il blocco dei porti ucraini (ci sono 25 milioni di tonnellate di grano bloccate nei silos del Paese), ha fatto da pavimento ai movimenti speculativi degli hedge fund. La conseguenza è stata un aumento vertiginoso del prezzo delle commodity agricole (grano duro e tenero, riso, orzo). Grandi affari per i player della finanza, un problema per le popolazioni. Soprattutto quelle del Terzo mondo.

La ragione per cui, ad esempio, l’India ha deciso di punto in bianco di bloccare le sue esportazioni di grano. A New Delhi c’è preoccupazione per la tendenza rialzista del prezzo dei cereali, si temono ripercussioni sulla sicurezza alimentare interna. Meglio tenerselo per sé, viste anche le condizioni climatiche che potrebbero rendere magro il raccolto di quest’anno. E la Cina (Pechino, con oltre 130 milioni di tonnellate all’anno, è il primo produttore di grano al mondo)? Alle prese con i rigurgiti della pandemia, si mantiene parca, non esporta per soddisfare la sua gigantesca domanda interna. Ma presto, di questa impennata dei prezzi, potrebbe giovarsene. Come gli Stati Uniti, che però se ne stanno giovando già adesso.

Non dimentichiamo che gli Usa, come faceva rilevare Luca Celada su questo giornale, non solo possono contare su una cospicua produzione interna (quarti nella classifica mondiale dei produttori), ma anche su gran parte della produzione di quello che un tempo veniva chiamato il «granaio d’Europa». Proprio l’Ucraina, dove «dieci multinazionali agricole sono giunte a controllare 3,4 milioni di ettari di terre».

Un altro tipo di «invasione», non meno devastante di quella militare avviata da Putin. Almeno nel medio e lungo periodo. Ucraina, dunque, non soltanto come vaso di coccio in uno scontro sempre più pericoloso tra superpotenze, ma anche retrovia della speculazione finanziaria sulle commodity alimentari che ha come centro nevralgico la borsa di Chicago.

Solo guadagni monetari? No, la finanza decide anche la qualità di cosa mangiamo. Cresce il prezzo del grano e in parallelo crescono i titoli dei colossi degli Ogm. Non solo perché questi colossi sono in alcuni casi gli stessi che fanno shopping di terre per il mondo, ma perché negli Ogm si intravede la nuova frontiera del guadagno facile nel più breve tempo possibile, stanti la precarietà del mercato mondiale dei cereali, le difficoltà nell’approvvigionamento degli stessi, le conseguenze dei cambiamenti climatici sulla capacità produttiva dei vari Paesi che si contendono il primato delle terre coltivate a cereali.

Si rischia una catastrofe alimentare nei prossimi mesi. Sono decine e decine i paesi nel mondo che rischiano grosso per via della contrazione del mercato di questi beni e dell’aumento sconsiderato del loro prezzo.

Nell’Africa subsahariana, come è stato stimato dalla Fao, la produzione alimentare rischia di contrarsi di circa 30 milioni di tonnellate nell’anno in corso, ciò che serve a sfamare più di cento milioni di persone. Ma il discorso può essere esteso anche alla maggior parte dei Paesi del Sud America, ai nostri dirimpettai del Mediterraneo, a non pochi Paesi asiatici. Anche per l’Europa, e per l’Italia, non si prospettano giorni facili. Non c’è solo il prezzo del pane. E’ tutto il comparto agricolo che annaspa e soffre sotto i colpi del caro carburante, dell’impennata dei prezzi dei fertilizzanti, dei trasporti, dei mezzi tecnici. Forse non arriveremo alla chiusura dei forni, ma quello che si prospetta è uno scenario a tinte fosche per i ceti popolari.

 

 

Fonte: Nuova Finanza 

 

FONTE: NUOVA FINANZA PUBBLICA

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